La Visione di Italo Svevo: Malattia, Inettitudine e Ricerca di Sé

Italo Svevo, pseudonimo di Ettore Schmitz, ha offerto nella sua opera una prospettiva unica e spesso controintuitiva su concetti fondamentali come la malattia, la salute, l'amore e il ruolo dell'individuo nella società. Il suo sguardo penetrante ha elevato la malattia a una condizione quasi sacra, vedendola come qualcosa di profondamente positivo, in quanto capace di avviare alla vera conoscenza di sé. Come egli stesso afferma attraverso i suoi personaggi: “La salute non analizza se stessa e neppur si guarda nello specchio.”

Ritratto fotografico di Italo Svevo

La Malattia come Strumento di Autoconoscenza

Nel contesto dei romanzi sveviani, la malattia non è semplicemente una condizione fisica o psicologica da curare, ma un catalizzatore per l'introspezione. È attraverso la nevrosi, il malessere, l'instabilità che i protagonisti sono costretti a guardarsi dentro, a interrogarsi sulla propria esistenza e sulle proprie scelte. Questa visione rovescia la concezione comune della salute come stato ideale, suggerendo che solo nella "malattia" si possano trovare le chiavi per una comprensione più profonda dell'io.

La coscienza di Zeno - Riassunto e spiegazione del libro

L'Inetto Sveviano: Zeno Cosini e Alfonso Nitti

I personaggi sveviani, in particolare Zeno Cosini de La coscienza di Zeno e Alfonso Nitti di Una vita, sono archetipi dell'inetto, una figura incapace di adattarsi alla vita, di prendere decisioni definitive e di agire con coerenza. Svevo è il primo autore a definire senza mezzi termini "inetto" il suo protagonista. Questi "vinti" sveviani si arrendono con graduale rassegnazione, a differenza dei vinti verghiani che tentano il tutto per tutto per vincere la loro condanna.

  • Alfonso Nitti: L'Impiegato con Velleità Artistiche

    Alfonso Nitti, impiegato di banca con velleità artistiche, incarna l'anima fragile e nervosa stretta nei corridoi di un ufficio, con il cuore che guarda ai grandi classici e alla scrittura. Nonostante coltivi progetti grandiosi, il suo temperamento timido e passivo lo porta a una rassegnazione passiva verso il lavoro, non trovando in esso alcuno slancio. Il senso di inadeguatezza e le frizioni interiori sono costanti, scatenando uno stato di nevrosi. Nulla, per Alfonso, è ciò che sembra, ma è sempre frainteso e viziato da suggestioni nervose. Il suo difetto è organico, una mancanza di capacità piuttosto che di buona volontà. A differenza dei naturalisti, il personaggio di Svevo dialoga principalmente con se stesso, combattendo un contesto sociale in cui l'anima soccombe e il desiderio inaridisce.

    La società in cui vive Alfonso è dominata da gerarchie rigide, dove i rapporti non sono paritari. La sua abortita scalata sociale, tentando di ingraziarsi Annetta, fallisce. Alfonso, "stratega senza alcuna capacità che possa supplire alla mancanza di mezzi", crolla di fronte alla vita, inabile a integrarsi o a sfruttarne le occasioni. Egli non ricerca il significato in sé stesso, ma negli altri, il cui rapporto è finalizzato alla sua validazione.

  • Zeno Cosini: L'Uomo Incerto e Contraddittorio

    Zeno Cosini viene spesso definito pazzo dal padre per la sua instabilità nelle scelte. Non avrebbe voluto sposare Augusta, la più brutta delle sorelle, e questa unione è il risultato di una sconfitta. Zeno, con le sue bassezze, debolezze e incapacità di rapportarsi agli altri, e la sua viltà di fondo, si sente più vicino al lettore rispetto a eroi imponenti. Non ha la maestosità di uno Stavrogin né assume il ruolo di simbolo come i K. di Kafka, perché le sue azioni mancano di presa, rimanendo in un limbo decisionale che lo spinge a fare e disfare continuamente.

Rappresentazione del contrasto tra Zeno e il padre

Il Rapporto Paterno: Conflitto e Affinità

Nel romanzo di Svevo è presente una profonda contrapposizione tra il protagonista e il padre. Zeno chiamava suo padre “vecchio Silva manda denari”, e solo con la malattia Zeno si legò a lui, prima non lo vedeva quasi mai e non c'era nulla in comune né intellettualmente né caratterialmente. Soltanto per quanto riguarda l'incapacità con gli affari e il commercio Zeno riusciva a individuare un'affinità con suo padre. La ciclicità narrativa evidenzia questa relazione, mostrando che il primo capitolo sulla morte del padre di Zeno ha corrispondenze con il quarto, dove muore Guido, con scene notturne e pioggia che si intensifica.

