Le Legazioni Pontificie, territori settentrionali dello Stato della Chiesa, furono un epicentro cruciale degli eventi che portarono all'unificazione italiana. La loro storia nel Risorgimento è profondamente intrecciata con l'influenza e le azioni dell'Impero Austriaco, il sostegno o il ritiro del quale si rivelarono fattori determinanti per il mantenimento del potere temporale del Papa.

Il Contesto della Prima Guerra d'Indipendenza (1848-1849)
Nel 1848, in un'Europa in tumulto, dopo le insurrezioni anti-austriache di Venezia e Milano (le celebri "Cinque Giornate"), il re di Sardegna Carlo Alberto mosse guerra all'Austria. Alla fine di marzo, l'invasione del Lombardo-Veneto da parte delle truppe sabaude parve segnare l'avvio della liberazione del territorio italiano dall'occupazione straniera. Tali erano le attese in tutta la Penisola di quanti nutrivano la speranza di un Risorgimento italiano che anche il Papa, il granduca di Toscana e il re delle Due Sicilie furono spinti a inviare truppe a sostegno dei piemontesi.
Un'importante testimonianza della partecipazione dei volontari di Città di Castello alla prima guerra di indipendenza è offerta dal volume Una pagina di patriottismo umbro, scritto dal letterato Pietro Tommasini Mattiucci, basandosi sulle lettere inviate ai famigliari da Giuseppe Baldeschi e Leovigildo Tommasini Mattiucci. Questi volontari partirono a piedi da Città di Castello il 9 aprile, "con un tempo da lupi", senza armi, malamente vestiti, parecchi privi di scarpe o con indosso calzature di seconda mano; solo i benestanti avevano acquistato in proprio l'equipaggiamento. Li sospinse l'entusiasmo della popolazione, che a San Giustino, Mercatello, Sant'Angelo in Vado e Urbino andò loro incontro al suono delle bande municipali, offrendo qualcosa da mangiare.
La Retromarcia di Pio IX e le Conflittualità
Era il 6 maggio, quando, nel frattempo, Pio IX aveva rinnegato la scelta di entrare in guerra, inducendo anche Ferdinando II di Borbone a fare lo stesso. Molti reparti pontifici e napoletani decisero comunque di continuare a combattere, al comando rispettivamente dei generali Giovanni Durando e Guglielmo Pepe. Tra costoro vi era il nutrito gruppo di tifernati. Alcuni ebbero il battesimo del fuoco a Cornuda, tra l'8 e il 9 maggio: "Hanno fatto 12 ore di fuoco, digiuni, senza aver dormito", si legge in una lettera di Baldeschi. Il coraggio, tuttavia, non bastò: la sconfitta di Cornuda seminò amarezza anche perché mise a nudo la carenza di collaborazione tra Durando e l'altro generale romano Andrea Ferrari.
Nonostante alcuni successi dei piemontesi in quel maggio, che fecero sperare nella vittoria, scattò la controffensiva degli austriaci, i quali riconquistarono Vicenza il 10 giugno. Un volontario tifernate descrisse la battaglia: "Mi sono trovato nella battaglia di Vicenza di Sabato la Vigilia di Pasqua, incominciò il combattimento alle ore 4 della mattina, e terminò alle ore 9 della sera, non potete immaginare un combattimento sì accanito non fu mai sentito. Le bombe le cannonate li razzi [...] le medraglie era una pioggia continua, il monte Berico fu perduto, alle ore otto fu inalzata la Bandiera Bianca e fu capitolato di sortire dalla Città con tutti gli onori militar armi e bagaglio e per tre mesi non podere combattere contro l'Austria". Uno dei due caduti tifernati in quella circostanza fu il sergente volontario Luigi Decio Castori.
