Immacolata Iacone, nota anche come Tina, è la donna che per amore ha legato indissolubilmente la sua vita a quella di Raffaele Cutolo, il fondatore e boss della Nuova Camorra Organizzata. La sua storia, un racconto di fedeltà e dedizione che sfida le convenzioni, è stata spesso al centro di interviste e approfondimenti giornalistici che hanno cercato di delineare la figura privata di un uomo pubblico e controverso attraverso gli occhi di chi gli è stata più vicina.

Gli Inizi della Relazione e il Matrimonio in Carcere
L'Infanzia e l'Incontro con Raffaele Cutolo
«Sono nata a Napoli il 27 gennaio 1961. A sei mesi di vita mi portarono a Ottaviano, perché mamma era di Ottaviano, dove vivo ancora, con mia figlia, nella casa di mia suocera» racconta Immacolata Iacone. Fin da bambina, la sua vita fu segnata da una forte religiosità: «Sì, quando ero piccola andavo sempre dalle suore del Carmine. Mi accompagnava mio fratello e mi veniva a prendere un altro fratello».
L'incontro con Raffaele Cutolo avvenne quando lei aveva 17 anni e mezzo. «Sì, nel 1980. Venne a casa Rosetta, la sorella di Raffaele, per dire che mio fratello era in carcere ad Ascoli Piceno, accusato ingiustamente di un omicidio. Sulla sua famiglia, papà era molto riservato. Non eravamo ricchi, mamma lavorava su una macchina da cucire e papà in una fabbrica di cartotecnica. Volevo vedere mio fratello, ma in auto non c’era posto. Raffaele non lo conoscevo. Dopo qualche mese venne Rosetta e disse: “C’è posto anche per te”».
Immacolata si recò ad Ascoli Piceno: «Papà disse: “Vai, ma mi raccomando”. Così l’ho conosciuto. Era il periodo quando si stava cercando la piccola Raffaella Esposito. Poi si seppe che uno zio la violentò e la gettò in un pozzo. Lui stava parlando di questo con delle persone nella sala colloqui. Disse: “Una persona così non è degna di vivere”. Non sapevo ancora fosse Cutolo e, di scatto, risposi: “Ma lei chi è per giudicare questa persona così?”. Avevo la maglietta rossa e i jeans. Mamma mi tirava la maglietta per dire: “Stai zitta”. Lui si rivolse a me: “Tu cosa faresti con una persona così?”. Risposi: “È una persona solo malata e ha bisogno di essere curata”. Disse: “Giusta deduzione, ma io la penso diversamente”. Qui finì la conversazione».
Al suo ritorno a Ottaviano, la relazione iniziò a prendere forma. «Per la festa della mamma, ricevetti da lui in dono una rosa che conservo ancora nel diario. Continuavo ad andare dalle suore e a lavorare in una fabbrichetta vicino a casa. Poi ci fu un altro colloquio con mio fratello. C’era confusione. Raffaele era in fondo e mio fratello all’inizio, tra i vari vetri. La nipote di Raffaele mi disse: “Andiamo a salutare lo zio”. Ci andammo e lui mi fece la dichiarazione, scrivendomi cose molto belle. “Quando vai a casa, rifletti”. Io quasi gli stavo dicendo di sì, ma lui disse: “No, non voglio la risposta adesso, parla con i tuoi genitori”».
La reazione del padre fu inizialmente dura: «Provai a parlarci per una settimana intera. Poi trovai il momento. “Papà, Raffaele mi ha fatto la dichiarazione”. Disse, napoletanamente, ”Piccirille, ti spiezzo ‘e coste“, ti spezzo le gambe. Mentendo, risposi: “Ho già detto di sì”. Scappai in cameretta. Lui mi diceva: “Apri, che ti devo picchiare”. E io (sorride): “No, no, se mi vuoi picchiare io mi butto dalla finestra”. Poi intervenne mamma. Ora sono morti tutt’e due e stanno nel punto della verità. Erano le quattro di mattina, pioveva. Mi tolsi le scarpe e, scalza, andai a casa della mia futura suocera, Carolina. Da lì iniziò il mio calvario».
