La rappresentazione della Crocifissione è un tema ricorrente nell'arte sacra, affrontato da numerosi artisti attraverso i secoli con stili e interpretazioni diverse. Questa tematica si concentra su soggetti sacri, in particolare la figura di Cristo, spesso affiancato da angeli e arricchito da simboli della passione come calici, lance e la spugna.

La Crocifissione e la sua attribuzione a Lorenzo Monaco
Una delle opere più significative sul tema è una tavoletta raffigurante la Crocifissione, che faceva parte, come ricorda il Siren (1905), di una pala d'altare originariamente collocata in San Iacopo Sopr'Arno (o S. Jacopo dei Barbetti), menzionata anche dal Vasari. Questa pala d'altare comprendeva anche la Vergine dolente (Inv. 1890 n.2169) e il San Giovanni Evangelista (Inv. 1890 n. 2140).
Modifiche e datazione dei pannelli
I tre pannelli originali furono modificati nei contorni e dotati di cornici rococò nel Settecento, in seguito allo smembramento della pala d'altare. L'attribuzione al corpus di Lorenzo Monaco è stata ampiamente accettata dalla critica successiva, con una datazione oscillante tra il 1400 e il 1414. Tuttavia, Eisenberg (1989) le considera opere di bottega, eseguite da un aiuto su disegno di Lorenzo Monaco. Le somiglianze con il gruppo della Crocifissione di S. Giovannino dei Cavalieri suggeriscono una datazione più precisa, intorno al 1415.
Il Messale 10075 e la miniatura della Crocifissione
Un'altra importante rappresentazione della Crocifissione è una miniatura presente nel Messale 10075, realizzato per la pieve di San Pietro in Mercato, vicino a Montespertoli, su commissione della famiglia Machiavelli. Il calligrafo Don Antonio, rettore della chiesa di Santa Maria de Ferrano, ha lasciato un colophon a c. 179r che data la scrittura del codice al 1° marzo 1418, ponendo quindi un terminus post quem al 1419. La miniatura della Crocifissione a c. 127v, resa nota nel 1917 da Pietro Toesca, è stata ritenuta coeva alla scrittura e opera di un seguace di Lorenzo Monaco.

Descrizione della miniatura
La pagina, priva di righe di testo, è interamente occupata dalla rappresentazione della Crocifissione. La scena è isolata da una cornice con decorazione geometrica a piccole losanghe rosse e azzurre alternate a un motivo diamantato verde, con dimensioni identiche allo specchio di scrittura. Il fondo è in foglia d'oro e al centro si erge la croce con Cristo crocifisso, il cui corpo livido e segnato dalla morte è evidenziato dalla corona di spine e dal nimbo crocesegnato, con sangue che sgorga dalle ferite. Egli indossa un perizoma panneggiato e mosso dal vento. Ai lati della croce, due angiolini commossi e in alto il cartiglio con l'iscrizione INRI.
Ai piedi della croce si trovano la Madonna e San Giovanni Evangelista. La Vergine, coperta da un ampio mantello azzurro e con le mani incrociate, sembra distogliere lo sguardo dal Crocifisso, volgendo la testa nella direzione opposta per non vedere la sofferenza del figlio. Giovanni, invece, ha lo sguardo rivolto verso Cristo e indossa un ampio mantello color porpora e una tunica verde. La scena è ambientata in un paesaggio roccioso, animato da poche piante che spuntano dalle rocce, disposte come due quinte che seguono l'andamento delle figure e isolano al centro la croce.
Attribuzione della miniatura
La cornice a finto mosaico della miniatura è analoga a quella presente nei pilastri dell'Incoronazione della Vergine degli Uffizi, eseguita da Lorenzo Monaco nel 1414. La tecnica, con pennellate fitte e sottili, richiama quella della pittura su tavola. L'attribuzione delle miniature è controversa, con almeno due artisti coinvolti nell'illustrazione. L'autore della Crocifissione, realizzata tra la scrittura del testo (1419) e il completamento delle iniziali (1426), è stato identificato da Roberto Longhi (1940) con Francesco d'Antonio, attribuzione con cui concorda anche Tartuferi (2006), mentre Kanter (1994) ha proposto la mano di Matteo Torelli. La Scudieri (2003) suggerisce una vicinanza all'affresco con lo stesso soggetto che, a suo parere, non è riferibile a Francesco d'Antonio ma a un collaboratore, seguace di Lorenzo Monaco.
