Per la terza volta nel tempo natalizio, la liturgia offre alla nostra meditazione il prologo di San Giovanni. Questo passaggio fondamentale, che inizia con le parole «In principio era il Verbo», rivela una verità centrale della fede cristiana: Dio decide di comunicarsi, manifestarsi e dirsi all'umanità. Finché Dio rimane nei cieli, ognuno può adattarlo, accomodarlo o immaginarlo a proprio piacimento. Con l'Incarnazione, invece, il Verbo dimora fra noi. Dio non viene di passaggio, ma per restare e condividere le nostre fatiche, aprendo un varco di luce fra le tenebre. Gesù è la Parola che viene a rivelare chi è Dio.
Il Prologo di Giovanni: La Rivelazione di Dio
Il prologo di Giovanni è Vangelo, cioè buona notizia dell’ostinazione della luce divina nel mondo.

Testo del Vangelo di Giovanni (Gv 1, 1-18)
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non l'hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me».
Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia. Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.
L'Incarnazione: Dio Si Manifesta tra Noi
La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta. Anche se l'uomo, spesso ripiegato su se stesso e intento a fare altro, non lo ha riconosciuto, la luce viene ugualmente e si pone come segno di contraddizione, imbarazzo, scandalo e discussione. I testimoni e i profeti non sono riusciti a convincere la tenebra ad accogliere la luce. Eppure, a quanti lo accolsero diede il potere di divenire figli di Dio, a coloro che credono nel suo nome.
Dio nessuno l'ha visto mai. L'Unigenito Dio, che è nel seno del Padre, egli lo ha rivelato. Possiamo fidarci, Gesù ci parla di Dio non perché ha avuto una bella intuizione, ma perché egli stesso è Dio.
Il Verbo: Natura Divina e Potere Creatore
Il testo del Vangelo di Giovanni introduce armoniosamente i fondamenti della nostra fede, mostrando una profonda riflessione teologica.
Eternità e Distinzione nella Trinità
«In principio era il Verbo»: il Verbo (o la Parola) non è una creatura, ma qualcuno che esisteva da tutta l'eternità. «E il Verbo era presso Dio (ho Theós)» si riferisce a una persona diversa da quella che nel testo greco viene denominata ho Theós, con l'articolo, e che si riferisce al Padre, origine di tutto. Però questa persona, diversa dal Padre, anch'essa fin dal principio, «era Dio» (v. 1), e condivideva la sua stessa natura. Il testo del Vangelo ci introduce così nell'intimità della Trinità: una unica natura divina, nella quale si ha una distinzione di persone. Per il momento, ci vien detto di quella dalla quale tutto procede (ho Theós) e del Verbo.
Il Verbo come Principio della Creazione
Rievocando il capitolo primo del libro della Genesi, il racconto della creazione del mondo in sette giorni, si esplicita ciò che lì si diceva in modo semplice ma molto profondo. In quel racconto, ognuna delle giornate inizia così: «Dio disse... (sia la luce, sia il firmamento, la terra produca germogli, ecc.)», e quello che Dio dice, immediatamente si fa: «e così avvenne». Vale a dire, Dio crea tutto quanto esiste articolando la sua Parola, mediante il suo Verbo. Ecco perché ora si afferma che «tutto è stato fatto per mezzo di lui (dal Verbo) e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste» (v. 3).

"Il Verbo Si Fece Carne": Un Mistero Profondo
A questo punto, e qui sta la grandiosità di quel che Dio volle fare nella pienezza dei tempi, la novità sorprendente e inaudita: «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (v. 14a).
L'Assunzione della Natura Umana
Questa persona divina, che è il Verbo, assunse una natura umana, sicché, senza smettere di essere Dio, si fece uomo, come ognuno di noi. Si incarnò in una persona determinata e tangibile: Gesù. Le parole del Vangelo di Giovanni hanno tutta la forza del testimone oculare: «abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità» (v. 14b).