Il Matrimonio nel Carcere dell'Asinara
Nel 1983, Immacolata, a soli 17 anni, sposò un uomo di 20 anni più grande di lei, detenuto in carcere. Il loro matrimonio fu celebrato nel penitenziario dell’Asinara, conosciuto come l’Alcatraz italiana, il 26 maggio 1983. «Quando fu trasferito all’Asinara, non lo vidi per tre anni. Poi ci andai, con un viaggio lunghissimo, con il mare mosso. Al colloquio c’erano le guardie dietro e davanti, con registrazione. Si poteva parlare solo di matrimonio».
La decisione di sposarsi fu sua: «La presi io. Già da Ascoli Piceno ci pensavamo. Raffaele diceva: “Stando appresso a me ti rovini la vita”. Pensavo mi prendesse in giro. Io dissi: “Vabbè, se tu non ti vuoi sposare, allora sono io che mi voglio sposare con te”». La burocrazia non fu semplice: «Dovetti giurare, a Sassari, davanti al vescovo, di sposare Raffaele e di non lasciarlo mai».
Immacolata aveva 21 anni e Raffaele Cutolo 42. Ricorda il matrimonio con queste parole: «Ci sposò don Carlo, il cappellano del carcere. Le mogli delle guardie ci prepararono una torta. Il direttore disse: “Potete fare un’ora di colloquio, dopo la messa”. Raffaele la voleva in latino. In latino non sapevo rispondere e allora la messa fu in italiano». Nonostante la semplicità, non mancò un piccolo rinfresco: «Una bottiglia di spumante con i bicchieri di carta, la torta, una lunga tavola con un tappeto bianco e quattro sedie. Sotto la tavola c’era un compensato in legno, un divisorio. Raffaele stava di fronte a me e non ci potevamo toccare con i piedi». Immacolata indossava il tradizionale abito bianco: «Certo, mi sentivo di portarlo». I familiari non erano presenti, solo i testimoni: «Quello di mio marito fu l’avvocato Cangemi e la moglie il mio. Mamma dovette rimanere in albergo. Non la fecero venire». Il matrimonio non fu mai consumato: «Né la prima, né le continuative. Non è stato consumato niente».

La Nascita di Denyse e la Vita Familiare in Carcere
Nonostante l'impossibilità di consumare il matrimonio, Immacolata e Raffaele ebbero una figlia, Denyse, grazie all'inseminazione artificiale. «Ci diede il permesso un magistrato, mi pare a Mestre, che stava andando in pensione. Dovetti fare 500 punture. Ho sofferto tanto. Per due anni, per nostra decisione, non ci siamo incontrati. Ebbi un aborto, poi un prosciugamento e, in ultimo, fatta un’altra inseminazione, al quinto mese di gravidanza sono potuta andare da lui. Ci credevo poco, fino a quando ho visto la bambina. Fu felice, non si sapeva ancora il sesso. Quanto è nata, il 30 ottobre 2007, ho scelto di chiamarla Denyse. Lui avrebbe voluto Desiré, oppure Veronica».
La notizia della nascita arrivò a Raffaele tramite telegiornale: «Sono un po’ rammaricata. All’ospedale, con la forte emozione di partorire, dimenticai di far inviare un telegramma a Raffaele. Lo seppe dal telegiornale».
I colloqui tra padre e figlia furono difficili e regolamentati. «La vide per la prima volta a L’Aquila. Chiese il permesso di abbracciarla. Dissero di sì, ma le guardie volevano prenderla per portarla da lui dall’altro lato. Disse: “No, la bambina non si tocca, possiamo farlo solo io e mia moglie”. Lo portarono fuori per perquisizioni. Aprirono un oblò di vetro. Dovetti stare con le mani all’esterno, mentre lui doveva metterle al centro. Le guardie si abbassarono per vedere se io toccassi la mano di Raffaele. Assurdo. Da quando è nata, l’ho portata ogni mese. Il colloquio durava 5-10 minuti. Solo negli ultimi tempi poteva stare un’ora col papà, di là».
