La grandiosa pala absidale di Giambattista Tiepolo, intitolata "Santa Tecla che prega l’Eterno Padre", è un’opera di eccezionale valore storico-artistico conservata nel Duomo abbaziale di Santa Tecla ad Este. Questo olio su tela di ben 6.84 x 3.94 metri, occupando quasi 27 metri quadrati, è riconosciuto dalla maggior parte dei critici come il capolavoro religioso del Tiepolo.

Contesto storico e artistico dell'opera
Il soggetto dell’opera fu suggerito indirettamente nel 1748 dal cardinale e vescovo di Padova, Carlo Rezzonico, che volle la rimozione della pala del presbiterio raffigurante la canonizzazione di san Lorenzo Giustiniani, opera di Antonio Zanchi del 1702 (ora visibile in sacrestia). Fu lo storico estense Isidoro Alessi, seguendo l’orientamento del cardinale vescovo, a proporre al Consiglio della Magnifica Comunità l'idea di rappresentare "Este in prospetto e Santa Tecla in atto di raccomandarlo a Dio".
Una particolarità distintiva di questa pala è la sua tensione su un telaio curvo, progettato per seguire l’andamento dell’abside, una caratteristica che ha tuttavia creato notevoli difficoltà di conservazione e richiesto numerosi interventi di restauro nel corso dei secoli.
La lunga storia dei restauri e della conservazione
I primi tentativi di recupero e le sfide
Già alla fine dell’Ottocento, la comunità atestina si accorse del progressivo annerimento del capolavoro. L’arciprete, con l'aiuto di volontari, tentò una rudimentale "pulitura" con acqua calda e spugne. I tre grandi restauri successivi, avvenuti nel 1893, nel 1924 e nel 1932, non riuscirono a risolvere il problema in modo definitivo, nonostante puliture aggressive, foderature, velinature, stuccature e ridipinture.
Il primo restauro del 1893 tentò una soluzione radicale, staccando la tela dal tavolato originario e portandola su un supporto planare per consentire la circolazione dell’aria e risolvere i problemi di "spanciamento" dovuti alla forma concava. Questa soluzione non funzionò efficacemente.
Nel 1924, la grande "Santa Tecla", che occupa una superficie di 30 metri quadri, fu "ricoverata" a Palazzo Ducale a Venezia per essere rifoderata e collocata in un apposito telaio ricurvo, e in quella stessa occasione fu realizzata una nuova cornice dorata in oro zecchino. Anche questo intervento non risolse definitivamente la questione, portando a un nuovo restauro nel 1932, svoltosi nella sacrestia del Duomo di Este senza spostare la tela dalla sua città. Dai documenti di questo periodo emerge la preoccupazione che la pulitura del Tiepolo fosse in alcuni punti troppo radicale. Questo fu comunque l'ultimo intervento profondo prima dei tempi recenti.
Gli spostamenti durante le Guerre Mondiali
Altre due partenze del Tiepolo estense si verificarono in occasione delle guerre mondiali: dopo Caporetto, quando l’opera venne smontata dal telaio dritto, rullata, imballata, caricata su un camion e portata fino a Roma, e nuovamente nel 1944, per motivi di sicurezza.
Il recupero radicale del XXI secolo
Finalmente, nel 2012, è arrivato il momento di un recupero radicale. Le fasi di smontaggio della pala dall’abside del Duomo nel 2012 furono seguite con trepidazione, poiché si sapeva che l’assenza sarebbe stata lunga e la cura complessa. Dopo sette anni, il capolavoro di Giambattista Tiepolo è tornato a casa. Durante questo periodo, la pala ha intrapreso un lungo cammino di restauro, intervallato dalla mostra tiepolesca di Villa Manin di Passariano e condotto per la maggior parte del tempo nell’ambiente messo a disposizione dal Comune di Sarmede.
«Mentre era a Sarmede - spiega l’architetto Claudio Seno, vicedirettore del Servizio diocesano per l’arte sacra e i beni culturali ecclesiastici, che ha coordinato le complesse operazioni di intervento e di spostamento - la tela è stata sottoposta a un’accurata pulitura della pellicola pittorica, liberata da tutti i depositi di polvere e fuliggine e i vecchi interventi che avevano nascosto completamente le delicate ma brillanti colorazioni originarie.» Un lavoro certosino, poiché il restauratore, Franco Dal Zotto, ha lavorato su tasselli di un centimetro quadro per volta, intervenendo solo a microscopio, riuscendo a ritrovare colori che da più di un secolo si stavano cercando di recuperare. Questa operazione ha avuto una grande valenza culturale, attirando numerosi visitatori al cantiere di restauro.
Nel 2015 la Parrocchia di Santa Tecla ha stipulato un contratto con il Comune di Sarmede, che, grazie alla disponibilità del sindaco Larry Pizzol, ha messo a disposizione e attrezzato gratuitamente un ambiente idoneo. A conclusione dei lavori previsti, è stato organizzato il rientro della tela a Este per la seconda parte del restauro, che si articolerà in tre fasi.
