Il Credo, nella versione ancora oggi recitata durante la celebrazione della Santa Messa, ha origini ben salde nella storia meno recente del cristianesimo. Quella di cui in questa sede si vuole parlare è la versione più recente, dunque più conosciuta nell’immaginario collettivo, di una delle preghiere più intense e significative della storia del cristianesimo: il Credo. Nello specifico, quello ancora oggi recitato durante le celebrazioni delle Sante Messe, è il Credo Niceano, che si distingue per alcuni aspetti da quello originario, definito Credo Apostolico.
Le Origini del Credo Apostolico
La primissima versione di questa preghiera, per l’appunto la versione Apostolica, prende il nome da coloro ai quali la tradizione attribuisce la prima proclamazione. Stiamo quindi parlando di un periodo racchiuso tra il II e il III secolo d.C., il cosiddetto periodo, per quanto riguarda la diffusione della religione cristiana, della “tradizione apostolica”. Questa, tuttavia, non è la versione oggi più conosciuta della preghiera.

Il Concilio di Nicea e la Nascita del Credo Niceno
Correva l’anno 325 d.C. Nel pieno del IV secolo, l’Imperatore Costantino convocava il primo Concilio Ecumenico della storia: il Concilio di Nicea. Le motivazioni per le quali questo concilio venne convocato erano diverse, ma tutte riconducibili a una causa: difendere l’unità del Cristianesimo. In quell’occasione si parlò proprio della difesa della Cristianità, messa in difficoltà dalle dottrine di Ario. La dottrina da lui sostenuta considerava la figura di Cristo come inferiore al Padre.
A seguito di queste difficoltà teologiche, la Chiesa rispose in modo chiaro e deciso. Il Concilio definì, in tal senso, la figura stessa di Cristo, come “consubstantialis Patri”, ovvero come una figura della stessa essenza, della stessa sostanza di Dio Padre. In tal modo, si riconosceva una volta per tutte la piena uguaglianza di Gesù, per l’appunto della stessa sostanza del Padre.
Il Credo Niceno-Costantinopolitano
Se si vuole essere ancora più precisi, è bene parlare di “Credo Niceano-Costantinopolitano”. Questo perché nel successivo Concilio, che ebbe luogo a Costantinopoli nel 381, vennero confermate queste verità di fede e anche ampliate. La Chiesa orientale e occidentale fin dalla più remota antichità esprime la professione della fede con delle formule brevi e concise. Tra le diverse formulazioni emergono assai presto due Simboli, rispettivamente a Gerusalemme per l’Oriente e a Roma per l’Occidente.
Le Due Grandi Professioni di Fede
Si tratta delle due professioni di fede più note e universali: il Credo apostolico presso la Chiesa Romana e il più esteso e analitico Credo niceno-costantinopolitano nelle Chiese d’Oriente. Il Credo niceno-costantinopolitano, dopo aver assunto la sua forma definitiva nei Concili di Nicea (325) e di Costantinopoli (381) entra anche nella Messa, prima in Oriente col patriarca di Costantinopoli Timoteo (515) che lo inserì dopo il bacio di pace e prima di cominciare l’anafora nella liturgia sacrificale, poi in Occidente nella liturgia palatina di Aquisgrana dove Carlo Magno dispose fosse cantato dopo il vangelo (810).

Si comprende già fin d’ora come le due diverse posizioni del Credo nella Messa distinguano ancor oggi la liturgia orientale (e ambrosiana da cui dipende) da quella latina occidentale. Il successivo intervento dell’Imperatore Enrico II (1003-1024) convince il papa Benedetto VIII ad introdurre in modo definitivo il Credo anche nella liturgia ufficiale della Chiesa Romana, secondo l’uso latino, dopo il vangelo.
Il Ruolo degli Imperatori e il Filioque
È interessante il ruolo dei due grandi imperatori cristiani nella formulazione del Credo: Costantino con i Padri del concilio di Nicea ne determinò la struttura e la terminologia, Carlo Magno poi assunse in modo definitivo il Filioque, come espressione specifica e ormai diffusa nella liturgia occidentale.