Mentre a Milano si assisteva alle "5 giornate" contro gli austriaci, il feldmaresciallo Radetzky ricevette rinforzi, portando alla definitiva sconfitta piemontese a Custoza. Intanto, a Roma, si scatenò una rivolta popolare che portò alla nascita della Repubblica Romana, retta da un triumvirato composto da Mazzini, Saffi ed Armellini (nel frattempo a Venezia c'era la repubblica di Manin). Fu approvata una costituzione romana democratica e avanzata, molto diversa dallo Statuto Albertino. Tuttavia, a favore di Pio IX, intervenne il re di Francia Luigi Napoleone (nipote di Napoleone), il quale ambiva a sottrarre all'Austria il controllo sull'Italia: la città romana fu costretta a capitolare e anche la repubblica di Venezia venne battuta, segnando la fine di questa fase delle lotte per l'indipendenza e il ritorno dei vecchi regimi, spesso sostenuti dalle armi straniere, tra cui quelle austriache nello Stato Pontificio.
La Caduta del Potere Pontificio nelle Legazioni (1859)
Centocinquant'anni or sono, il potere pontificio cessava nei suoi domini più settentrionali, le Legazioni, come effetto della sconfitta militare austriaca nella Seconda Guerra d'Indipendenza e della sollevazione delle popolazioni. Il 12 giugno 1859, il cardinale legato di Bologna lasciava la città, abbandonandola per sempre. Il giorno dopo anche gli altri legati ne seguivano la sorte, segnando la fine del plurisecolare potere pontificio al di sopra dell'Appennino.

Le Ragioni della Caduta
La fuga dei legati non fu causata da tumulti o rivoluzioni, ma dalla semplice implosione del potere papale a causa della mancanza del puntello su cui si era retto negli ultimi dieci anni: l'esercito austriaco. Pochi giorni prima, infatti, i francesi, spalleggiati dai piemontesi, avevano sconfitto l'esercito asburgico a Magenta, tra il Ticino e Milano, aprendosi la strada per occupare la Lombardia. L'immediata conseguenza sul piano militare era stata il richiamo delle guarnigioni austriache dai presidi che mantenevano a sud del Po: Piacenza, Bologna, Ancona e Ferrara, che fu l'ultima a essere sgomberata.
Privi di questo appoggio, i vecchi poteri ducali e quelli del papa erano implosi sotto la spinta di un'opinione pubblica ormai consapevole dell'impossibilità di una loro apertura in senso costituzionale e pronta ad abbracciare la causa del Piemonte sabaudo. Tuttavia, studi recenti hanno messo in discussione questa visione fortemente deterministica, evidenziando come gli eventi che portarono, nel triennio 1859-61, al traguardo dell'unificazione, non fossero in realtà predeterminati né da Cavour né dagli altri protagonisti del Risorgimento, i quali furono piuttosto in grado di cavalcare con grande abilità una situazione spesso confusa, in cui le possibili opzioni erano numerose e un esito felice per i patrioti italiani tutt'altro che scontato.
Per spiegare la caduta dello Stato pontificio occorre fare riferimento a quella perdita di consensi che ebbe inizio, in maniera traumatica, a partire dall'allocuzione di Pio IX del 29 aprile 1848, durante la Prima Guerra d'Indipendenza: emersero allora le contraddizioni insite nel potere papale, a capo di uno Stato che doveva tutelare la libera espressione del proprio primato spirituale e che per questo motivo non poteva prender le parti di un movimento come quello nazionale, per il quale tuttavia aveva espresso simpatia nel biennio precedente. La condizione di capo della Chiesa cattolica non poteva conciliarsi con l'idea di un'Italia libera dallo straniero, specie quando quest'ultimo era il cattolicissimo Impero Asburgico.
L'esperienza della Repubblica Romana sarebbe stata la sua più alta espressione, ma quando anch'essa cadde, sotto l'urto delle armi francesi, il ritorno dei legati, sorretti dal potere militare austriaco, scavò un solco ancora più profondo tra democratici e moderati, che videro cancellata anche la possibilità di qualche moderata riforma di stampo liberale, alla quale il papa si era mostrato favorevole prima del trambusto generale.
