Il Santo Maledetto: Un Viaggio nella Storia del Novecento attraverso Paolo Buchignani

Il romanzo storico di Paolo Buchignani, “Il santo maledetto”, è un potente ritratto letterario e un'originale trasfigurazione narrativa di Marcello Gallian, una figura complessa definita un "santo maledetto". L'opera, pubblicata da Meridiano Zero nel 2014 per un totale di 207 pagine, fonde abilmente la narrazione con una rigorosa ricerca storica, esplorando le vicende decisive dell'Italia nel XX secolo.

Foto ritratto di Paolo Buchignani, storico e scrittore

L'Opera di Paolo Buchignani: Tra Storia e Narrativa

Paolo Buchignani, storico e scrittore, insegna Storia Contemporanea all’Università per Stranieri di Reggio Calabria. Collaboratore di Nuova Storia Contemporanea e di Nuova Rivista Storica, ha pubblicato numerosi saggi sulle avanguardie, sul fascismo e sulle interpretazioni del Risorgimento nelle culture politiche novecentesche. Buchignani non ha mai smesso di amare il romanzo, e questo suo ultimo lavoro mette al centro la figura di un personaggio storico che fu già oggetto di un suo studio del 1984, intitolato “Marcello Gallian. La battaglia antiborghese di un fascista anarchico” (Bonacci).

L'autore riesce felicemente a conciliare l’esigenza del narratore, che attraverso la scrittura stimola e suggerisce, con quella dello storico, che intorno al personaggio muove avvenimenti davvero accaduti, i quali ne permeano a poco a poco la personalità. La narrativa diventa così un mezzo per calare la Storia, con la esse maiuscola, nella carne dei suoi personaggi, spesso gente umile che si è trovata a subirla e a pagarne le terribili conseguenze. La Storia, infatti, risponde a schemi generali e universali e quasi mai prende in considerazione i riflessi che il suo svolgersi ha sui singoli. In questo modo, attraverso la memoria e la testimonianza dei sopravvissuti, la Storia diventa viva, concreta.

La Figura di Marcello Gallian (Matteo Galati): Un Ribelle del Novecento

Nelle pagine del libro, Marcello Gallian compare con il nome di Matteo Galati (o Matteo-Marcello). Egli è presentato come un vero artista d’avanguardia, un ribelle irriducibile, innamorato del Duce e della Rivoluzione. La sua storia affascinante e tragica è segnata nel profondo dai miti, dagli errori e dagli orrori di un secolo che volge al termine.

Un Percorso di Vita Contraddittorio

Matteo-Marcello attraversa, puro e disarmato, le vicende decisive che vanno dalla Grande Guerra all’avventura fiumana di D’Annunzio, dal fascismo al secondo conflitto mondiale. Il suo percorso è caratterizzato da forti contrasti:

  • Le sue origini nobiliari lo portano a frequentare ricevimenti a Corte, in netto contrasto con l’immersione catartica tra gli anarchici di Trastevere e nei bassifondi romani, fra miseria, postriboli e conati di rivolta.
  • Entra adolescente nel monastero di Firenze con l'intento di diventare santo e salvare il padre adultero dalle fiamme dell’inferno. Questo periodo è contrapposto alla sua successiva partecipazione alla “Marcia su Roma” e alla visita a Palazzo Venezia per convincere Mussolini a edificare la “Città del Sole” di Campanella.
  • Nel secondo dopoguerra, lo troviamo alla Stazione Termini, costretto dalla fame a trafficare con la borsa nera, fra ladruncoli e accattoni.
Illustrazione o foto di un uomo che assomiglia a Marcello Gallian/Matteo Galati in diverse fasi della vita (monaco, fascista, sbandato)

Il Ritiro e il Diario Rivelatore

Divenuto claudicante a causa di un ictus capitatogli poco prima della guerra d’Etiopia, Matteo-Marcello, dopo anni d’impegno nel fascismo rivoluzionario, si rinchiude, deluso da Mussolini e ridotto a un povero sbandato, nella Certosa di Farneta di Lucca. Qui, prossimo alla morte, in quell’anno cruciale che fu il 1989, decide di tenere un diario a partire dal 25 gennaio. Attraverso questo diario, Buchignani ci fa conoscere i fatti più importanti della sua vita: non solo gli avvenimenti familiari che tanto influenzarono la sua formazione adolescenziale, ma anche i fatti dell’uomo maturo gettato nella lotta politica e nell’agone sociale. Spesso questi eventi vengono messi a confronto con l’attualità (l’avventura di Fiume, ad esempio, con i movimenti del sessantotto), come a voler suggerire che, se ben analizzata, la storia in qualche modo si ripete puntualmente, nel rispetto dell’insegnamento vichiano.