Spiegare alla figlia la situazione del padre fu un compito arduo. Sui rapporti tra Cutolo e la figlia Denyse, Immacolata Iacone spiega: "È stato difficile spiegare a mia figlia perché il padre non è con noi. Le ho detto che Raffaele aveva litigato con una persona e per questo era lontano. Una volta a Parma, dove Raffaele è recluso, Denise gli ha chiesto: 'perché non fai pace?'. Lui le ha detto che quella persona con cui ha litigato è morta, e Denise per due giorni non ha parlato. Noi viviamo per lei ormai, io vivo per lei. Raffaele può vederla per pochi minuti, due volte al mese. Per lei vogliamo una vita serena." Immacolata ha sempre raccontato alla figlia la figura del padre in modo protettivo: «Dicevo sempre che papà stava in un posto dove insegnava agli altri a non sbagliare, perché lui aveva fatto degli sbagli. Lei gli disse: “Papà, perché non chiedi scusa a queste persone?” E lui rispose: “Non posso, perché sono morte”. Lei rimase due giorni senza parlare».
Raffaele Cutolo: La Visione della Moglie e le Sue Dichiarazioni Pubbliche
Immacolata Iacone ha sempre difeso la figura del marito, presentandolo sotto una luce diversa da quella del boss sanguinario. Riguardo ai gravi reati perpetrati da Cutolo, afferma di aver contribuito al suo ravvedimento: «Era un cattolico fin da piccolo. Fece il chierichetto. Quando ci siamo sposati giurò davanti a Dio, davanti a me, in chiesa all’Asinara, che non avrebbe fatto più nulla di male. Il giuramento l’ha mantenuto».
Spiega anche la sua scelta di non "pentirsi" di fronte alla giustizia terrena: «Penso che una persona deve pagare la sua pena e non dire “mi pento per avere agevolazioni”, anche per rispetto delle persone morte. Vorrei precisare che quando un giornalista disse che Raffaele gli aveva confessato di aver fatto uccidere il vicedirettore del carcere di Poggioreale, Giuseppe Salvia, le garantisco che ciò non è veritiero. Ci sono le registrazioni e Raffaele me lo avrebbe detto. Hanno giocato sporco. Lui, la sua pena l’ha pagata fino all’ultimo».
Sulla figura del marito, immortalata anche dalla ballata "Don Raffae’" di Fabrizio De André, Iacone racconta: «Dopo il sequestro, Fabrizio De André andava dallo stesso avvocato di Raffaele, Giannino Guiso. Gli disse: “Vorrei scrivere una canzone su Cutolo”. L’avvocato Guiso andò da Raffaele: “Posso dargli degli atti?”. “Certo”, rispose. A lui piacevano queste cose».
Immacolata Iacone ha dichiarato durante la presentazione del libro “I diari segreti di Cutolo” di Simone Di Meo e GianLuigi Esposito: «Ha dato anche tanto amore. Non era solo una cosa brutta. Mi ha dato tanto. Mi ha insegnato tanto. Per voi mio marito era Cutolo, per me era Raffaele. Non voglio innalzarlo come Cutolo ma come uomo. Ha dato dei valori a me e a nostra figlia».
Le Interviste e i Misteri Irrisolti della Storia Italiana
Le interviste di Immacolata Iacone spesso toccano argomenti delicati legati ai misteri italiani. In una lunga intervista a Fanpage.it, Iacone ha parlato delle condizioni del marito, recluso al 41-bis a Parma, del loro matrimonio e di trattative ancora oscure, come il rilascio del consigliere della Democrazia Cristiana Ciro Cirillo, in cui Cutolo pare aver avuto una parte importante, e del mancato rilascio di Aldo Moro.