Il Ruolo del Piemonte Cavouriano
Ancora fino al 1853, l'iniziativa politica nelle Legazioni rimase in mano ai democratici, specie a Bologna, almeno fino a quando il fallimento del moto milanese di quell'anno non mostrò quanto irrealistica fosse l'ipotesi di rovesciare i vecchi poteri con il metodo insurrezionale. Questo ruolo fu assunto dal Piemonte cavouriano, che nel corso del decennio stava sempre più assumendo una connotazione nazionale, moderna, riformista. Certo il Regno sabaudo era stato l'unico a conservare lo Statuto, la carta costituzionale che Carlo Alberto aveva concesso nella turbolenta primavera del 1848. Sebbene si trattasse di una carta assai moderata, il suo mantenimento aveva reso il Piemonte il luogo più liberale della penisola, attirando migliaia di esuli in cerca di rifugio, con il benefico effetto di sprovincializzarne la cultura e l'opinione pubblica.

L'azione di governo di Massimo D'Azeglio prima e, dal 1852, di Camillo Cavour, ebbe il merito di interpretare lo Statuto nel senso di moderare le intromissioni monarchiche e di mettere in atto la divisione tra Stato e Chiesa, un'operazione che causò parecchi malumori nella corte e la tenace resistenza delle gerarchie ecclesiastiche, ma che fu condotta in porto con abilità dal primo ministro sabaudo. La modernizzazione della flotta e del porto, la costruzione di canali e ferrovie, i miglioramenti commerciali e industriali confermarono la modernità dell'opera di Cavour, che guardava in particolar modo ai modelli francese e inglese e che tentò di guadagnarsi un ruolo internazionale con la partecipazione alla Guerra di Crimea, contro la Russia.
A Parigi, il primo ministro piemontese tentò di sostenere le ambizioni di espansione nei confronti dei due Ducati emiliani, di Modena e Parma, invano. Presentò però anche i mali derivanti all'Italia dal malgoverno degli antichi regimi, concentrando l'attenzione sulle Legazioni grazie a un memoriale redatto da Luigi Carlo Farini e da Marco Minghetti i quali, attraverso dati ufficiali, dimostravano l'inefficienza finanziaria, il disordine amministrativo e il caos nell'ordine pubblico che turbavano i domini settentrionali del papa. Come ha scritto Aldo Berselli, "i 'sudditi' del papa proclamavano l'incapacità dei prelati a governare, chiedevano di governarsi o almeno amministrarsi da soli, separandosi eventualmente dal corpo dello Stato Pontificio con qualche accorgimento amministrativo".
La Visita di Pio IX e le Richieste di Riforma
La risposta di Pio IX non si fece attendere: l'anno successivo si mise in viaggio da Roma e si recò in visita ai propri territori più settentrionali. Lo scopo del viaggio era manifesto: dimostrare l'attaccamento delle popolazioni per ribattere alle accuse e ai rimproveri che gli erano stati mossi da Parigi. Il papa percorse la via Flaminia, quindi si affacciò nelle Legazioni a Rimini il 1° giugno 1857 e viaggiò lungo la via Emilia fino a Bologna, ricevendo accoglienze rispettose ma non particolarmente entusiaste, secondo le cronache del tempo. Nella seconda città dello Stato rimase fino ad agosto, con una puntata a luglio a Ravenna, che era rimasta esclusa dal primo giro di visite.
La visita si trasformò in un boomerang per il pontefice, perché - nonostante i divieti emanati in alcuni centri, come la stessa Ravenna - i membri delle élites laiche locali fecero avere al papa una serie di lagnanze e di richieste di riforme che inficiarono completamente l'obiettivo del viaggio, dimostrando palesemente che quanto si era detto a Parigi relativamente al malcontento delle popolazioni soggette al papa era vero. A Bologna e anche negli altri maggiori centri della regione, gli esponenti più in vista delle classi dirigenti moderate si spesero per ottenere un'apertura che avrebbe forse potuto ancora salvare il potere temporale nelle Romagne. Minghetti aveva scritto al ravennate Giuseppe Pasolini in questo senso, evidenziando il disaccordo permanente tra le tendenze dei governanti e le aspirazioni oneste e liberali dei popoli, e denunciando abusi, legislazione imperfetta e il predominio dell'elemento ecclesiastico.