In quel periodo, amareggiato e deluso ma incapace di voltare gabbana, il promettente scrittore degli anni Trenta, caduto in disgrazia e spinto dal bisogno, diventa anche un “ghostwriter”, ridotto a vendere il suo ingegno a illustri personaggi abilmente transitati, nello spazio d’un mattino, dall’Italia mussoliniana a quella democratica e antifascista. Nelle sue riflessioni si manifestano le delusioni per ogni sorta di rivoluzione, tanto di destra che di sinistra, che ha attraversato il Novecento: “Sono schiacciato da una montagna di speranze deluse, di sbagli enormi, di colpe imperdonabili.”

Foto della Certosa di Farneta, Lucca

Il Contesto Storico e i Temi Centrali

Il periodo di interesse per Buchignani è sempre quello dei suoi studi: gli avvenimenti che dalla Prima guerra mondiale porteranno alla nascita del fascismo e poi alla Seconda guerra mondiale, che ne decreterà la fine. Alcuni sconfinamenti verso un periodo più recente servono a dimostrare che ancora il mondo vive in una specie di semincoscienza e che a nulla è servita la dura lezione del passato.

La Grande Guerra e l'Avventura Fiumana

Il percorso del protagonista inizia con gli anni della Grande Guerra, vista per un momento con gli occhi e la mente dei monaci della Certosa di Firenze, considerati dal popolino “imboscati dentro le tonache”. Matteo vi si era ritirato per farsi frate e diventare santo. Un fermento e un’ansia lancinante pervadevano i rimasti nel monastero quando alcuni dei novizi furono chiamati al fronte. Matteo non resterà a lungo tra i frati; una notte scavalcherà le mura del monastero di Vallombrosa per rifugiarsi a Roma, dalla ricca zia Virginia. Lì, nel 1918, lo raggiungerà la notizia della fine della guerra.

Un anno dopo, Gabriele D’Annunzio infiamma le folle, e molti accorrono volontari a Fiume, tra di loro Matteo, che ora vuole diventare un eroe. Matteo è il simbolo di come D’Annunzio prima e il fascismo poi riuscirono a smuovere i sentimenti degli italiani, ancora scossi dalla cosiddetta “vittoria mutilata”, come l’aveva definita lo stesso poeta-soldato. Un tale desiderio di rivincita avrà il suo peso nell’ascesa al potere di Mussolini. Buchignani ci fa entrare nel clima di quella che fu un’autentica esaltazione: la presa di Fiume rappresentava un riscatto che avrebbe “ricondotto la Patria agli antichi splendori.” Fu come un miraggio: a Trieste “Sulla banchina, sotto il fiato della notte, i carbonai s’eran moltiplicati: ragazzi acerbi con gli occhi accesi.” Si aspettava “l’ora della guerra rivoluzionaria.” Questa è una pagina di storia che non tutti conoscono e che a scuola viene solo fugacemente accennata, ma che invece contò molto per il prosieguo degli avvenimenti.

1919. Fiume, città di vita - Documentario

L'Ascesa e la Caduta del Fascismo

Molti avevano creduto nel fascismo e nelle parole del Duce. Il padre dell’autore, ad esempio, narra: “allora pensavo, io orfano di padre, che il Duce fosse davvero un grande padre, il padre di tutti i ragazzi: un padre forte e saggio che da solo provvedeva a tutto, l’Italia intera caricata sulle sue possenti spalle.” Ci si domanda come una tale illusione abbia potuto trasformare un popolo desideroso della pace, appena uscito dalla Grande Guerra, in un popolo belligerante. L'Italia, per paura di non sedersi al tavolo dei vincitori, arrivò addirittura a dichiarare guerra alla Francia nel momento in cui essa era già stata messa in ginocchio dai tedeschi, un’azione vile che la Francia non ha mai dimenticato.

Quando scoppia la Seconda Guerra Mondiale, i giovani rivoluzionari come Matteo esultano nella speranza che il fascismo torni alle sue origini di nemico della borghesia. La guerra è l’imputata principale: non solo quella fascista del ’40-’45, ma anche quella del ’15-’18, nella quale si era arruolato come bersagliere Mussolini, già allora pieno di idee di grandezza. Quest’ultimo è la figura che collega le due follie della guerra. Cresciuto nella Grande Guerra, ne resta segnato dagli esiziali desideri di riscatto e di vendetta.

