L'Impero Romano al Tempo di Gesù: Contesto Storico e Relazione

Nel complesso panorama sociale e politico, spesso caratterizzato da rivolte, in cui visse Gesù, è degno di nota il fatto che Egli non manifestò, almeno direttamente, un’aperta avversione allo stato romano, pur non accettandolo acriticamente. La sua predicazione è uno degli eventi capitali della storia umana, avendo profondamente segnato la cultura occidentale. Tuttavia, difficilmente un Ebreo o un Romano vissuti in Palestina in quegli anni cruciali avrebbero potuto prevedere un successo così duraturo.

Ai contemporanei, Gesù - un Ebreo della Galilea nato negli ultimi anni del regno di Erode tra il 6 e il 4 a.C. - deve essere apparso uno fra i tanti profeti che in quegli anni preannunciavano l’arrivo del “regno di Dio”, inteso come il momento in cui la divinità sarebbe intervenuta in prima persona nella storia del suo popolo prediletto. Rispetto al problema cruciale del rapporto con la dominazione romana, Gesù e il suo gruppo di seguaci assunsero una posizione di neutralità.

La Giudea sotto l'Egemonia Romana

Dalla Conquista di Pompeo al Regno di Erode

La Repubblica fu fondata a Roma nel 509 a.C. e durò fino all'età imperiale, nel 27 a.C. Fu in questo contesto che, nel 63 a.C., le milizie romane, guidate da Lucio Gneo Pompeo, entrarono in quello che allora era il regno di Giudea, un piccolo territorio governato dalla dinastia ebraica degli Asmonei.

Pompeo era stato richiamato nella regione dai disordini scoppiati per motivi di successione tra due fratelli, Ircano e Aristobulo, che si contendevano la corona del regno. Le truppe romane si imposero sui ribelli locali e penetrarono anche all’interno del grande Tempio di Gerusalemme, il più sacro e venerato fra gli edifici del culto ebraico. Questa profanazione colpì profondamente l’immaginario degli Ebrei e fu vissuta come un sopruso intollerabile.

Mappa della Giudea romana e delle province limitrofe nel I secolo d.C.

Com’era accaduto in altre aree dell’Oriente, i Romani decisero in un primo momento di non trasformare la Palestina in provincia e optarono per un governo indiretto affidato ad un sovrano locale: la scelta cadde su Erode Ascalonita, detto anche il Grande, generale e politico abile e spregiudicato, legatissimo agli ambienti romani. Erode aveva un padre edomita e una madre nabatea, e dunque non era di origini israelitiche. Il suo nome è associato alla cosiddetta “strage degli innocenti”, di cui dà notizia il Vangelo di Matteo.

La Giudea come Provincia Romana

Alla morte di Erode, nel 4 d.C., il regno venne diviso tra i suoi tre figli, ma solo per poco tempo. Infatti, nel 6 d.C. il territorio passò sotto il diretto controllo romano: venne costituita la prefettura di Giudea, che dipendeva amministrativamente dalla provincia di Siria. Da quel momento la regione venne governata da uomini inviati da Roma.

Augusto decise di trasformare la Palestina in provincia romana e gli Ebrei furono assoggettati a un governatore nominato direttamente dal princeps. Tale era Ponzio Pilato, che governò la provincia fra il 26 e il 36 d.C.

Il Contesto Politico dell'Impero Romano

Il Principato e gli Imperatori dell'Epoca

L’Impero è un sistema politico in cui il potere reale si centralizza nelle mani di una sola persona: l’Imperatore. Tale sistema fu inaugurato da Augusto. Durante il periodo in cui visse Gesù, l'Impero era sotto il governo di Augusto (fino al 14 d.C.) e successivamente di Tiberio (dal 14 al 37 d.C.), il quale era imperatore al tempo della predicazione e della morte di Gesù.

Immagine di moneta romana con effige dell'Imperatore Tiberio

Tensioni Sociali e Attese Messianiche

L'Opposizione alla Dominazione Straniera

Gli anni dell’amministrazione romana furono segnati da una crescente conflittualità. L’avversione per il malgoverno di quelli che erano percepiti come oppressori e la coscienza di una corruzione sempre crescente, sia tra i governanti che tra i sacerdoti, portarono ad uno stato di agitazione.