Il pontefice era paralizzato dal ricordo amarissimo del biennio 1848-’49 e della piega che avevano preso gli avvenimenti dopo la concessione della costituzione, e non intendeva modificare una posizione di totale chiusura: “Non ho il coraggio”, pare dicesse a Bologna al marchese Bevilacqua, per giustificare il suo rifiuto. Non maggiore fortuna avevano ottenuto nei giorni precedenti Antonio Casarini e nemmeno Marco Minghetti, che si spese fino all'ultimo per convincerlo dello stato miserando della vita nei suoi territori e della necessità di cambiare indirizzo. Minghetti riferì che il Papa gli era apparso "come l’uomo infastidito d’ogni novità, riluttante ad ogni riforma, deciso di seguir la sua via imperturbabilmente contraria all’idea italiana", e che il viaggio rappresentava l'ultima occasione per il Governo pontificio di rendersi bene accetto ai sudditi, altrimenti "il Piemonte sarebbe stato unico erede delle speranze italiane".
In effetti, il viaggio di Pio IX produsse l'effetto opposto a quello desiderato. La maggior parte dei moderati delle Legazioni, fino ad allora titubanti nell'abbandonare il papa, perse ogni speranza e si rivolse al Piemonte, come già facevano i liberali più convinti. La differenza tra il 1849, quando le vecchie dinastie riuscirono a tornare in sella dopo le rivoluzioni democratiche, e il 1859, fu nell'atteggiamento dei moderati, legittimisti prima, favorevoli all'annessione al Regno di Sardegna dieci anni dopo. Ciò spiega in buona parte anche il carattere assolutamente pacifico e privo di turbolenze che caratterizzò la caduta del regime pontificio, rimpianto solo dai più fervidi legittimisti, in netta minoranza.
Verso l'Unificazione: La Seconda Guerra d'Indipendenza e l'annessione
Questo esito fu in forse fino all'ultimo. Cavour aveva chiara la consapevolezza che il piccolo Piemonte non poteva presentarsi a una seconda sfida contro l'Impero Asburgico senza un potente alleato che gli evitasse le dolorose sconfitte del 1848-’49. Napoleone III, dal canto suo, ambiva a fare della sua Francia la nuova potenza egemone nel continente e poteva contare su un'Austria più isolata di prima del Congresso di Parigi per la freddezza dei rapporti con l'altro grande pilastro della conservazione del sistema post napoleonico, la Russia, uscita umiliata dal congresso. Fu non a caso l'imperatore francese che lanciò a Cavour la proposta di un abboccamento a Plombières, dove furono poste le basi per la Seconda Guerra d'Indipendenza.
Per sostenere il suo piano, Cavour si appoggiò alla Società Nazionale che creò comitati nelle Legazioni e cominciò a operare secondo gli scopi prefissati: raccogliere armi e volontari da spedire verso il Piemonte in vista della guerra contro l'Austria. La preoccupazione cavouriana era evidente: contrapporre una nutrita forza militare non solo al nemico asburgico, ma anche al potente amico transalpino, per evitare di finire preda di un nuovo potente padrone.
In Romagna l'estensione della Società Nazionale fu in effetti più difficoltosa che a Bologna, non per l'opposizione, ormai evanescente, del potere pontificio, incapace di porre un freno alla polarizzazione antipapale delle migliori energie del territorio, quanto per la diffidenza esistente tra moderati e democratici, assai forti nelle Legazioni di Ravenna e Forlì. Lo stesso Cavour aveva espresso al bolognese Casarini le preoccupazioni derivanti dalla situazione romagnola, doppiamente delicata, perché soggetta al pontefice e dalla forte carica rivoluzionaria, temendo che eventuali disordini potessero pregiudicare la buona riuscita globale dell'impresa.
L'Esodo Pacifico e la Nuova Organizzazione Militare
Nella primavera del 1859, la situazione nelle Legazioni era ormai pronta ad esplodere. A marzo, alcuni studenti dell'Università bolognese furono costretti alla fuga in Piemonte per aver apertamente manifestato sentimenti patriottici. Alcuni caffè cittadini, luogo di ritrovo dei liberali, furono chiusi dalle autorità. La caduta del vecchio potere avvenne così in maniera che sembrò naturale, pacificamente, anche per gli accordi presi con le truppe pontificie presenti per un loro esodo pacifico. A Lugo, per esempio, il capitano dei gendarmi pontifici, dopo aver rifiutato l'invito della nuova rappresentanza municipale di aderire al nuovo sistema politico, si accordò con essa per lasciare la città nella più perfetta tranquillità, conducendo con sé la truppa di cento gendarmi. Gli uomini della Società Nazionale scesero per primi nelle piazze con il tricolore in mano tra scene di giubilo da parte della popolazione, non prima, come a Bologna, di essersi assicurati che gli austriaci avessero realmente lasciato la città per portarsi a nord del Po. I ricordi del 1848-’49 continuavano a essere presenti nella mente dei liberali, per cui grande attenzione fu posta all'unitarietà del movimento e a prevenire qualsiasi possibile violenza o tumulto sociale. Fu un grande successo: le Romagne, la regione turbolenta per eccellenza, conobbe una rivoluzione pacifica e ordinata, come mai era stata nella sua storia.