Gli Orrori della Guerra e la Resistenza

Buchignani, crescendo tra i racconti dei sopravvissuti, ascolta con interesse e curiosità i fatti di guerra e le rappresaglie fasciste, che si inculcano nella sua mente e non le dimenticherà più. La famiglia dell’autore, i cui genitori furono coinvolti attivamente nella guerra, è una delle fonti più ricche. La madre, da ragazza, si adoperava a proteggere i partigiani e i renitenti dalle pattuglie delle camicie nere; il nonno aveva combattuto su molti fronti della Prima Guerra Mondiale, morendo poi a causa delle sofferenze patite. In paese, sette giovani furono “ammazzati come cani” dalle SS, la “Società di Satana”, come vengono chiamate nel libro. L’autore non ha dimenticato questi racconti e torna a dare voce ai suoi cari, forse anche per sollecitare in lui lo studio di quel terribile periodo, in cui su tutta l’Europa aleggiò l’aspro vento della follia.

Il 25 luglio 1943 e l’8 settembre dello stesso anno sono momenti cruciali. Allorché Badoglio firma l’armistizio e insieme con il re scappa al sud, l’esercito italiano rimane senza un capo, dando il via a un fuggi fuggi generale conseguente allo sbandamento degli ufficiali prima e dei soldati poi: “Una voce su tutte le bocche: scappare, scappare! L’ha detto il tenente: scappare subito, prima che arrivino i tedeschi.” La Repubblica di Salò torna però come un fantasma ad atterrire i sopravvissuti. I fascisti, diventati le spie dei tedeschi, si accaniscono contro i renitenti alla leva di Salò, ordinata da Mussolini. La parte finale del romanzo assisterà all’esecuzione di due di essi, catturati dalla Brigata nera. Nel momento dell’euforia, quando gli Alleati, oltrepassato l’Arno, sono alle porte della città di Lucca, che libereranno il 5 settembre 1944, non è ancora tempo di pace e di libertà. La guerra non ha mai pietà, è cinica e grottesca, sempre: “Alla fine scopriremo che più di una volta abbiamo colpito la nostra fanteria.”

Mappa dell'Italia durante la Seconda Guerra Mondiale con i fronti e i luoghi menzionati

Gli Eccidi e l'Eroismo Nascosto

È in questo periodo di estrema follia che accadde, in piena estate (il 12 agosto 1944), col solleone che batteva sui corpi sfiniti dalla sofferenza, l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, uno dei più efferati della Seconda Guerra Mondiale. Cinquecentosessanta civili furono massacrati dalle SS, “agli ordini del Maggiore Walter Reder.” Agli inizi di settembre, un’altra strage, quella della Certosa di Farneta, situata appena fuori dalla città di Lucca.

Il ritratto del sergente tedesco Papuska, “Alto alto, curvo, andatura scimmiesca: sulla faccia butterata due occhi biechi, allucinati. La bocca una fessura senza labbra, che s’apriva in un ghigno da far rabbrividire”, diventa l’espressione e il simbolo di una tale follia. I suoi occhi sono descritti come “due punti gialli, iniettati di sangue.” A lui si devono alcune delle stragi più efferate e insensate in quella parte del territorio lucchese confinante con il pisano. Suo compagno era il Bolzanino, “un rinnegato di Bolzano, che era l’ombra di quell’essere immondo, gli faceva da interprete e da spia.” L’assurda ed emblematica strage compiuta dal sergente Papuska, l’invasato criminale nazista, con la complicità del Bolzanino, la sua spia, è raccontata per ben due volte, da due osservatori diversi, tra cui un prete, don Ugolino.

Tra gli esempi di eroismo, l’autore ricorda anche il grande campione del ciclismo Gino Bartali, che contribuì alla salvezza di numerosi ebrei. Bartali, con la sua bicicletta, nascondendo nel telaio 50, 60 carte d’identità false stampate dai francescani di Assisi, le portava a Firenze. L’autore ne sottolinea il silenzio mantenuto nel corso della sua vita su queste gesta.

Foto di Gino Bartali in bicicletta o durante il periodo della guerra

La Condanna della Violenza e la Memoria Storica

Il filo conduttore del libro resta la condanna della violenza, sia essa provocata dalla guerra o da un’ideologia. L’autore sottolinea l’urgenza di imprimere sulla gioventù distratta di oggi il sigillo di un pericolo che potrebbe risorgere. Quel pericolo è sempre in agguato, ammonisce. L’esperienza fascista, infatti, nel mentre ha inorridito le coscienze, in taluni ha lasciato invece il segno di un desiderio di protagonismo, di violenza e di tirannia. Buchignani registra le azioni con severa meticolosità, dal tentativo di golpe del “principe nero” Borghese, alla strage di Piazza Fontana. Ma il suo sguardo si allarga anche fuori dall’Italia, verso il golpe cileno comandato da Pinochet, con l’assassinio del presidente Allende, democraticamente eletto; alla “Primavera di Praga”, soffocata dai carri armati sovietici; all’invasione dell’Ungheria da parte dei russi nel 1956.