La Crocifissione nella Galleria Borghese
Un dipinto raffigurante la Crocifissione, inizialmente avvicinato alla maniera di Marcello Venusti, è stato successivamente assegnato a un anonimo artista spagnolo, eseguito probabilmente alla fine del XVI secolo. L'opera raffigura Cristo sulla croce tra Maria e Giovanni Evangelista, il cui schema deriva certamente da una perduta composizione di Michelangelo Buonarroti.
Storia e provenienza
Questo dipinto è stato confuso dalla critica con un'opera su tavola appartenuta ai Borghese e finita nel XIX secolo nelle raccolte di Luciano Bonaparte. Secondo una vecchia ipotesi scartata, la tela proverrebbe dall'eredità di Lucrezia d'Este. Tuttavia, come dimostrato da Wiecker (1977), si trattava di un altro quadro di uguale soggetto, confluito nella collezione Bonaparte e qui rubato. Il dipinto della Galleria Borghese è identificabile solo a partire dal 1833, descritto inizialmente come opera di autore ignoto e in seguito variamente avvicinato a Girolamo Muziano, Michelangelo Carducci e a un anonimo seguace di Marcello Venusti.
Descrizione e iconografia innovativa
Il soggetto del dipinto è trattato secondo un'iconografia innovativa che conferisce particolare rilievo al gruppo centrale con la Madonna addolorata e San Giovanni Evangelista, tanto che l'opera è anche detta Lamentazione ai piedi della croce. Gesù Cristo crocifisso, non frontale ma spostato sulla destra, presenta un corpo con un incarnato chiaro e un ampio perizoma che si avvolge, si gonfia e si annoda, accompagnando e addolcendo l'angolo delle gambe piegate sulla croce.
L'affresco "Il pianto degli angeli" a Città della Pieve
Nella sala della Crocifissione dell'Oratorio San Bartolomeo a Città della Pieve è possibile visitare l'affresco "La Crocifissione", più comunemente chiamato "Il pianto degli angeli". Questo dipinto, risalente alla seconda metà del XIV secolo, è attribuito a Jacopo Di Mino del Pellicciaio (Scuola Senese) e misura circa 9 x 7 metri.

Dettagli della composizione
L'affresco raffigura il Redentore Crocifisso e morente, circondato da sei coppie di Angeli in atteggiamento costernato, addolorato o di devoto raccoglimento. La coppia più in basso asciuga il pianto con le mani. Al centro sono raffigurati due Profeti (Isaia e Daniele) che predicono la Passione e morte del Messia, e due Evangelisti (Giovanni e Marco). In piedi in basso, da sinistra a destra, assistono: S. Antonio da Padova, S. Bartolomeo Apostolo, la Madonna, S. Giovanni Evangelista, S. Francesco d'Assisi, S. Ludovico, Vescovo di Tolosa. Lo stile è ancora bizantineggiante, con figure stilizzate e occhi a mandorla, senza prospettiva. In alto è dipinto il "pellicano" che apre il petto per nutrire i suoi piccoli, simbolo di Cristo che dona la sua Carne e il suo Sangue nell'Eucaristia.
Interpretazione e simbolismo
La composizione, di grande maestosità, presenta il Redentore pendente dal legno, con il volto reclinato sulla destra e un'espressione vivissima soffusa dal pallore della morte. La grande croce è conficcata a terra e sorretta da zeppe alla base. Il pellicano mistico simboleggia l'infinita carità del Salvatore. I dodici angeli circondano il Redentore Crocifisso e piangono l'atroce morte del Giusto, disposti simmetricamente. I volti degli angeli, atteggiati a devota contemplazione, esprimono scoramento e pietà. Immediatamente sotto, quattro figure con aureole, poste sopra nubi multiformi, indicano il Redentore con la mano destra e sostengono una cartella bianca con leggende in caratteri gotici. Sono due Profeti e due Evangelisti, che offrono un contrapposto tra Antico e Nuovo Testamento. In basso, sei figure di grandezza più del naturale assistono alla scena: la Vergine Addolorata e l'Apostolo prediletto esprimono lo strazio dell'anima, mentre altre figure come S. Francesco, S. Ludovico, S. Bartolomeo e S. Antonio di Padova completano la composizione.
Condizioni e attribuzione
Il quadro ha subito le ingiurie del tempo, con la scomparsa del fondo di oltremare e la permanenza del verde e del paonazzetto usati per la preparazione. I caratteri di questo affresco, che rappresenta una delle cose più interessanti di Città della Pieve per la grandiosità della composizione, sono quelli propri dell'arte del Trecento. Confrontando questo dipinto con quelli della Chiesa di S. Francesco di Asciano, si nota una grande affinità. L'autore del quadro è probabilmente Nicola di Bonifazio Senese, che prese dimora a Castel della Pieve verso la fine del 1300.