Il Credo cantato nella Messa è in tal modo un segno di comunione con l’Oriente essendo l’eredità dei grandi Concili dell’antichità che in Oriente furono celebrati. La lunga reticenza di Roma ad accogliere il Credo nella Messa si comprende alla luce della singolare risposta che il Papa diede al santo imperatore Enrico II, dicendo che la Chiesa Romana non aveva sentito il bisogno di ammetterlo, perché mai era stata contaminata dall’eresia.
Il Simbolo Romano e il suo Ruolo Battesimale
Il Simbolo romano, detto apostolico, mantenne, invece, sempre il suo ruolo antico nel contesto battesimale e catechistico. Fu, infatti, consegnato ai catecumeni e richiesto ai medesimi in forma di interrogazione prima del battesimo ed è ancor oggi contenuto nelle promesse battesimali. In seguito venne assunto nel catechismo tridentino come schema espositivo dei dodici articoli di fede. Recepito dal Breviario di S. Pio V ne fu estromesso totalmente nella riforma di Pio XII (1956).
Col Concilio Vaticano II, tuttavia, anche il Simbolo apostolico può venir usato nella Messa in alternativa al Credo classico.
Il Significato Teologico e la Rilevanza Attuale del Credo
Il termine “Credo” deriva dal latino e significa “Io credo”. Il Credo è una sintesi delle principali credenze del cristianesimo. Esso costituisce una professione pubblica di ciò che la Chiesa insegna riguardo a Dio, Gesù Cristo, lo Spirito Santo, la Chiesa e le realtà ultime.
Il Credo non è solo una recitazione meccanica di parole; è una professione di fede, una dichiarazione personale e comunitaria di ciò in cui crediamo. La struttura trinitaria del Credo ci ricorda anche che la nostra fede è profondamente relazionale. Non crediamo solo in verità astratte, ma in un Dio che è relazione: Padre, Figlio e Spirito Santo.
Struttura del Credo
- Il Credo inizia con la professione di fede in Dio, il Creatore del cielo e della terra.
- La seconda parte del Credo è dedicata a Gesù Cristo, il fulcro della nostra fede. Proclamiamo che Gesù è l’unico Figlio di Dio, concepito per opera dello Spirito Santo, nato dalla Vergine Maria, che ha sofferto, è morto ed è risorto per la nostra salvezza. Ogni frase del Credo riguardante Cristo ha un significato teologico profondo.
- Nella terza parte del Credo, professiamo la nostra fede nello Spirito Santo, la terza persona della Trinità, “che è Signore e dà la vita”. Lo Spirito Santo opera nella Chiesa e nei nostri cuori, ci guida verso la verità e ci rafforza nella fede.
- Il Credo si conclude con una serie di affermazioni riguardanti la Chiesa, i sacramenti e la vita eterna.
IL CREDO NICENO-COSTANTINOPOLITANO
Il Credo nella Vita Quotidiana
Oggi il Credo è tanto rilevante quanto lo era secoli fa. In un mondo caratterizzato dal relativismo e dalla confusione morale, la preghiera del Credo serve come ancora stabile della fede. Il Credo ci invita anche a riflettere sul mistero di Dio. Inoltre, il Credo ci unisce come comunità di credenti. Quando recitiamo il Credo durante la Messa, lo facciamo non solo come individui, ma come Chiesa.
Il Credo non è solo una preghiera che recitiamo la domenica durante la Messa. Esso ha implicazioni molto pratiche per la nostra vita quotidiana.
- Quando professiamo la nostra fede in Dio come Creatore del cielo e della terra, siamo chiamati a vivere nella fiducia che tutto ciò che accade nella nostra vita è sotto la Sua provvidenza.
- Il Credo, in particolare la parte relativa a Gesù Cristo, ci ricorda che Cristo è il nostro Salvatore e Signore. Questo ha un impatto profondo sulla nostra vita quotidiana. Significa che dobbiamo vivere alla luce del Vangelo, mettendo Cristo al centro delle nostre decisioni.
- Quando recitiamo il Credo, rinnoviamo il nostro impegno a seguire la volontà di Cristo e a diffondere il Suo messaggio.
- Con il Credo professiamo la nostra fede nello Spirito Santo, il “Signore e datore di vita”, che agisce costantemente nella nostra vita e nella Chiesa. Affidarsi allo Spirito Santo significa invocare la sua guida nelle decisioni quotidiane e lasciare che ci trasformi.