Matrimonio e Relazioni Complesse

Le relazioni amorose nei romanzi di Svevo sono spesso fonte di disillusioni e rivelazioni sulla natura umana. Ne La coscienza di Zeno, il matrimonio di Zeno con Augusta è un esempio lampante.

  • Zeno e Augusta: Unione di Sconfitta e Comprensione

    Augusta, la moglie di Zeno, è una figura femminile in cui viene valorizzata la dolcezza, la comprensione, la disponibilità all’assistenza e alla cura. Augusta credeva nella vita eterna, al contrario di Zeno Cosini. Era solita andare a messa di domenica e Zeno l'accompagnava per vedere come lei sopportava l'immagine del dolore e della morte. In realtà Augusta non provava dolore, anzi quella visita le trasmetteva serenità per tutta la settimana.

  • Emilio e Angiolina: Il Sogno Infranto dal Reale

    In Senilità, la relazione tra Emilio Brentani e Angiolina è un'ulteriore esplorazione delle illusioni amorose. Emilio nutre un sogno idealizzato di Angiolina, la quale, dopo un "sacro istante di tenerezza e di accordo spirituale", si rivela per quella che effettivamente è: calcolatrice e ingannatrice, non ciò che Emilio sognava. Il possesso della donna tanto desiderata si rivela una delusione, lasciando in Emilio un vuoto e un'insoddisfazione senza fine. Egli si spinge oltre il proprio sogno, tentando di dargli consistenza reale, ma la realtà non è all'altezza del sogno. Indignato dal contegno di Angiolina, Emilio spera che il possesso carnale possa mitigare la violenza del suo sentimento, ma il desiderio rimane intatto e la tendenza a ricostruire l'Ange ideale, inesistente nella realtà, persiste.

    L'intimità rende Angiolina più rozza e la allontana ulteriormente dal sogno di Emilio. Quando egli la costringe con violenza in un momento di rifiuto, lei risponde con un'occhiata di ammirazione, trasformandosi nella "femmina conquistata che ama il padrone".

La Critica alla Psicoanalisi

Svevo, pur interessato alle teorie freudiane, mantenne sempre uno scetticismo di fondo sulla capacità della psicoanalisi di risolvere i problemi esistenziali. Il romanzo stesso è una confessione scritta di un paziente, Zeno Cosini, preceduta dalla nota introduttiva del medico che l’ha tenuto in cura per la nevrosi, il dottor S. Il racconto è fatto in prima persona perché Svevo immagina un memoriale, una confessione richiesta dal dottor S prima della cura vera e propria. Tale memoriale è poi seguito da un diario in cui Zeno racconta di aver abbandonato la cura, che, come afferma Zeno, lo ha fatto stare "peggio di prima", rendendolo "malato e squilibrato più che mai". La cura non è stata affatto efficace, portando Svevo a non credere nella terapia psicoanalitica. La guarigione, secondo Zeno, non viene attribuita alla psicoanalisi, ma al denaro, ai soldi, alla ricchezza e al commercio.

Nel testo sveviano "confessare è mentire", e l'unica confessione di Zeno a cui si presta fede è l'affermazione che «una confessione in iscritto è sempre menzognera». Zeno si difende, evitando i sogni e i ricordi, e dando libero sfogo alle invenzioni e alle menzogne, come ammette nel diario. Forse per questo interrompe la cura, che, di fronte a una resistenza così tenace a superare la rimozione, non avrebbe mai potuto avere un esito positivo.

Illustrazione o simbolo della psicoanalisi

Uomo, Civiltà e Natura: Una Visione Pessimistica

La visione di Svevo sull'evoluzione della civiltà è profondamente pessimistica. L’uomo, con la civiltà e il progresso, si è sostituito alla natura, modificando l'ambiente naturale con l'artificio, mettendosi al posto degli alberi e delle bestie, inquinando l’aria e sostituendo il libero spazio con le città. L’uomo con la civiltà ha distrutto la natura e non l’ha rispettata.

Il Percorso Letterario di Italo Svevo e la Riscoperta

La carriera letteraria di Italo Svevo non fu limpida e regolare. Le sue opere furono lette e riconosciute solo tardivamente, dopo anni di rifiuti e un lungo silenzio. Trieste, sua città natale, pur favorevole allo sviluppo di un genio letterario come porto franco e crocevia di scambi culturali, restava una realtà chiusa in se stessa.