In un'intervista a Giancarlo Tommasone per Stylo24, Immacolata Iacone si è raccontata approfonditamente. In merito a una richiesta di grazia per Totò Riina, commentò: "Raffaele sta anche peggio di Riina. Assume 14 pillole al giorno, ha problemi di diabete, di vista, soffre di prostatite e artrite. Ma non avanzeremo nessuna richiesta allo Stato. Resta in carcere, consapevole di ciò di cui risponde."
Interrogata sui segreti che suo marito si è portato nella tomba, Iacone risponde: «Forse qualcun altro dello Stato è anche contento, no?». Sottolinea come al nome di Raffaele Cutolo siano legati diversi misteri della storia italiana, che si intrecciano con la politica, ma si ritrae da queste domande affermando: «Lo dovevano chiedere a lui non a me. Io non c'entro. Io sono fuori da queste cose, sono sempre stata fuori. Io ho seguito solo mio marito nel carcere e gli avvocati. Poi altre cose non mi interessano, ho una figlia da crescere».
Parla la vedova del boss di camorra Raffaele Cutolo. Immacolata Iacone: "Non seguite questa strada"
Gli Ultimi Anni di Raffaele Cutolo e la Sua Morte
Nel 2020, Raffaele Cutolo versava in gravi condizioni di salute, detenuto al 41-bis a Parma. Immacolata Iacone ricorda: «Arrivarono i carabinieri di Ottaviano. Mi dissero che mio marito era grave. Lo trovai in ospedale. Gli facevano l’insulina e non mangiava. Spesso cadeva a terra e non riconosceva le persone. Poi lo riportarono in carcere. Vi posso garantire che me lo sedavano. Denyse lo vide in quelle condizioni, su una sedia a rotelle. Pesava circa 45-48 chili, la faccia bianca, un velo sugli occhi. Non riconobbe neppure l’avvocato. Poi feci confusione e lo riportarono in ospedale. Tutto ripreso da telecamere. Non potevamo avvicinarci. Seppi della sua morte dai giornali».
L'ex-capo della NCO, definito da Enzo Biagi «più influente di un ministro della giustizia», è deceduto a Parma il 17 febbraio 2021. Recentemente, è uscito il libro-inchiesta di Gianluigi Esposito e Simone Di Meo, "I diari segreti di Raffaele Cutolo", edito da Piemme. Il boss Raffaele Cutolo in una foto d'archivio del 1986, ritratto in tribunale, è una delle poche immagini che lo mostrano in contesti pubblici. Per la vedova, tuttavia, don Raffae’ era solo un marito e padre che «Ha pagato fino all’ultimo».

Ciò che resta del capo della NCO, morto in carcere, è una moglie che lo ha atteso per anni, da quando nel 1983 ha legato la sua vita a quella del "boss di Ottaviano", e un'adolescente che di Cutolo eredita il cognome e il corredo genetico, ma non il destino. A esserne sicura è proprio la madre Immacolata Iacone.
La notizia della morte del marito le fu comunicata in modo brusco: «Ho chiamato il carcere per chiedere di mio marito. "Ah, sì signora" disse il comandante o il brigadiere che rispose al telefono, "la stavamo cercando. Suo marito è deceduto". Ma non si dice così, non è una cosa bella». Giunte a Parma, la moglie e la figlia di Raffaele Cutolo poterono vedere per pochi minuti la salma, senza mai poterla toccare. Per motivi di sicurezza, i funerali a Ottaviano si tennero in forma strettamente privata, per ordine del questore di Napoli.
Immacolata Iacone descrive i funerali come un "funerale di Stato" dove i parenti sembravano essere gli ultimi invitati: «Avevano detto che alle 5 di mattina dovevamo fare il funerale. Ho avuto i miei dubbi per la strada e così mi sono fatta un giro al cimitero e ho visto tutti questi fotografi che aspettavano la salma. Io e mia figlia non lo sapevamo, eravamo le uniche a doverlo sapere». Una situazione analoga si prospettò per il trigesimo, con le forze dell'ordine che intendevano presidiare la chiesa, rendendo difficile l'accesso ai familiari. Questo episodio spinse Immacolata Iacone a rompere il silenzio, accettando un'intervista con Fanpage.it.