La SECONDA GUERRA d’INDIPENDENZA ITALIANA
Il 30 e il 31 maggio furono giorni decisivi per l'andamento della guerra. L'invasione del Piemonte da parte delle truppe franco-sarde ebbe inizio attraverso il ponte sul Ticino a Gravellone, presso Pavia, estendendosi nel Novarese sino a Vercelli e alla stessa Novara, raggiunta il 30 aprile. Tortona, Castelnuovo e Pontecurone videro anch'esse movimenti militari. Le truppe si spinsero poi oltre il Sesia, sino a Santhià. Il corpo di spedizione francese arrivò, con la cavalleria del V Corpo d'Armata. La sera del giorno 31 quasi tutto l'esercito franco-sardo aveva passato il Sesia. Lo scontro decisivo che segnò la fine del conflitto avvenne il 24 giugno a Solferino e a San Martino, coinvolgendo l'Imperatore d'Austria Francesco Giuseppe.
Nei Ducati si instaurarono governi provvisori, e in Toscana il granduca si schierò a favore dei dimostranti, invitando il re Vittorio Emanuele ad assumere la dittatura della Toscana. Fu inviato un commissario straordinario del Re Vittorio Emanuele per la guerra d'indipendenza a Firenze. Nel frattempo, nelle Legazioni, la Guardia Nazionale svolse compiti di mantenimento dell'ordine pubblico, con uomini inviati a Mirandola il 19 e 20, a Guastalla, Brescello e Novellara il 23, e a Correggio.
In questo contesto, la divisione toscana passò agli ordini di Garibaldi. Si discusse anche di includerla nel progettato Regno dell'Italia Centrale sotto il trono del cugino principe Napoleone. Il generale Manfredo Fanti, che aveva temporaneamente lasciato l'esercito piemontese, fu nominato vice comandante. Assunsero la carica il 24 settembre, con Fanti come comandante generale e Garibaldi a capo di una delle divisioni. L'organizzazione militare prevedeva il "Corpo dell'Armata Centrale" (generale Fanti), le "Colonne Mobili della Romagna" (generali Roselli e Colonnello De Angelis), l'"11° Divisione" (ex Divisione Toscana, generale Ulloa), la "Brigata Modena" e la "Brigata Reggio" (ex Cacciatori della Magra, generale Sacchi), con il generale Ribotti a capo del settore dal fiume Crostolo al Panaro e il secondo dal Panaro alle foci del Po. Il 26 dicembre 1859, l'Esercito della Lega assunse la denominazione di "R.R. Armata dell'Italia Centrale". A metà febbraio del 1860, il generale Fanti rientrava nell'esercito piemontese, completando il processo di integrazione e preparando il terreno per l'annessione delle Legazioni al Regno di Sardegna.
A completamento di questo quadro, una rara raccolta di opuscoli, datata 1831-1832 e strutturata in volumi, offre una testimonianza significativa del malcontento diffuso e delle richieste di riforme nelle Legazioni. Essa include testi che vanno dalle dediche ai liberali, alle istruzioni per il popolo italiano, agli appelli ai Romani e agli Italiani, fino a promemoria che dichiarano le "giuste querele delle provincie insorte contro il governo papale e le loro domande". Questi scritti denunciavano "l'inefficienza finanziaria, il disordine amministrativo e il caos nell'ordine pubblico" che affliggevano i domini pontifici, prefigurando la successiva caduta del potere temporale e l'annessione al Regno di Sardegna.
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