Benedetto XVI fa notare che «Non è la parola dotta di un rabbino o di un dottore della legge, ma la testimonianza appassionata di un umile pescatore che, attratto giovane da Gesù di Nazaret, nei tre anni di vita comune con Lui e con gli altri apostoli, ne sperimentò l'amore - tanto da autodefinirsi 'il discepolo che Gesù amava' -, lo vide morire in croce e apparire risorto, e ricevette poi con gli altri il suo Spirito. Da tutta questa esperienza, meditata nel suo cuore, Giovanni trasse un'intima certezza: Gesù è la Sapienza di Dio incarnata, è la sua Parola eterna fattasi uomo mortale».
Tutto questo ci mostra, come fa notare san Josemaría, che «Il Dio della nostra fede non è un essere lontano, che contempla impassibile la sorte degli uomini: le loro fatiche, le loro lotte, le loro angosce. È un Padre che ama i suoi figli fino al punto di inviare il Verbo, Seconda Persona della Santissima Trinità, affinché si incarni, muoia per noi e ci redima».
In tutti i momenti della sua vita, anche come bambino nella mangiatoia di Betlemme, Gesù ci rivela la bontà, la sapienza, la misericordia, la tenerezza e la grandezza di Dio. «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (v. 18).
La "Carne" come Espressione della Condizione Umana e della Tenerezza Divina
Dio si fa carne, carne della nostra carne: come me, come te, come ciascuno di noi. Riempie questa carne della sua Luce, donandole pienezza e significato. L'espressione «si fece carne» indica la realtà umana più concreta e tangibile. Questo è l'annuncio che ci raggiunge oggi, soprattutto per noi che desideriamo portare la Buona Notizia fino ai confini della Terra: troveremo Dio ovunque andremo, nella vita di ogni uomo e di ogni donna. Il Verbo si è fatto «carne» per vivere una vita come quella di ogni altro essere umano, scandita dallo scorrere delle ore e dall'avvicendarsi delle stagioni; una vita intrecciata con altre vite, di poveri e di ricchi, di semplici e di potenti, di buoni e di cattivi; una vita in cui si inanellano giornate felici e giornate drammatiche, momenti di gioia e momenti di estremo dolore fisico, spirituale, psicologico.
La parola carne è la parola della caducità, della fragilità che Dio decide di abbracciare per amore, per far passare la carne dell'uomo dalla decadenza all'eternità, dalla corruttibilità all'incorruttibilità. Ma carne è anche la parola della tenerezza, e usandola in riferimento al Natale, probabilmente riporta alla mente l'idea delle carni morbide e rosee di un bambino. Quella carne che, per la sua bellezza, ogni madre e ogni padre si fermano a contemplare, dopo la nascita del proprio bambino.
Perché dire carne non è necessariamente dire uomo. Giovanni avrebbe benissimo potuto scrivere che il Verbo si è fatto uomo. Invece scrive che si è fatto carne. Non è una scelta casuale. La carne rimanda anche a un atto umano, quello del mangiare, che di poetico ha ben poco, eppure rivela una poesia sublime: «"Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo". Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?". Gesù disse loro: "In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda"».

Dire che il Verbo, ossia la Parola, si è fatta carne significa rimandarci immediatamente a quello che di più prezioso Cristo ci ha donato: la sua carne da mangiare. Nella carne è riassunta tutta l'esperienza umana di Cristo; quella carne racchiude il suo mistero divino ed è unita ad esso; quella stessa carne ci viene donata nell'Eucaristia. La carne di Cristo è la nostra porta di accesso più potente all'esperienza umana del Dio fattosi uomo e a quella divina dell'Uomo che era, è e sarà per sempre Dio. Nel Natale facciamo memoria del grande mistero dell'Eterno e Infinito che è diventato carne umana, esperienza vissuta, gioia e dolore, pianto e riso; morte e risurrezione: è infatti una carne che ha seguito il sentiero della volontà del Padre, una carne unita al Verbo divino che è stata glorificata e resa immortale. Di questa carne noi ci possiamo nutrire, assimilando la grazia di Dio in noi. Carne, a Natale, è parola di gioia e di speranza.
La Peculiarità del Vangelo di Giovanni
Il vangelo di Giovanni (Gv) è letto solitamente durante i cosiddetti «tempi forti», cioè nei momenti in cui si celebra un grande mistero di Gesù. Ad esempio, si ascolta il Prologo alla messa del giorno di Natale o alla messa di Capodanno. Se sin dal principio si percepì il quadrilatero dei vangeli, pure da subito si sentì che il quarto vangelo aveva una natura particolare.