Se infatti una parte della casta sacerdotale ebraica aveva sostanzialmente accettato l’egemonia indiretta dei Romani, non mancavano movimenti di opposizione - tra i quali particolarmente combattivi erano gli zeloti - che giungevano a volte fino all’insurrezione armata.

Questi movimenti erano spesso alimentati da attese di carattere religioso: era diffusa la convinzione che Dio non avrebbe abbandonato il suo popolo, né consentito che gli Ebrei, i quali si consideravano il popolo prediletto dalla divinità, vivessero schiavi dei Romani “pagani”. Molti Ebrei erano convinti che Dio avrebbe presto inviato loro un re, il quale li avrebbe guidati verso una nuova epoca di libertà e giustizia.

Naturalmente, più aumentava la pressione romana, più si diffondeva tra la popolazione l’attesa dell’intervento liberatorio di Dio.

Gesù e la Sua Posizione di Neutralità

I tentativi di ribellione schiacciati nel sangue - come quelli promossi dagli zeloti - dimostravano che la scelta armata era politicamente perdente, anzi inaspriva la repressione. D’altra parte, accettare senza discussione il dominio straniero avrebbe significato probabilmente per il movimento di Gesù alienarsi le simpatie della popolazione, nella quale l’odio anti-romano era un sentimento radicato e diffuso.

L'Episodio del Tributo a Cesare

La Domanda Insidiosa dei Farisei e degli Erodiani

Un episodio cruciale, narrato nei tre vangeli sinottici, vede alcuni farisei, d’accordo con alcuni erodiani, tendere un tranello a Gesù con una domanda capziosa: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?” (Mt 22, 16-17).

La questione era molto insidiosa, perché tentava di ridurre l’atteggiamento religioso e trascendente di Gesù ad una posizione politica. La domanda, nel contesto in cui era stata formulata, quasi lo obbligava a esporsi o come collaborazionista del regime occupante della Palestina, o come rivoluzionario.

La domanda ingannevole sul tributo a Cesare (Marco 12:13-17)

La Risposta di Gesù: Cesare e Dio

La reazione di Gesù è ben nota: “Conoscendo Gesù la loro malizia, rispose: "Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo". Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: "Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?". Gli risposero: "Di Cesare". Allora disse loro: "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22, 18-21).

La risposta di Gesù supera l’orizzonte umano dei suoi interlocutori. Essa è al di sopra del sì e del no che volevano ottenere. Di fronte a questa provocazione, Gesù non confonde il regno di Dio con lo Stato. Da una parte riconosce le competenze dello stato nell’organizzazione di quanto giova al bene comune, come è la raccolta delle imposte. Però la sovranità dello stato non è assoluta. Nel mondo romano di allora, dove si tributava culto divino all’imperatore, Gesù non gli riconosce questa sfera di competenza: ci sono cose che non debbono essere date a Cesare ma a Dio.

La Condanna e l'Esecuzione di Gesù

Interessi Convergenti e una "Banalità" Romana

Nonostante la sua cautela e la posizione di neutralità, il movimento di Gesù dovette ad un certo punto impensierire il governatore della provincia e quella parte del clero ebraico che puntava a conservare buoni rapporti con gli occupanti Romani, e dunque cercava di scongiurare qualsiasi disordine.

Davanti a questi forti interessi convergenti, il piccolo movimento venne facilmente schiacciato e Gesù stesso condannato a morte e giustiziato, in un anno imprecisabile tra il 26 e il 36 d.C., quando il governo della provincia era esercitato da Ponzio Pilato.

Dal punto di vista dei Romani, si trattò di una banale operazione di polizia, simile a tante altre dell’epoca. Lo stesso Ponzio Pilato, per esempio, nel 36 d.C. disperse un altro gruppo di discepoli e questa volta procedette con tanta durezza che la cosa gli costò il posto e il richiamo a Roma da parte di Tiberio. L'inizio della diffusione del cristianesimo, nato da questi eventi, richiese secoli per realizzarsi pienamente.

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