- Il Credo ci ricorda che facciamo parte di una Chiesa universale, una comunità che va oltre i confini di tempo e spazio. Ciò può tradursi in azioni concrete, come l’aiuto ai bisognosi, il sostegno alla comunità locale e la promozione dell’unità e della comprensione tra i membri della Chiesa.
- Il Credo si conclude con la professione di fede nella vita eterna. Questa speranza ci dà la forza di vivere le nostre vite con uno sguardo orientato verso il cielo, ricordandoci che tutto ciò che facciamo ha un significato eterno.
La preghiera del Credo è molto più di una semplice ripetizione di parole antiche. È un atto di fede profondo e personale, che ci collega alle radici del cristianesimo e alla comunità mondiale dei credenti. In un mondo in cui le certezze sembrano svanire e il relativismo minaccia le verità essenziali della fede, il Credo ci offre un ancoraggio saldo nella verità divina. Che ogni recitazione del Credo sia per noi un’opportunità di rinnovare il nostro impegno verso Dio e di vivere la nostra fede in maniera concreta nella vita quotidiana. Attraverso questo atto semplice ma potente, ci uniamo a una storia millenaria e a una comunità universale, mentre continuiamo il nostro cammino verso la vita eterna con Dio.
Il Credo come Espressione e Simbolo
La parola “Credo” deriva dal latino e significa “Io credo”. Il Credo è una sintesi delle principali credenze del cristianesimo. Esso costituisce una professione pubblica di ciò che la Chiesa insegna riguardo a Dio, Gesù Cristo, lo Spirito Santo, la Chiesa e le realtà ultime.
Il termine “simbolo” viene usato come sinonimo di Credo e deriva dal greco σύμβολον, sýmbolon, con il significato di segno di riconoscimento. Era pratica diffusa fra coloro che stipulavano un contratto o un accordo scambiarsi un "simbolo", spesso una moneta o un sigillo spezzati, conservandone un pezzo ciascuno. I due pezzi dell'oggetto, gli unici che potessero combaciare perfettamente, avrebbero fornito ai contraenti la garanzia di riconoscersi in futuro. Ognuno di questi due pezzi veniva detto simbolo.
Secondo un'antichissima variazione testuale, il ministro della regina etiope, sollecitato da Filippo, afferma "io credo che Gesù è il Figlio di Dio" (At 8,37). L'allargamento dell'annuncio evangelico ai pagani, legato alla novità di poter ricevere il battesimo senza entrare a far parte del popolo ebraico, ha condotto a un ampliamento della formulazione in senso uni-trinitario. Aderire a Gesù il Cristo implica l'adesione di fede nell'unico Dio, il Padre del Signore Gesù Cristo, che comunicando lo Spirito ci trasforma e unisce a Lui. Si viene così a strutturare il «credo» o «simbolo» battesimale. La triplice immersione in acqua è collegata con una triplice domanda di adesione nella fede al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.
Una delle ultime tappe dei catecumeni verso il battesimo, che avrebbero ricevuto nella veglia pasquale, era la consegna (traditio) del Credo e la sua restituzione o redditio (la recita a memoria da parte del catecumeno del simbolo della fede di fronte alla comunità riunita). Questa espressione di fede della Chiesa di Roma è il «Simbolo apostolico», in dodici frasi che, secondo la tradizione, sarebbero state composte ognuna da uno dei dodici apostoli.
L'Evoluzione del Credo e il Concilio di Nicea
Dal IV secolo in Oriente scoppiano le grandi questioni teologiche, dovute ai primi tentativi di interpretare secondo ragione il dato della fede cristiana. I misteri di chi è Gesù, il Cristo, del suo rapporto con l’unico Dio, il Creatore, il senso del dono dello Spirito del Risorto furono investigati razionalmente e con diverse interpretazioni. Di fronte a proposte che semplificavano la complessità della fede ricevuta dagli apostoli, la Chiesa si riunisce in sinodi per concordare il testo più adeguato ad esprimere il mistero della rivelazione cristologica del Dio Uni-trinitario.
Nei primi concili ecumenici di Nicea (325) e di Costantinopoli (381) i vescovi elaborano quella formulazione di fede che è giunta fino a noi col nome di «Credo niceno-costantinopolitano», il Credo che recitiamo ogni domenica nella Messa. Il nome fa riferimento all’origine del testo in quei due fondamentali concili, perché presenta leggere differenze rispetto alla formulazione di allora.
