La narrazione biblica offre spunti profondi sulla condizione umana e sul confronto con la mortalità. In particolare, il capitolo 38 del libro del profeta Isaia, incentrato sulla malattia e la guarigione del re Ezechia, presenta un passo di straordinaria intensità che ha risuonato attraverso i secoli, influenzando persino la letteratura come la Divina Commedia di Dante. Questo testo ci invita a riflettere sul significato della vita, della morte e della fede, specialmente quando ci si trova "nel mezzo del cammin" della propria esistenza, di fronte all'ignoto.
La Malattia del Re Ezechia e l'Annuncio del Profeta Isaia
La vicenda riguarda il re Ezechia, un sovrano di Giuda (sul trono dal 715 al 687 a.C.) noto per le sue coraggiose riforme religiose. Il testo sacro ci presenta Ezechia in un momento di estrema vulnerabilità: in quei giorni, il re si ammalò mortalmente. Il profeta Isaia, figlio di Amoz, si recò da lui e gli disse: «Così dice il Signore: “Da’ disposizioni per la tua casa, perché tu morirai e non vivrai”». L'episodio, parallelo a 2 Re 20:1-11, è collocato storicamente intorno al quattordicesimo anno del suo regno, antecedente all'invasione assira del 701 a.C., la cui minaccia ancora incombeva su Gerusalemme.
Questa situazione, che vede la morte presentarsi improvvisamente all'uomo nel fiore degli anni, porta a un profondo rimpianto umano. L'insorgere di una malattia latente, il crollo misterioso e del tutto imprevisto, l'incidente spaventoso e mortale, queste o altre cose sono all'opera, dicendo in tono severo alla nostra razza: "Tu morirai e non vivrai". La liturgia ci fa subito confrontare con un tema assai delicato, presentandoci i giorni in cui il re «Ezechia si ammalò mortalmente». La descrizione dell’angoscia vissuta dal re di Giuda, nel momento in cui è lo stesso Signore a confermargli la notizia della sua morte imminente, non può che coinvolgerci nel profondo, intercettando un sentimento di paura ancestrale, con cui dobbiamo imparare a fare i conti per tutta la vita.
In questo contesto drammatico, Ezechia viene colto dal narratore nel momento in cui la sua faccia si volge verso la parete, per sfogare tutto il dolore nei confronti della fine ormai imminente della sua vita, con «un gran pianto». L'avvertimento del profeta Isaia serve ad aiutare il re a cogliere la serietà della propria condizione, rimuovendo ogni infondata e illusoria speranza e spingendolo a guardare in faccia la realtà.

La Preghiera Fiduciosa di Ezechia e la Risposta Divina
Di fronte a questa condanna a morte, Ezechia non si arrende. Si rivolge a Dio con una supplica accorata. Ezechia allora voltò la faccia verso la parete e pregò l'Eterno: «Ti supplico, o Eterno, ricordati come ho camminato davanti a te con fedeltà e con cuore integro e ho fatto ciò che è bene ai tuoi occhi». La preghiera di Ezechia fu importante; da tutte le indicazioni, se Ezechia non avesse fatto la sua preghiera appassionata, allora la sua vita non sarebbe stata prolungata. La sua preghiera ha una configurazione significativa, in quanto non vi emerge né il pentimento per le proprie azioni, né la riprovazione o l’accusa nei confronti di Dio e del suo modo di agire: è una pura confessione di fede. Il sovrano implora Dio di ricordare in che modo si sia comportato nei suoi anni di governo, rispettandone sempre le disposizioni; si sottomette totalmente al suo giudizio e alla sua volontà, anche di fronte a qualcosa di difficile da accettare. La preghiera, innalzata con fede e irrorata di lacrime, non rimane inascoltata.
Davanti alla preghiera e alle lacrime di Ezechia, il Signore “ci ripensa”. La parola del Signore fu rivolta a Isaia dicendo: «Va’ e riferisci a Ezechia: “Così dice il Signore, Dio di Davide, tuo padre: Ho udito la tua preghiera e ho visto le tue lacrime; ecco, io aggiungerò ai tuoi giorni quindici anni. Libererò te e questa città dalla mano del re d’Assiria; proteggerò questa città”». Questa è la "condanna a morte annullata", una tregua di quindici anni è concessa. Il Signore diede due doni a Ezechia: una vita prolungata e la conoscenza di avere quindici anni ancora. Questa grazia è stata concessa a pochissime persone, e tutte segnate da una grande santità.
Come segno fisico della guarigione, Isaia disse: «Si prenda un impiastro di fichi, lo si applichi sull’ulcera ed egli guarirà». Apparentemente, Dio usò questo trattamento medico - come minimo, lo usò come un segno - per portare la guarigione di Ezechia.
Il Segno della Meridiana di Acaz
Per rassicurare ulteriormente Ezechia, Dio promise un segno straordinario. Isaia rispose: «Da parte del Signore questo ti sia come segno che il Signore manterrà questa promessa che ti ha fatto: vuoi che l’ombra avanzi di dieci gradi oppure che retroceda di dieci gradi?». Ezechia disse: «È facile per l’ombra allungarsi di dieci gradi. Non così! L’ombra deve tornare indietro di dieci gradi». Allora Isaia disse: «Ecco, io faccio tornare indietro di dieci gradi l’ombra sulla meridiana, che è già scesa con il sole sull’orologio di Acaz».