La Crocifissione nella Cripta di S. Casto
Un affresco con la Crocifissione è l'unico reperto pittorico della Cripta di S. Casto, insieme a quello raffigurante un Santo diacono e ad alcuni frammenti di dipinti ornamentali. La superficie dell'affresco è suddivisa in due rettangoli confinanti, evidenziati da bordure rosse. Il rettangolo di sinistra, più largo, comprende la scena della Crocifissione; quello di destra la figura di un Santo Monaco.
Descrizione dell'affresco
Nella Crocifissione, al centro e frontale, è raffigurato Cristo crocifisso, fiancheggiato dalla Vergine a sinistra e da Giovanni a destra, in piedi. Di Cristo sono scomparsi il braccio destro e la parte superiore del capo, inclusi gli occhi. Ha la barba e una capigliatura fluente, il capo reclinato sulla spalla destra, i fianchi coperti da un ampio perizoma bianco ombreggiato in nero e ornato anteriormente a strisce verticali rosse e verdi. I piedi sono sovrapposti e trafitti da un chiodo, le mani inchiodate al centro delle palme dalle quali scendono rivoli di sangue, il costato evidenziato da forti ombreggiature.
Datazione e interpretazioni critiche
Il Galluppi (1940) colloca cronologicamente questi reperti al XIV secolo, datazione confermata dalla Trombetta (1971), che nella seconda edizione del suo testo (1984) li data alla seconda metà del XIII secolo, riconoscendo una "maniera pittorica che porta a superare le aride regole bizantine" trovando sostegno nella corrente romanico-gotica. La Mortari (1984) li data al XII-XIII secolo. Il Ferrara (1990) data la Crocifissione al IX secolo, basandosi su un confronto con l'analoga scena della Cripta di S. Vincenzo al Volturno (824-843), attribuendone la realizzazione ai Benedettini Vulturnensi. Da tale conclusione consegue che il Santo Monaco dovrebbe essere identificato con S. Benedetto da Norcia, fondatore dei Benedettini, sebbene rappresentato con la veste talare bianca anziché nera. Tuttavia, il confronto con la Crocifissione di S. Vincenzo al Volturno non risulta convincente a causa di differenze stilistiche, suggerendo una datazione successiva, probabilmente intorno alla seconda metà del XIII secolo.
Il Crocifisso di Giambologna e Maria Maddalena di Hans Reichle
La navata di una chiesa dispone di un chiaro asse centrale che guida dal Pantocratore bambino, al di sotto della galleria, fino al Re dell'universo che torna alla fine dei tempi, situato sulla sommità dell'altare maggiore. Quest'asse simboleggia il cammino della vita e della passione di Gesù, un cammino che raggiunge la gloria attraverso la croce. Il Crocifisso, opera dell'artista fiamingo-italiano Jean de Boulogne, detto Giambologna, centra l'intero spazio della chiesa.

Idealizzazione rinascimentale e simbolismo
Questa scultura di bronzo è stata realizzata secondo l'ideale di bellezza vigente nell'epoca del Rinascimento. Le mani e i piedi del Crocifisso sono inchiodati sulla croce, ma il suo corpo si mostra illeso e bello, senza difetto. Si tratta della visione credente di una realtà interiore che rivela nel paradosso del Martirizzato l'amore di Dio: un amore che trasforma tutto. Questo corpo preannunzia ciò che significa "risurrezione della carne", indicando che in ogni eucaristia il Risorto raduna i suoi al sacro convito. La comunità celebra la presenza del Signore, colui che guida verso l'unità, che rafforza la fede e che dona un futuro, anche al di là della morte.
Maria Maddalena ai piedi della croce
Ai piedi della croce, in ginocchio, si trova Maria Maddalena. La sua scultura fu realizzata dal tedesco Hans Reichle, discepolo di Giambologna. La Maddalena è simbolo dell'anima credente, bisognosa di redenzione. Con uno sguardo fervente e pieno di dolore, cerca il volto di Gesù: è da un tale intimo affetto con Cristo che vive la fede cristiana. Gli esercizi spirituali di Sant'Ignazio sono volti a condurre proprio a questo, e l'architettura di San Michele, con tutte le opere d'arte presenti nella chiesa, è permeata da questo spirito.
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