«Anzitutto - spiega ancora Seno - ora comincia il lavoro sul retro del dipinto, per comprendere la situazione delle foderature applicate per dare consistenza alla tela originale: in accordo con la Soprintendenza bisognerà decidere se eliminare completamente le tele di rifodera e applicarne nuove oppure aggiungere ulteriori tele di sostegno.» La seconda fase riguarderà la sistemazione e il restauro del telaio. Come previsto dalla nuova convenzione firmata dalla Parrocchia con il Museo Nazionale Atestino e il Comune di Este, la tela è stata collocata in un posto molto visibile, la Sala delle Colonne, in modo che le operazioni di restauro del retro del dipinto siano eseguite in un "cantiere aperto". La tela è giunta l’8 febbraio, e la disponibilità della sala è accordata fino al 30 giugno, con possibilità di slittamento, in caso di necessità, fino a tutto agosto. La ditta delle restauratrici Valentina Piovan e Francesca Faleschini eseguirà questa seconda fase del restauro.
Tutte queste operazioni hanno richiesto un accurato lavoro di squadra: oltre alla diocesi, attraverso il Servizio per l’arte sacra, che ha coordinato la parte burocratica per gli aspetti organizzativi e assicurativi, c’è stato il pieno coinvolgimento della ditta di restauratrici e l’interessamento e la partecipazione attiva della Soprintendenza nelle persone di Elisabetta Francescutti, per gli interventi attuati a Sarmede, Monica Pregnolato e Luca Maioli, che hanno seguito tutte le fasi del lavoro da Sarmede a Este. Il finanziamento della prima fase ha visto la partecipazione della regione Friuli Venezia Giulia, attraverso Villa Manin di Passariano, del Ministero attraverso la Soprintendenza per studi e indagini diagnostiche, della Parrocchia e del Comune di Este, con un contributo diretto e con l’iniziativa "Aspettando il Tiepolo", che ha consentito di raccogliere una cifra considerevole.
Ora il capolavoro di Giambattista Tiepolo è tornato a casa, nella sala delle Colonne del Museo Atestino, anche se ci vorranno vari mesi per vederlo tornare nel Duomo per cui è stato concepito e altri ne serviranno per vederlo campeggiare al suo posto d’onore, sopra l’altar maggiore. In compenso, gli estensi che hanno voluto visitarlo nel cantiere aperto di restauro sono rimasti sicuramente stupefatti dalla sua bellezza ritrovata. Attualmente è già possibile ammirare la Pala di Giovanni Battista Tiepolo in tutto il suo splendore e il frutto del prezioso e meticoloso restauro.
Analisi dettagliata dell'opera "Santa Tecla che prega l’Eterno Padre"
L’opera raffigura Dio Padre, attorniato in cielo dai suoi angeli, mentre disperde con la sua forza l’ombra della morte e del male, rappresentata nella figura oscura che si allontana verso il basso a sinistra. La presenza di Dio si rivela tra le nubi del cielo come un’epifania, uno svelamento, una rivelazione, con un tocco di solennità e forza dato dal pittore. La figura di Dio avanza di fianco tra gli angeli, e il pittore conferisce profondità e movimento a tutta la scena. Con il braccio sinistro, Dio avvolge il mondo intero ad indicare che è animato solo da bontà e misericordia, sostenendo e avvolgendo il mondo con l’aiuto degli angeli, evidenziando un senso di protezione e difesa. Con il braccio destro, Dio agisce nella storia, portando benedizione e allontanando ogni male che minaccia il mondo e in particolare la città di Este. Dio è raffigurato con colori vivi, intensi: il giallo oro, l’azzurro che prende i riflessi chiari del celeste e avvolge tutta la figura di Dio, il rosa pallido della veste e il bianco luminoso delle nuvole.
Nella parte bassa del dipinto compare Santa Tecla: non è ritratta in un atteggiamento trionfale ma in umile preghiera, in ginocchio, con le mani raccolte e gli occhi rivolti al Padre. Le sue braccia sembrano cadere sulle ginocchia, quasi lei stessa ferita e oppressa dal dolore che vede intorno. Il suo volto è rivolto verso il cielo in contemplazione dell’azione di Dio a favore della situazione di sofferenza degli uomini, un volto che, insieme con l’invocazione, esprime fiducia e abbandono. Santa Tecla indossa vestiti carichi di luce: un giallo dai riflessi d’oro, un rosso intenso, un bianco ricco di sfumature. Sprazzi di luce sulle pieghe e sugli orli delle vesti rendono la figura della santa piena di luce e di movimento: la luce divina e la sua azione si riversano su tutta la realtà e Santa Tecla, vedendola, la accoglie con fiducia. La preghiera di Santa Tecla è ascoltata e Dio agisce nella storia con un’azione che scaccia ogni male.

La rappresentazione della peste e della città di Este
La peste è rappresentata da una figura contorta che precipita sulla sinistra, allontanata dalla forza dell’azione divina, raffigurando in generale ciò che vuole fare del male all’uomo. I toni smorti del colore usato fanno da contrasto con i colori intensi della figura di Dio e di Santa Tecla, e la peste sembra precipitare senza controllo verso l’abisso, portando con sé tutto il male e la disgrazia della pestilenza.