La Vita Oggi di Immacolata e Denyse e il Messaggio ai Giovani
Immacolata Iacone vive ancora a Ottaviano, nella casa della suocera, e si dedica completamente alla figlia Denyse. «Ha appena fatto 17 anni e studia all’istituto alberghiero per diventare cuoca. Io sono mamma al 100%, curo la biancheria, stiro…» racconta. Accanto alla casa di Immacolata, vive Rosetta, la sorella dell'ex boss. La prima intervista della vedova Cutolo, rilasciata a tre mesi dalla sua morte, è stata motivata dal desiderio di lanciare un messaggio ai giovani: «Io voglio dire ai giovani di non seguire questi "miti" perché non serve a niente, la sofferenza è tale… è meglio la libertà che questa sofferenza in carcere. Perché non si arriva a niente, lui neppure ha vissuto un poco fuori».
Alla domanda se si sia pentita della sua scelta, risponde con voce ferma: «Io sto ancora qua. Come si fa a pentirsi, ho una figlia. Semmai avessi sbagliato a 17 anni, a 20 anni mi sarei ricreduta e avrei fatto la mia vita. E invece sono passati 40 anni. Dove c'è il vero amore si va anche oltre la morte». Immacolata non rinnega l'amore a cui si è dedicata fino all'ultimo respiro del suo consorte. La sua è una testimonianza di amore eterno: «(sorride) Sto ancora a casa sua, no? È nel nostro cuore, mio e di mia figlia. A mia figlia ha trasmesso così tanto amore che guai se qualcuno parlasse male del papà». E aggiunge: «Eh sì, siamo qua. Sarebbe bello se potesse tornare in vita».
Nonostante la sua fede, Cutolo non le è apparso in sogno: «Ho pregato tanto affinché mi venisse in sogno stanotte. Non mi è successo. Ho detto anche delle preghiere diverse… Si vede che sta bene dove sta». Alla domanda se rifarebbe tutto, la risposta è un deciso: «Certo». Riguardo all'Aldilà: «Se esiste l’Aldilà, penso di sì. Io ho fede in Dio. Chi è andato un attimo nell’Aldilà ed è ritornato, ha detto che esiste».
Immacolata Iacone conclude con una riflessione sulla vita e sulla libertà: «Questa strada non porta a niente, la libertà è la cosa più bella. La vita è una, poi passa».
La Contro-Narrazione: Critiche al "Mito" di Cutolo
In risposta alle dichiarazioni e alla pubblicazione del libro sui diari di Cutolo, è emersa una forte contro-narrazione che contesta la visione edulcorata del boss. "Non ci stiamo. Da Raffaele Cutolo, Napoli, la Campania, l’Italia, l’umanità hanno ricevuto solo male. Un male che continua a contagiare tanti ingenui anche dopo la sua morte. La sua ombra minacciosa - per tanti affascinante - ci ha accompagnati fin dalla prima giovinezza. Abbiamo vissuto nella paura i migliori anni della nostra vita. Portiamo incise nell’animo ferite laceranti mai lenite. Abbiamo pianto tanti amici che da lui e dalla sua orribile “filosofia” si lasciarono incantare, ammaliare, ammanettare, distruggere. Lo osannarono. Gli credettero. Per lui divennero spietati, uccisero e vennero uccisi. Tanti altri amici e parenti li abbiamo dovuto salutare alla stazione ferroviaria, in partenza per città lontane e sconosciute. Andarono via. Scapparono. Si arresero. Restare per loro era impossibile. In tanti stringemmo i denti, resistemmo. Fu coraggio, o, forse, solo incoscienza? Non lo so. So solo che rimanemmo nei nostri paesi martoriati in attesa di tempi migliori. Con quel “pazzo” e i suoi scagnozzi non si poteva discutere. Per un nonnulla ti ammazzava. Un criminale malato, pericoloso, disturbato, cattivo."
