La benedizione è uno dei temi centrali della Bibbia e rappresenta un concetto fondamentale per la comprensione del rapporto tra Dio e l'umanità, nonché per la ricerca di significato nell'esistenza umana. Già al momento della creazione dell'essere umano, Dio benedice Adamo ed Eva, dicendo loro: «Dio li benedisse e disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi"» (Gen 1,28). Questa benedizione è collegata alla fecondità, alla moltiplicazione e all'incremento della vita, suggerendo che l'intero creato è una benedizione di Dio.
Dio copre di doni l'essere umano e fa sì che la sua esistenza porti frutto. In questo consiste uno dei desideri primordiali dell'essere umano: che la sua esistenza non resti inutile e infeconda. Quando prospera, quando porta frutto nei figli o in un'opera, l'essere umano vede un senso nella propria esistenza. Il grande cruccio dell'essere umano sta nel fatto che la sua vita gli appaia priva di significato e che rimanga senza frutto. Le coppie di sposi spesso soffrono per la mancanza di figli, mentre le persone non sposate hanno talvolta l'impressione di non lasciare nulla in questo mondo, non potendo presentare né figli né una grande opera. È un desiderio primordiale che la vita porti frutto.
Per raggiungere l'armonia con se stesso, l'essere umano ha bisogno della sensazione di generare qualcosa, di creare qualcosa che resta. Non devono per forza essere i figli o una grande opera visibile a tutti. Di una donna incinta diciamo che è fertile, e ciò che vale per lei è anche una promessa a ciascuno di noi: anche noi siamo fertili. Nel nostro corpo si esprime la benedizione di Dio, e attraverso il nostro corpo deve fluire benedizione in questo mondo, qualcosa che può prosperare e diventare visibile esclusivamente attraverso di noi.
Lo psicologo americano Erik Erikson la definisce generatività, espressione di una persona matura. Parte integrante della buona riuscita dell'esistenza umana è il fatto che si crei qualcosa che sopravviva e vada oltre la propria persona. Quando si va al lavoro o si vivono gli incontri con gli altri con la consapevolezza di essere fertili, lo si farà confidando nel fatto che da sé si sprigiona benedizione, che il proprio lavoro diventa una benedizione per gli altri e che il dialogo o lo sguardo amorevole fa scaturire la vita nell'altra persona. In quanto benedetto, si può essere sorgente di benedizione.

La Benedizione Sacerdotale o Aronitica
Un esempio significativo di benedizione si trova in Numeri 6:24-26, conosciuta come la “benedizione sacerdotale” o “benedizione di Aronne”, dal nome del primo sommo sacerdote d’Israele (Esodo 28:1). Dio è la Fonte di questa benedizione (Numeri 6:22, 23). Dio diede a Mosè queste istruzioni: “Di’ ad Aronne e ai suoi figli: ‘Questo è il modo in cui dovete benedire gli israeliti’”. Dopodiché pronunciò le parole riportate in Numeri 6:24-26. I sacerdoti che prestavano fedelmente servizio ubbidivano a quel comando di Dio. I primi 10 capitoli del libro di Numeri riportano le istruzioni che Dio diede agli israeliti mentre erano accampati nei pressi del monte Sinai durante il loro viaggio verso la Terra Promessa.
Da allora in poi, Aronne e i suoi discendenti usarono le parole riportate in Numeri 6:24-26 per benedire la nazione. Queste parole sono: "Geova ti benedica e ti custodisca. Geova faccia splendere su di te il suo volto e ti mostri favore. Geova alzi verso di te il suo volto e ti conceda pace."
Significato delle Frasi della Benedizione Aronitica
- “Geova ti benedica e ti custodisca”: Geova benedice chi lo serve concedendogli protezione, guida e una vita felice (Proverbi 10:22). Questa parte della benedizione è espressione della protezione divina.
- “Geova faccia splendere su di te il suo volto e ti mostri favore”: Chiedere a Dio di far “splendere [...] il suo volto” su qualcuno equivaleva a chiedergli di mostrare a quella persona favore e approvazione. Questa espressione può anche essere resa: “Il Signore ti sorrida con bontà” (Numeri 6:25, Parola del Signore, 1985).