Questo fenomeno miracoloso è di grande importanza. La meridiana di Acaz, un'invenzione di origine babilonese, consisteva probabilmente in una serie di gradini con uno gnomone. Il movimento a ritroso dell’ombra solare alluderebbe al tempo ulteriore di vita concesso al sovrano, invitato a riconoscere l’affidabilità della promessa in questo segno prodigioso. Il rimando alla meridiana di Acaz non è casuale: quell’atto di fede, al quale il padre di Ezechia era stato sollecitato ma che non aveva avuto il coraggio di compiere (cfr. Isaia 7, in particolare vv. 10-17), ora è compiuto dal figlio; e grazie a questo atto di fede da parte del suo capo, tutta la nazione troverà salvezza.

Il Cantico di Ezechia (Isaia 38:10-20): L'Angoscia e la Speranza
Il cuore di questa narrazione si trova nel cantico di Ezechia, una monodia ricca di pathos. Ecco alcuni dei suoi versi più toccanti, specialmente quelli che servono da spunto per la riflessione sul "mezzo del cammin":
- Isaia 38:10: «Io dicevo: “A metà dei miei giorni me ne vado, sono trattenuto alle porte degli inferi per il resto dei miei anni”.
- Isaia 38:11: Dicevo: “Non vedrò più il Signore sulla terra dei viventi, non guarderò più nessuno fra gli abitanti del mondo.
- Isaia 38:12: La mia dimora è stata divelta e gettata lontano da me, come una tenda di pastori. Come un tessitore hai arrotolato la mia vita, mi hai tagliato dalla trama. Dal giorno alla notte mi riduci all’estremo.
- Isaia 38:14: Come una rondine io pigolo, gemo come una colomba. Sono stanchi i miei occhi di guardare in alto. Signore, io sono oppresso: proteggimi”.
- Isaia 38:17: Ecco, la mia amarezza si è trasformata in pace! Tu hai preservato la mia vita dalla fossa della distruzione, perché ti sei gettato dietro le spalle tutti i miei peccati.
- Isaia 38:18: Perché non sono gli inferi a renderti grazie, né la morte a lodarti; quelli che scendono nella fossa non sperano nella tua fedeltà.
- Isaia 38:19: Il vivente, il vivente ti rende grazie, come io faccio quest’oggi. Il padre farà conoscere ai figli la tua fedeltà.
Questo cantico riflette un'intensità straordinaria e drammatica. Il re si lamenta di essere reciso nel bel mezzo dei suoi giorni, quando la sua vita sembrava ancora piena di promesse. La sua età è "tramontata" o la sua "dimora è divelta", un'immagine del corpo come tenda dell'anima che viene portata via. Ma dalla metà in poi, il cantico si apre alla speranza e alla confidenza in Dio. Ezechia ammette che non fu per la gloria o l'onore di Dio, o anche per la gloria o l'onore del suo regno che fu turbato per la sua morte imminente e che voleva che la sua vita fosse risparmiata. Sapeva che era tutta opera del Signore, sia in parola (mi ha parlato) che in azione (l'ha fatto). Quando Dio rispose alla sua preghiera, tutto ciò che Ezechia poteva fare era lodare Dio.
"Nel Mezzo del Cammin": Eco in Dante e la Riflessione sulla Morte
La celebre espressione di Ezechia «A metà dei miei giorni» o «Nel taglio dei miei giorni» ha trovato una risonanza inaspettata e profonda nella cultura occidentale, in particolare attraverso Dante Alighieri. I primi versetti del cantico di Ezechia sono stati richiamati perfino da Dante Alighieri nell’incipit dell’Inferno della sua Divina Commedia: «Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita». Questa analogia, già notata da San Girolamo nel suo "Commentarius in Isaiam Prophetam", che scrisse "In medio vitae cursu, et in errorum tenebris ducentur ad Tartarum" (A metà del corso della vita, e nelle tenebre degli errori saranno condotti nel Tartaro), sottolinea un punto cruciale: il senso di sorpresa e smarrimento di trovarsi di fronte alle "porte degli inferi" nel bel mezzo della propria esistenza.
Quanti hanno fatto (o stanno facendo) questa esperienza? Per una malattia grave, inaspettata e improvvisa, un incidente; e quanti l’hanno vissuta (e la stanno vivendo) a causa di una pandemia o altre avversità. Queste esperienze ci fanno capire che non bisogna dare mai nulla per scontato: né la salute, né la vita. La consapevolezza della propria mortalità non dovrebbe essere una preghiera da fare solo in punto di morte, ma ogni singolo giorno della nostra vita.