Viene ricordata la brutale uccisione di Giuseppe Salvia: "Da lui abbiamo ricevuto solo male, tanto, tanto male. Un male che continua a serpeggiare. Lo tocchiamo con mano. Lo respiriamo. Oggi come ieri. Si, perché le radici perverse non muoiono insieme all’albero che secca. Continuano a succhiare linfa dal terreno, pronte a ridare vita a nuovi germogli nel tempo opportuno. Guai ad abbassare la guardia. Tra le tante, tantissime condanne a morte emanate da Cutolo, ci fu quella, vigliacca, del vicedirettore del carcere di Poggioreale, Giuseppe Salvia. Lo fece trucidare senza pietà sulla tangenziale di Napoli il 14 aprile del 1981. A casa ad aspettarlo per il pranzo, c’erano Pina, sua moglie, e i suoi adorati piccoli, Antonino e Claudio. Aveva solo 38 anni, Salvia. Si era permesso - pensate - di farlo perquisire dopo un colloquio, cosa che nessuno, a cominciare dal direttore, osava fare. Salvia pretendeva di osservare la legge? E chi era? Come si permetteva? Già, perché in quegli anni, a Poggioreale, comandava lui, Cutolo."
La critica si estende anche all'affermazione che Cutolo "abbia dato amore": "Sul rapporto sentimentale tra la signora Iacone e suo marito, a nessuno è permesso di mettere il naso. Sono cose loro. I sentimenti della vedova del boss meritano rispetto e noi siamo i primi a rispettarli. Debbono, però, rimanere nella sfera privata. E noi lo pretendiamo. Invece. La signora ha detto, tra l’altro, che Cutolo ha dato anche tanto amore. Affermazione, per noi, falsa e pericolosa. Il delirio di onnipotenza, da cui era affetto O’ Professore, non è sceso nella fossa con lui. Continua a illudere tanti camorristi, o aspiranti tali, che lo hanno eletto a idolo da imitare. Anche il male, quelle poche volte che trova il coraggio di guardarsi allo specchio, potrebbe provare ribrezzo di se stesso. Per questo motivo ha bisogno di ammantarsi di una parvenza di bene. Per un camorrista che angaria un popolo, dar da mangiare a qualche famiglia povera, che andrà poi a spifferarlo in giro, è necessario. Se potesse, se solo gliene dessimo la possibilità, un mafioso milionario e sanguinario, si farebbe carico di provvedere alle esigenze di un intero orfanotrofio. Solo per aver pagato le spese del funerale a un defunto povero della mia parrocchia, il vecchio boss, nel giro di poche ore, fu acclamato come un benefattore. Rimasi allibito. Inganno micidiale. Trappola velenosissima."
"Cutolo - come Riina - non si è mai pentito. Non ha dato nessun contributo alla società. Non ha mai chiesto perdono. Ha creduto di fare il duro fino alla fine. Negli anni del suo potere ha seminato disoccupazione, fame, depressione, sofferenza, terrore, morte. Scenda su di lui il velo cristiano della pietà. E la preghiera a Dio di poterlo perdonare nel Giorno del Giudizio. Credo fermamente, però, che non sia il caso di invitare la vedova di Cutolo a intervenire alle varie presentazioni. La storia, per quanto possibile, deve nutrirsi di verità. Con severità. E la verità è che da questa persona criminale, tutti, ma proprio tutti, abbiamo ricevuto solo tanto male. La signora lo sa bene. Ciò non le toglie il diritto - davanti al quale ci inchiniamo - di conservare nel cuore i ricordi più belli della loro unione. Sono cose loro. Private. Argomenti di cui parlarne, con pudore, in famiglia, a bassa voce. In giro ci sono ancora migliaia di persone segnate per sempre dalla vita scellerata di un uomo di Ottaviano, chiamato Raffaele Cutolo."
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