- “Geova alzi verso di te il suo volto e ti conceda pace”: Geova “[alza] il suo volto” verso i suoi servitori rivolgendo loro premurose attenzioni e dando loro pace. Il concetto di pace, "shalom", è complesso, articolato e profondo, e la benedizione ne è un "contenitore di trasporto".
Per ricevere le benedizioni menzionate in questi versetti, gli israeliti dovevano ubbidire a Geova (Levitico 26:3-6, 9). Quando lo facevano, lui manteneva la parola data. Anche se non sono tenuti a recitare la benedizione riportata nei versetti in questione, i cristiani possono esprimere sentimenti simili quando pregano Dio a favore di altri o quando incoraggiano i loro compagni di fede (1 Tessalonicesi 5:11, 25). Dato che non cambia, Geova vuole ancora benedire e proteggere chi lo serve fedelmente.
La Benedizione come Elezione e Identità
Il patriarca di Israele e padre della fede è Abramo. Dio gli promette: «Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione… In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,2s.). Qui la benedizione non consiste soltanto nella fecondità, bensì anche nell’elezione. Abramo è una persona speciale, scelta da Dio come progenitore di un grande popolo.
La benedizione è sempre collegata all’elezione. Quando si benedice una persona, questa sa di essere stata eletta da Dio. Eleggere ha a che fare con il volere. La persona benedetta ed eletta sa di essere voluta da Dio, sa di essere accettata e approvata incondizionatamente. La Bibbia associa spesso la benedizione di Dio a un nuovo nome, come ad Abramo. La benedizione istituisce una nuova identità: l'essere umano non si sente più segnato da un'onta, ma viene chiamato da Dio stesso con un nome nuovo. È creato, plasmato, costituito, amato e accettato interamente da Dio, trovando la sua identità in un'intensa relazione con Lui.
Elezione significa anche che Dio ritiene l’essere umano capace di compiere qualcosa. Dio pretende da Abramo che abbandoni la propria terra, i parenti e la casa paterna. I monaci hanno visto questa partenza come archetipo per ogni essere umano: ogni individuo deve abbandonare ogni dipendenza, i sentimenti del passato e le cose visibili con cui si identifica volentieri. Il rischio della partenza, però, può essere corso soltanto da chi sa di essere sotto la benedizione di Dio. Partendo, lascia andare tutto ciò con cui finora si è sentito benedetto: i suoi beni, i suoi genitori, i suoi amici, tutto ciò che gli è consueto. Essere sotto la benedizione di Dio significa percorrere il proprio cammino sotto la sua mano che protegge, confidando nel fatto che in noi Dio crea qualcosa di nuovo e volge a buon fine la nostra esistenza.
Abramo non è una persona priva di difetti, esattamente come noi, pur essendo benedetti, continuiamo a essere pieni di difetti e di debolezze. Non di rado soffriamo per i nostri difetti, sentendoci lacerati. La benedizione di Dio può unire dentro di noi tutto ciò che talvolta minaccia di lacerarci.
Diventare una Benedizione per gli Altri
«Diventerai una benedizione», dice Dio ad Abramo. È la promessa più bella che possa essere fatta a una persona: essere una benedizione per gli altri, diventare sorgente di benedizione per gli altri. Talvolta diciamo di una persona che è una benedizione per la comunità, l'azienda o il paese, oppure di alcuni bambini che sono una benedizione per la famiglia. Intendiamo con questo che quella persona ha in sé qualcosa che fa bene agli altri: forse un carattere solare, o effonde pace intorno a sé, o c’è in lei qualcosa di schietto e di puro di cui tutti gioiscono.
Ogni comunità ha bisogno di persone che siano una benedizione per essa. Quando diciamo di un adulto che è una benedizione per la comunità, pensiamo anche all’influenza positiva che si sprigiona da lui. Da una persona del genere si effonde speranza per gli altri, la sua influenza riconcilia, non divide, e da essa partono nuove idee. Della sua inventiva e creatività vivono anche un po’ gli altri; senza di lei la comunità si spaccherebbe. Una persona benedetta unisce le persone.