Buchignani, allacciandosi ai suoi studi storici, ricorda alcuni fascisti rivoluzionari che erano mossi dal desiderio di abbattere lo Stato borghese e si lamentavano che Mussolini fosse sceso a dei compromessi. Tra questi, attraverso l’intellettuale e matematico Berto Ricci, veniamo a conoscere le gesta coraggiose del pittore Ottone Rosai, “un Ardito di guerra”, che da solo riesce a snidare e a uccidere un cecchino. Sarà lui a convertire al fascismo Berto Ricci nel dicembre del 1926. Nel ’31, Ricci fonda “L’Universale”, un giornale che raccoglie “un pugno di ragazzi innamorati del Duce e della pittura di Rosai”, tra cui Ottone Rosai, Romano Bilenchi e Indro Montanelli. Il giornale propagava idee rivoluzionarie non gradite al regime, che lo accusava di bolscevismo, invocando “una limitazione qualitativa e quantitativa del diritto di proprietà, la partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende e la fine d’ogni proletariato.” Con Berto Ricci, la testimonianza sul fascismo entra nelle stanze del potere, tra i gerarchi che contano, da Farinacci a Pavolini, e lo stesso Mussolini.

La Storia si Ripete: Dalle "Fiume e Mosca" ai Movimenti degli Anni '70

Nel romanzo si avvertono gli echi dei bestseller di Buchignani, come “Fascisti rossi” (Mondadori, 1998) e “Rivoluzione in camicia nera” (Mondadori 2006). Quest'ultimo riporta un'affermazione significativa: “Tra Fiume e Mosca c’è forse un oceano di tenebre. Ma indiscutibilmente Fiume e Mosca sono due rive luminose. Bisogna al più presto gettare un ponte fra queste due rive.” Il libro presenta anche una severa denuncia nei confronti di coloro che, veri e propri camaleonti, dopo aver considerato Mussolini “il più grande rivoluzionario del Novecento”, per opportunismo approdarono “alla sponda dell’antifascismo. Per inserirsi nella nuova Italia democratica, per entrare nella sua classe dirigente o nell’establishment culturale dominante.”

Un legame, insomma, poteva unire quei giovani ai giovani degli anni ’70, facendo pensare che “la storia si ripete e non insegna nulla.” Le insicurezze, le inquietudini e la rabbia che seguirono alla caduta del fascismo esplosero più tardi, dopo qualche decennio di latenza, nei movimenti studenteschi e nelle formazioni di gruppuscoli politici che inneggiavano alla rivolta contro il capitalismo e lo Stato borghese. Gli stessi obiettivi, insomma, che informano ogni tentativo di rivoluzione. È un filo conduttore lucidissimo, quello tracciato da Buchignani. I suoi undici racconti, legati tra loro senza soluzione di continuità, formano un vero e proprio romanzo, costituendone altrettanti capisaldi.

Infografica che collega i movimenti politici del primo Novecento con quelli degli anni '70

La Ricerca Personale dell'Autore

L’autore, dopo aver fatto parlare gli altri, diventa lui stesso protagonista del libro con i suoi ricordi giovanili. Prende a viaggiare, vuole conoscere la verità. Nel 1973 è a Budapest per sapere cosa la gente pensa degli avvenimenti accaduti. Silvia, la dottoressa dei bambini che Buchignani, ancora studente universitario, incontra in una “Pest degradata”, gli risponde con sarcasmo che “bisogna avere pazienza: attendere il comunismo, il nostro paradiso. Da quanti anni attendiamo il paradiso?” È un’esperienza che segnerà il giovane Buchignani, come dai cruenti fatti saranno segnati molti altri giovani comunisti, non solo italiani.

Altre Opere e Contributi di Buchignani

Oltre a “Il santo maledetto”, tra i libri più significativi di Paolo Buchignani si ricordano:

  • Marcello Gallian. La battaglia antiborghese di un fascista anarchico (Bonacci 1984)
  • Un fascismo impossibile. L’eresia di Berto Ricci nella cultura del Ventennio (Il Mulino 1994, Premio Luigi Russo ’94)
  • Fascisti rossi (Mondadori 1998, Oscar Mondadori 2007)
  • La rivoluzione in camicia nera (Mondadori 2006, Oscar Mondadori 2007)

Come narratore, si ricordano anche il romanzo Santa Maria dei Colli (1996) e le raccolte di racconti L’orma d’Orlando (1992) e Solleone di guerra (2008), quest'ultima con la prefazione di Carlo Lizzani. Il “Solleone di guerra”, titolo dell’ultimo racconto, è anche protagonista dei racconti: un sole forte, luminoso, che più che riscaldare, morde coi suoi raggi la terra e gli uomini. L’arsura che ne consegue è arsura e sofferenza di anime.

tags: #il #santo #maledetto #paolo #buchignani