  • Una vita (1892): La Nascita dell'Inetto

    Il primo romanzo, *Una vita*, pubblicato a sue spese nel 1892 dopo essere stato rifiutato da Treves con il titolo provvisorio Un inetto, riflette chiaramente il terreno ostile in cui nasceva il "seme letterario" di Svevo. Alfonso Nitti, il protagonista, è un impiegato di banca con velleità artistiche, personaggio in cui si travasa parte del carattere di Ettore Schmitz e delle sue frustrazioni per un lavoro imposto. Alla pubblicazione seguirono pochi articoli e subito dopo il silenzio. Le copie furono per lo più acquistate da amici e parenti, e il romanzo non ebbe ristampa. Il tiepido riconoscimento smorzò l'entusiasmo e le speranze di Svevo.

  • Senilità (1898): Il Secondo Silenzio

    Nel 1898 Svevo pubblicò, sempre a sue spese, Senilità, con l'ansia di chi aspettava un "verdetto definitivo". Ancora una volta l'opera non ebbe risonanza, e le ambizioni letterarie osservarono un primo importante tentativo di repressione. Svevo si dedicò con rigore al lavoro e alla famiglia, scrivendo solo pensieri e riflessioni sparse.

  • La coscienza di Zeno (1923): Il Trionfo Tardivo

    Il successo de La coscienza di Zeno, pubblicato nel 1923, valicò il suolo italiano. È un caso esemplare di scrittura sommersa, di una vita necessariamente intrecciata alla penna. Come affermato da Montale, Svevo "può dirsi uno scrittore nato, anche se la sua vocazione subì quasi un ventennio di stasi". Esteriormente sembrava un impiegato diligente, ma parallela alla sua vita esteriore c'era una vita segreta in cui lo spirito si travagliava e si ricercava. La forza del suo "demone" letterario vinse ogni resistenza, sbocciando nella stesura dello Zeno, che trascinò con sé i precedenti volumi, riconsegnandoli a una meritata rivalutazione.

L'Incontro con James Joyce e la Riconoscenza

Un ruolo cruciale nella riscoperta di Svevo lo ebbe l'incontro con James Joyce. Ettore, che già conosceva il tedesco e il francese, sentì la necessità di imparare l'inglese e si rivolse a Joyce, suo insegnante a Trieste tra il 1907 e il 1914. Tra i due nacque una profonda amicizia e si scambiarono le reciproche prove letterarie. Svevo ebbe modo di leggere i Dubliners, mentre Joyce lesse Una vita e Senilità. L'apprezzamento dell'amico riscattò anni di dolorosa rassegnazione. Joyce, avendo conosciuto Italo Svevo giovanissimo quando quest'ultimo era già maturo, fu tra i primi a intuire la valenza letteraria della sua opera.

Lo scrittore irlandese incoraggiò Svevo a non demordere dai tentativi letterari e promosse il suo terzo romanzo presso circoli letterari esteri. Egli aprì distrattamente una lettera giunta da Parigi e, già all’intestazione, restò senza fiato leggendo: «Egregio signore e Maestro». Svevo non si era visto mai tanto raggiante. Doveva questa grande soddisfazione a James Joyce, lo scrittore irlandese che era riapparso come un astro benefico nella sua vita. Joyce lo accolse come un vecchio amico e volentieri sarebbe tornato a vivere a Trieste. Fu Joyce a instradarlo, sollecitando il collega a inviare il romanzo ai più quotati intellettuali dell’epoca. Il libro apparve in Francia pubblicato dalla Librairie Gallimard, casa editrice che stampava tutte le sue opere. Anche il sentirsi chiamare il «Proust italiano» lo stupiva, pur non avendo conosciuto le opere di questo scrittore. La fama gli permise di avere un compenso tangibile per la sua fatica letteraria.

Foto di James Joyce

Svevo e i Grandi Contemporanei: Affinità e Distanze

Svevo si inserisce in un periodo letterario particolarmente fecondo, quello tra le due guerre mondiali, che vide l'emergere di autori come Joyce, Proust, Musil e Kafka. Pur non affermando che Svevo abbia scritto il suo romanzo dopo aver letto questi autori (o viceversa), il lettore odierno può percepire "echi" comuni. Il tragico destino di solitudine, impossibilità e morte prematura di personaggi come Amalia in Senilità, la rende una figura tragica, paragonabile alla "mite" di Dostoevskij.

Nonostante le analogie, Svevo volle marcare le distanze con figure come Proust. Mentre Proust è "l’artista della grande prosa narrativa", che ricerca il tempo che non è più e costruisce la realtà tratto a tratto, colore a colore, Joyce è "tutto l’opposto", avendo preparato un piano d’avventura da cui sorsero i personaggi. Nel Proust "la realtà si fa una scienza", mentre non vi è traccia di tale studio nel Joyce. La sua scrittura, ambigua e polisemica, è stata giustamente rivendicata dalla critica, che riconosce la sua unicità nonostante le interpretazioni "realistiche".

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