Santa Faustina vide cosa accade durante la consacrazione - Shock
Gli innamorati fanno l’esperienza che il loro amico o la loro amica diventa una benedizione per loro: rifioriscono, imparano ad accettare se stessi vicino al partner e cresce una nuova fiducia in se stessi. Quanto è buio si rischiara, la disperazione e lo sconforto spariscono. All’improvviso la vita riacquista fantasia e creatività, e si sviluppano nuove idee.
Alcuni hanno l’impressione che il loro medico, la loro terapeuta o il loro padre spirituale sia una benedizione per loro. Dalla loro guida spirituale si sprigiona qualcosa che fa bene all’anima: i dubbi su se stessi si disperdono, la svalutazione e la condanna di sé cessano. Dio ritiene ciascuno capace di essere una benedizione per altre persone. Non è necessario compiere imprese speciali per diventarlo; basta essere interamente se stessi, nella propria unicità.
La Benedizione nel Confronto con l'Ombra e l'Imperfezione
La Bibbia narra la storia di Giacobbe e della benedizione notturna che riceve dall'uomo con cui ha lottato tutta la notte. Da giovane, Giacobbe aveva ottenuto con l'inganno da suo padre Isacco la benedizione del primogenito, suscitando così l'ira di suo fratello Esaù. Questa benedizione appare qui come qualcosa di tangibile, qualcosa che non si può dare due volte.
Giacobbe, che sembrava riuscire in ogni cosa e tornava a casa con grandi ricchezze, due mogli e molti figli, si ritrova ad affrontare la paura quando gli viene annunciato che suo fratello Esaù gli sta venendo incontro. Esaù rappresenta l’ombra di Giacobbe, e Giacobbe deve affrontare la propria ombra affinché la sua vita diventi davvero una benedizione. La Bibbia lo descrive nella lotta notturna con un uomo oscuro che si fa riconoscere come angelo di Dio. I due lottano senza che uno dei due riporti la vittoria. Quando sorge l'aurora, l'angelo prega Giacobbe di lasciarlo andare, e Giacobbe ribatte: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!» (Gen 32,27). Giacobbe lotta per la benedizione, tanto da lottare come se fosse questione di vita o di morte.
È un paradosso che proprio ciò che è pericoloso e combatte debba benedire. In un primo momento, a Giacobbe, Dio non appare come colui che benedice, bensì come colui che lo mette in discussione, che gli sbarra la strada. Da un punto di vista psicologico, si tratta di un incontro con l’ombra. Prima che Giacobbe possa riconciliarsi con suo fratello Esaù, deve incontrare l’ombra dentro di sé, la parte che imbroglia, quella falsa, la propria menzogna esistenziale. E proprio l’incontro con l’ombra si trasforma per lui in benedizione: la sua vita acquista una qualità nuova.
Spesso si pensa di incontrare la benedizione di Dio nelle situazioni di successo, in cui tutto riesce. La storia di Giacobbe, invece, dimostra che si sperimenta la benedizione proprio dove si è toccato il fondo, dove si incontra dolorosamente se stessi, la propria falsità, il proprio rifiuto della vita, il proprio sconfinato egoismo. Se si dice di sì a se stessi così come si è, persino la parte debole e falsa di noi può trasformarsi in sorgente di benedizione. Dio non benedice ciò che è perfetto, ma ciò che è imperfetto; non ciò che è intero, ma ciò che è spezzato. Attraverso la benedizione il ramoscello tagliato torna a rifiorire. Dio benedice anche dove ci si sente falliti, dove si soffre per le proprie debolezze, dove si è circondati dall'oscurità, invitando a non darsi per vinti quando tutto sembra privo di vie d’uscita e non si sa come andare avanti.
Benedizione, Maledizione e Autorità
Nel Deuteronomio, Dio pone davanti al popolo la benedizione o la maledizione, indicando che si può scegliere tra l'una o l'altra. Se ci si attiene ai comandamenti, se si vive in conformità della propria natura di esseri umani, si è benedetti. Se invece si agisce contro la propria natura e ci si fa condizionare dalle proprie brame e pulsioni, si sceglie la maledizione. Dio - afferma il Deuteronomio - ha legato il comportarsi secondo i comandamenti alla benedizione e l'allontanarsi dalla retta via alla maledizione. Se ci si attiene ai comandamenti, la vita sarà benedetta, porterà frutto e prospererà. Se invece si volta la schiena a Dio, si sperimenterà la maledizione. Per l'Antico Testamento, la maledizione è sempre un indebolirsi della vita.