Il Vangelo "Spirituale" vs. i Sinottici "Corporali"
La definizione più famosa del vangelo di Giovanni fu data ad Alessandria d'Egitto da Clemente Alessandrino (vescovo intorno alla metà del II secolo), che lo definì «vangelo spirituale» (in greco to pneumatikon euanghélion), mentre gli altri tre vangeli (Matteo, Marco e Luca), per contrasto, furono chiamati somatikon, cioè «corporali».
Tale distinzione conobbe una vasta diffusione, soprattutto grazie a Origene, uno degli uomini più geniali che la Chiesa abbia avuto. A Origene si deve lo sviluppo dell'esegesi «allegorica», interessata particolarmente al senso spirituale e non a quello materiale, «corporale» del testo. Grazie a Origene, il vangelo di Giovanni ha avuto sempre questo riconoscimento speciale, in quanto fu sempre percepito come un vangelo più in grado di portare dentro a percorsi spirituali.
La modernità ha percepito in termini più descrittivi, esterni, quel «qualcosa» che stacca il quarto vangelo dagli altri tre. La sinossi, inventata sul finire del 1700 da Griesbach, rivelò che tre colonne (Matteo, Marco e Luca) sono sostanzialmente uniformi, procedendo similmente e seguendo uno stesso ordine narrativo (ministero in Galilea, poi discesa a Gerusalemme, scontro con le autorità, Passione). Il vangelo di Giovanni non rientra in questo sistema. Esso rappresenta il ministero di Gesù non in un anno come i sinottici, bensì attraverso tre anni, con diverse venute di Gesù a Gerusalemme fin dall'inizio della narrazione.
Il linguaggio del vangelo di Giovanni è differente da quello dei sinottici. Nel quarto vangelo Gesù parla diversamente, a un livello più profondo, più «spiritualizzato». Nel vangelo di Giovanni è come se le parole di Gesù di carbonio fossero «pressate» fino a diventare dei diamanti. Esso viene da una comunità che ha approfondito in maniera specialissima il messaggio di Gesù e lo ha riproposto con autenticità, secondo la mentalità che la comunità era andata elaborando.
La Rilevanza Attuale e l'Invito alla Comprensione
Il grande fatto che la Chiesa Cattolica sia passata, per la prima volta nella storia, a pensare tre cicli annuali sui sinottici più l'uso di Giovanni nei tempi forti, esige dalle nostre comunità una maturità che è anche intellettualmente impegnativa. La chiesa cattolica nel 1965, col Concilio Vaticano II, ha cambiato moltissimo su questo punto. Si ritiene che i credenti tutti debbano avere un accesso diretto ai vangeli. La liturgia si è arricchita di molte parole e la pastorale è arrivata al punto che, per procedere davvero, nelle liturgie domenicali c'è il bisogno di approfondire veramente la comprensione dei vangeli. Per questo cambiamento di Chiesa, occorre un profondissimo cambiamento di mentalità, appunto perché i vangeli non sono minimamente facili da «usare». Tuttavia la Chiesa del Concilio Vaticano II ha capito molto bene che non ci può essere ricchezza di vita spirituale in un credente e in una comunità senza l'utilizzo dei vangeli.
Le Cinque Verità Sul Verbo Incarnato
Nel Vangelo di Giovanni troviamo verità speciali su Gesù Cristo che sono fondamentali da conoscere e accogliere.
Gesù Cristo: Salvatore e Re Consacrato
Il versetto 17 ci dice: «Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo». L'angelo del Signore aveva detto a Giuseppe di chiamare il bambino «Gesù», che significa «salvatore» («egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati»). «Cristo» è l'appellativo riferito al tanto atteso re del popolo ebraico. Per questo la persona di cui parliamo è conosciuta, nella Bibbia così come in tutto il mondo, come Gesù Cristo. Entrambi i nomi sono intrisi di un significato importante: Lui è Salvatore e Re.