(Canto 1) Inferno: Riassunto | Dante Alighieri: Divina Commedia
La Concezione dell'Aldilà: Sheol, Hades e Gehenna
La preghiera di Ezechia riflette una comprensione incerta del mondo oltre la morte, tipica dell'Antico Patto. Ezechia viveva sotto l’Antico Patto, e in quel tempo non c’era una fiducia sicura nella gloria della vita oltre. Invece, Gesù ha portato la vita e l’immortalità alla luce attraverso il vangelo (2 Timoteo 1:10). Per i santi dell’Antico Testamento come Ezechia e Davide, la tomba (Sheol) era un luogo incerto. Sapevano che il Signore era lì (Salmo 139:8), ma non sapevano molto di più.
È importante distinguere i termini biblici relativi all'aldilà:
- Sheol: Una parola ebraica che indica il “luogo dei morti”. Non ha riferimento diretto né al tormento né alla felicità eterna.
- Hades: Corrisponde allo Sheol nella Septuaginta greca. Prima dell'opera compiuta di Gesù, era il luogo dove i morti attendevano il giudizio o la giustificazione finale. Gesù era nell'Ades dopo la Sua morte sulla croce, ma non vi rimase. La Sua opera e la Sua predicazione offrirono salvezza per i credenti che attendevano lì, e sigillarono la condanna dei malvagi. Dopo l'opera di Gesù, i credenti che muoiono vanno direttamente in cielo.
- Gehenna: Una parola greca che deriva dall'ebraico "Valle di Hinnom", un luogo fuori Gerusalemme profanato dal culto di Molech e dal sacrificio umano. Era anche una discarica dove venivano bruciati rifiuti. Gesù la usò come immagine grafica ed efficace del destino dei dannati, ciò che normalmente pensiamo come “Inferno”, lo Stagno di Fuoco (Apocalisse 19:20, 20:10-15, e 21:6-8).
L'Antico Testamento ha poca rivelazione chiara sull’aldilà; dichiarazioni sicure come Giobbe 19:25-26 sono contrastate da passi incerti come Ecclesiaste 3:19-20 e Salmo 6:4-5. Il Nuovo Testamento, invece, offre una rivelazione molto più specifica, mettendo in luce la vita e l'immortalità mediante il vangelo.
"Porta Inferi" e la "Politica del Terrore": Una Riflessione Personale
L'espressione "Porta Inferi" (o "Porta Inferi") affonda le radici nella comprensione del mondo sotterraneo. Il concetto di "Porta Inferi" si riferisce naturalmente alla soglia infernale. Il fatto che la parola latina "porta" sia talvolta tradotta impropriamente con "potere" può nascondere il significato più diretto di passaggio fisico o soglia.
Questa tematica porta anche a riflessioni più ampie sull'approccio di alcune istituzioni religiose alla fede. Ci vengono dettate delle regole di comportamento ma, per fare in modo che vengano rispettate, non ci viene promesso il Paradiso. Al contrario ci viene promesso l’Inferno in caso di mancanza. Questa "politica del terrore" non ci dice di "non rubare" perché se non lo fai andrai in Paradiso, ma ci dice di "non rubare" per non andare all’Inferno. Tale approccio, seppur efficace nel promuovere un certo comportamento, solleva interrogativi sulla natura della fede e della moralità. La letteratura, come il passo dantesco "Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente", ci ricorda il destino dei dannati, influenzando la percezione popolare dell'aldilà.
Tuttavia, la storia di Ezechia e le sue parole di lamento e speranza ci spingono verso un atto di fede e di autentico affidamento, libero da ogni pretesa e capace di prescindere dall’ottenimento di un risultato pur desiderato. Potersi volgere nuovamente e sinceramente verso Dio è forse l’opportunità che ci è data in ogni tempo di prova: non un gesto disperato, ma un cosciente affidamento a un Padre che non può restarsene indolente, perché sarebbe contro la sua stessa natura.
La "Saggia Rassegnazione" e l'Affidamento a Dio
L'esperienza di Ezechia e la riflessione sulla fragilità della vita ci insegnano a non dare mai nulla per scontato: né la salute, né la vita stessa. Dovremmo imparare dall'apostolo Giacomo, che esorta a dire: «Se il Signore vorrà, vivremo e faremo questo o quello» (cfr. Gc 4,13-17). Questo è il senso profondo del termine "Inshallah", utilizzato dai musulmani, che significa "se Dio vuole".
Si deve imparare l'umile arte della "rassegnazione", intesa nel suo vero significato: "riconsegnare al legittimo proprietario". "Rassegnarsi", in senso religioso, è un atto di profonda fiducia: è rimettere nelle mani di Dio ciò che è suo, ben sapendo che solo Lui sa farne buon uso. È rimettersi nelle mani di Dio uniformandosi al Suo volere, conformandosi alla Sua volontà. Rimettiamo fiduciosi la nostra vita nelle mani di Dio, perché è Sua, e noi ne siamo solo temporanei amministratori. La vita è nelle mani di Dio, consegnata al suo giudizio e alla sua misericordia. Nelle parole di Ezechia non si intravvede smarrimento, paura, o rabbia, ma la coscienza di appartenere a qualcuno; e questo qualcuno non tarda a manifestarsi.