Esiste anche l'esperienza che una persona ne maledica un'altra. Nel libro dei Numeri si narra di come il re Balak, nella sua paura del popolo di Israele, mandi a chiamare l’indovino Balaam con l'incarico di maledire il popolo di Israele. Ma Dio ordina all'indovino: «Non maledirai quel popolo, perché esso è benedetto» (Nm 22,12). Chi è stato benedetto da Dio non può venire maledetto da un essere umano.
Molte persone si sentono maledette, a causa di parole ostili pronunciate in momenti di ira o di auguri malvagi. Anche se con la ragione ci si rende conto che questi auguri nascono dall'amarezza di persone malate, difficilmente si riesce a sottrarsi al loro potere. Permane la sensazione confusa che le parole non siano soltanto parole, ma abbiano un certo effetto. Talvolta le persone maledette si sentono rose interiormente e anelano alla benedizione che scioglierà la maledizione che pesa sulla loro anima. Non basta dire loro che la maledizione non ha valore, perché essa dimora nella loro anima; c'è bisogno di una potente benedizione.
La benedizione ha bisogno di autorità conferita dall’alto, ed è impartita in nome di Dio, con la forza della croce, sulla quale Gesù ha sconfitto il potere dei demoni. San Paolo afferma che sulla croce Gesù è diventato maledizione per noi, per riscattarci dalla maledizione. A parole di maledizione che sono rimaste nell'anima, si può sovrapporre la Parola iniziale affidata nel battesimo: «Tu sei il mio figlio diletto. . Tu sei la mia figlia diletta. In te mi sono compiaciuto».
La Benedizione Reciproca
Un aspetto importante della benedizione è la sua dimensione reciproca. Quando Maria visitò sua cugina Elisabetta, quest'ultima fu piena di Spirito Santo ed esclamò: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!» (Lc 1,42). La donna più anziana benedice la più giovane. Entrambe le donne sono incinte. È un incontro prodigioso quello che ci viene descritto da Luca, che ha una sensibilità particolare per la dignità della donna e per la sua capacità di sentire che il nostro compito più importante è benedirci a vicenda e diventare una benedizione per gli altri.
Nel Nuovo Testamento, il verbo greco "eulogeo", che significa "parlare bene, elogiare", viene spesso tradotto con "benedire". Questo suggerisce che benedire qualcuno può anche significare parlarne bene, augurare il bene. Le Scritture riportano casi in cui uomini benedicono altri uomini, avendo autorità per farlo, come Isacco che benedisse Giacobbe, Giacobbe che benedisse i figli e anche il Faraone, e Mosè e Aronne che benedissero il popolo.
È importante notare che questi patriarchi e personaggi dell'Antico Testamento non dissero mai "io ti benedico", ma invocarono sempre la benedizione di Dio, come Isacco in Genesi 27:28-29. Il sacerdote aveva una formula specifica di benedizione, come descritta in Numeri 6:24-27, dove si invocava la benedizione di Dio sul popolo. Nel Nuovo Testamento, ci sono esortazioni a benedire: "benedite quelli che vi maledicono, pregate per quelli che vi oltraggiano" (Luca 6:28); "Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite" (Romani 12:14); "non rendete male per male, od oltraggio per oltraggio, ma, al contrario, benedite; poiché a questo siete stati chiamati affinché ereditiate la benedizione" (1 Pietro 3:9).
Il "bene dicere" (benedire = parlar bene) è strettamente legato al "bene facere" (fare bene). Noi possiamo "bene dicere" sempre Dio, e Dio può sempre "bene-dicere" noi, specialmente in Cristo Gesù. Allo stesso modo, tutto ciò che Dio fa lo fa bene, e in Cristo possiamo anche noi fare bene. Se possiamo "bene-dicere" Dio, possiamo farlo pure per un fratello in Cristo, esprimendo auguri di bene e invocando la benedizione divina su di lui.