Sullo sfondo si riconosce la città di Este con alcuni suoi monumenti, come il Duomo, il campanile, il Palazzo del Principe sul colle, il Castello Carrarese e la Torre di Porta Vecchia. La luce che viene dall’azione forte di Dio sembra illuminare il paesaggio come dopo un pericoloso temporale. In lontananza si scorge un corteo che va a seppellire un morto. Vicino a Santa Tecla, due persone si disperano con le mani sul volto e sul capo. Più in là, altre due persone indicano con un dito puntato qualcosa in lontananza: una di loro si tura il naso con le dita per non sentire l’odore intorno. In primo piano, sulla destra in basso, una bambina piange appoggiando le braccia sopra il corpo della madre ormai morta: sembra chiamarla piangendo. Questa è la descrizione del dolore e della morte portata in città dalla peste del 1630-1631.

Giambattista Tiepolo: Vita, opere e stile
Giambattista Tiepolo (o Giovanni Battista o Zuan Batista) nasce a Venezia il 5 marzo 1696 e muore a Madrid il 27 marzo 1770. Pittore di affreschi molto ricercato, ha lasciato un corpus di opere magnifico tra Italia, Germania, Svezia, Russia e Spagna, ed è considerato l’ultimo grande pittore veneziano di grandi affreschi del periodo barocco.
Formazione e primi lavori
La sua prima formazione iniziò all’età di 14 anni nello studio del veneziano Gregorio Lazzarini (1655-1730), da cui apprese i primi rudimenti e il gusto per il grandioso e teatrale nelle composizioni. Ben presto si diresse verso la cosiddetta "pittura tenebrosa" di Federico Bencovich e di Giovanni Battista Piazzetta. Il primo lavoro importante del pittore fu per il Palazzo Vescovile di Udine, dove emerse il suo stile personale, capace di creare un nuovo rapporto forma/luce/colore, che sottolinea la solidità e il plasticismo della figura umana, anche con l’uso di tinte esaltate dalla luce solare. Al ritorno da Udine, dove aveva eseguito anche affreschi nel Duomo, fu a Milano (decorazioni nei palazzi Archinto e Dugnani, 1731), a Bergamo (Cappella Colleoni, 1732-33) e a Vicenza (Villa Loschi-Zilieri). Accanto ai numerosi dipinti di soggetto profano, a questo periodo risalgono importanti realizzazioni per le istituzioni religiose di Venezia, come gli affreschi per la chiesa dei Gesuati (1737-39) e i dipinti per la chiesa del Carmine.
Le commissioni europee e lo stile maturo
Nel 1747 lavorò per la decorazione del Palazzo Labia a Venezia, una lunga serie di 13 rappresentazioni di scene dalle vite di Antonio e Cleopatra. Chiamato a Würzburg, in Germania, nel 1750 dal principe vescovo Carlo Filippo di Greiffenklau, realizzò la decorazione della residenza con l’aiuto dei figli Giandomenico e Lorenzo, attivi nella sua bottega. La decorazione, da molti ritenuta il suo capolavoro assoluto, raggiunge un effetto fastoso nel salone ornato di stucchi bianchi e oro, e ancora di più nella volta dello scalone, con la grandiosa rappresentazione dell’Olimpo con le quattro parti del mondo. Nel 1753 tornò a Venezia, dove lavorò a numerosissime commissioni di ogni genere: del 1757 sono gli affreschi di Villa Valmarana presso Vicenza, mentre a Venezia dipinse in Palazzo Ducale (Nettuno offre doni a Venezia, 1748-50) e per nobili famiglie veneziane (affreschi in Ca’ Rezzonico, 1758).
Nel 1762 la fama ormai internazionale di Giambattista Tiepolo lo condusse a Madrid, con i suoi figli, a decorare il palazzo del re Carlo III. Qui eseguì anche un altro imponente affresco, l’Apoteosi della Spagna o l’Apoteosi della monarchia spagnola.
Caratteristiche stilistiche
Dinanzi a un suo affresco si è subito pervasi dal senso di levità che il pennello ha saputo creare con virtuosistica mobilità nelle linee soffici e nei colori delicati. I tagli compositivi e i giochi di luci e ombre, che si accordano perfettamente alle ampie dimensioni di soffitti, pareti e pannelli, non sopraffanno lo spettatore ma lo elevano e lo trasportano in alto, su quelle nuvole che tanto spesso accolgono i Santi da lui rappresentati. Tiepolo trova il modo di esprimere la vivacità del movimento con toni chiarissimi, armonizzati in un raffinato riverbero avorio. Le sue composizioni si aprono sempre più su scenografie prospettiche, alle quali corrisponde l’ardimento cromatico delle tinte ariose ed eccitate.
Di notevole importanza è anche l’opera grafica di Tiepolo; di grande interesse sono i suoi disegni (conservati soprattutto a Londra, Firenze, Stoccarda, Venezia, Trieste), che seguono la sua evoluzione stilistica e ne rivelano la straordinaria fantasia e la vena satirica.