Gesù è Dio: la Seconda Persona della Trinità
Il versetto 1 afferma: «In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Questo passaggio sottolinea il mistero della coesistenza e identità divina. Ci sono due persone e un Dio: questa considerazione fa parte della verità che conosciamo come Trinità. Questo è il motivo per cui veneriamo Gesù e, come Tommaso in Giovanni 20:28, diciamo: «Mio Signore e mio Dio».
Gesù è il Verbo: Dio che Comunica Se Stesso
Perché Gesù è chiamato «il Verbo»? Il Verbo è raffigurato come qualcosa che va dall'interno all'esterno di chi pensa, proprio per stabilire una comunicazione. Giovanni voleva che concepissimo il Figlio di Dio come qualcosa che esiste non solo per la comunicazione tra lui e il Padre, ma anche per figurare nella storia come «mezzo di comunicazione» di Dio con noi. Chiamando Gesù «il Verbo», Giovanni ha voluto sottolineare che l'esistenza stessa del Figlio di Dio è volta alla comunicazione. Prima di tutto, Lui esiste, ed è esistito per tutta l'eternità, per comunicare con il Padre. In secondo luogo, e questo è infinitamente importante per noi, il Figlio di Dio è diventato comunicazione divina per noi. In sintesi, Gesù è «Dio che esprime se stesso».
Gesù è il Creatore di Tutte le Cose
Quando pensiamo a Dio, pensiamo immediatamente al Creatore. Dio è l'origine e la spiegazione di tutto ciò che non è Dio. Quando Giovanni dice «tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste», vuole dirci che Lui è Dio e che Lui non è stato creato. Il versetto 10 aggiunge: «Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe». Queste parole sottolineano la cecità del mondo e il grande male che lo ha portato a rifiutare Gesù, l'Artefice di tutto.
Gesù è Vita e Luce degli Uomini
Giovanni 1:4 afferma: «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini». Tutta la vita ha origine nel Verbo, il Creatore di tutte le cose. Questo versetto pone l'attenzione sulla vita spirituale. La società affronta due problemi enormi: siamo spiritualmente morti e questo ci porta ad essere spiritualmente ciechi. Gesù è il rimedio a entrambi i problemi: Lui ha la vita di cui abbiamo bisogno e questa vita diventa la luce di cui abbiamo bisogno. La vita che Gesù ci dà non solo ci permette di vedere, ma Gesù stesso è la luce che vediamo. Gesù Cristo, il Verbo fatto carne, è sia il potere dello splendore spirituale che lo splendore stesso che vediamo. Questo ci dice il versetto 14: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Ed è per questo che Gesù pregava: «Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria» (Giovanni 17:24), e ha affermato due volte: «Io sono la luce del mondo» (Giovanni 8:12 e 9:5).

Due Risposte all'Incarnazione
Di fronte a questa rivelazione su Gesù Cristo, il Verbo che si è fatto carne, l'umanità può dare due risposte radicalmente diverse.
Non Accogliere il Verbo Incarnato
Una risposta si trova nei versetti 10-11: «Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto». Non accogliere il Verbo Incarnato significa rimanere nella cecità spirituale, non riconoscendo il Creatore, la Vita e la Luce del mondo.
Accogliere il Verbo Incarnato e Diventare Figli di Dio
L'altra risposta si trova nei versetti 12-13: «A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati». Accogliere questo meraviglioso Verbo che si è fatto carne significa accettarlo come Salvatore, Re, Dio, Verbo e Creatore della vita e della luce. Tutte queste cose che Dio rappresenta per noi sono racchiuse in Lui. Accogliere il Verbo incarnato significa lasciarsi inondare dalla sua luce, scegliendo la verità alla menzogna, accettando le differenze non per giudicare o disprezzare, ma per comprendere quanto abbiamo bisogno gli uni degli altri. E il Verbo si fa carne, carne della mia carne, si fa come me e come te, come ciascuno di noi, riempiendo questa carne con la sua Luce. E per il fatto stesso di prendere questa nostra natura, le dà un valore nuovo al punto che ora possiamo incontrarLo nella carne di ogni uomo e di ogni donna che incrociamo sul nostro cammino.