Nei confronti dei più antichi Credo battesimali, il testo vuole esprimere l’ortodossia (cioè la retta fede) di chi lo recita; l’inserimento nel rito eucaristico divenne segno dell’ortodossia della comunità che celebrava.
La Differenza tra Oriente e Occidente
Dall’Oriente l’uso si estese alle Chiese occidentali, tranne la Chiesa di Roma, perché questa si comprendeva e veniva riconosciuta custode della fede e centro di comunione. L’origine del testo, dovuto a preservare il dato di fede da interpretazioni teologiche lontane da noi, spiega l’uso di termini e frasi che oggi possono sembrare ridondanti e oscure. Si spiega anche la mancanza di un qualunque accenno al grande dono dell’Eucaristia perché all’epoca non venne mai messo in discussione.
Di fronte a possibili dubbi sulla capacità del linguaggio umano di esprimere il mistero divino, vale la pena ricordare la tradizionale riflessione teologica di san Tommaso d’Aquino, per il quale l’atto del credere non si riferisce a quanto «può essere espresso» ma alla realtà indicata dalle parole umane.
Così, in ambedue le formulazioni del Credo professiamo l’inserimento del mistero di Dio attraverso la vita di Gesù di Nazareth, in un preciso momento storico e per questo affermiamo che «patì sotto Ponzio Pilato». Da allora, attraverso il mistero della sua Risurrezione, Cristo si offre in dono ad ogni uomo lungo i tempi, attraverso l’opera dello Spirito nella Chiesa, in attesa di una vita piena e definitiva.
La Mostra "Luce da Luce: Nicea 1700 anni dopo"
A Roma una mostra racconta la storia del Credo cristiano, dalle sue prime formulazioni nelle comunità apostoliche fino al Concilio di Nicea. Un viaggio teologico e spirituale che rivela come quelle parole, recitate ogni domenica, custodiscano ancora oggi un significato profondo per l’uomo contemporaneo.
Il prof. Giulio Maspero, decano della Facoltà di Teologia e curatore della mostra, ricorda che «il simbolo apostolico è romano», ma ogni Chiesa locale, sin dalle origini, aveva una propria formulazione del Credo. Queste varianti rispondevano a contesti specifici e sensibilità diverse, ma con l’editto di Milano del 313, che concedeva libertà religiosa ai cristiani, tali differenze iniziarono a generare tensioni. Proprio da queste tensioni nacque l’urgenza di unificare la fede: «da lì è nato un piccolo conflitto che poi ci ha portato al simbolo di Nicea per sanare questo conflitto».
Il Concilio di Nicea e l'Homousios
Il Concilio di Nicea del 325 d.C., celebrato nella parte orientale dell’Impero Romano, rappresentò il primo concilio ecumenico del cristianesimo. Lì, i vescovi riuniti affermarono solennemente che il Figlio è “homousios” al Padre, cioè «è la stessa cosa del Padre». Maspero spiega che il termine “homousios” non indica una semplice somiglianza: «qui non è una parte, perché il Padre è Padre, quindi quando il Padre dà l’essere al Figlio proprio perché è Padre, non gli dà qualche cosa, gli dà tutto se stesso».
Questa proclamazione, però, affonda le radici anche a Roma. La tradizione vuole che nel 324, alla vigilia del concilio, la fede nicena sia stata professata per la prima volta nella capitale dell’Impero, nella chiesa di San Martino ai Monti, costruita su una delle prime domus ecclesiae cristiane. All’interno, un affresco medievale ricorda proprio la proclamazione del Credo e la vittoria della Chiesa contro l’eresia ariana.

Lo Spirito Santo, il Filioque e le Tensioni tra Oriente e Occidente
Nel 381, al Concilio di Costantinopoli, i Padri della Chiesa ampliarono il testo niceno, chiarendo la natura divina dello Spirito Santo: «mentre un figlio ha sempre la stessa natura del padre, un cavallo genera un cavallo, un uomo genera un uomo, quindi Dio genera Dio», ma lo Spirito non è generato, «quindi non è figlio». E allora, che cos’è? I padri cappadoci riuscirono a esprimere che «lo Spirito Santo è Dio, cioè non è creato, ma è la stessa cosa, ma non nel senso che è generato, si dice: procede, ha origine da».
Col tempo, in Occidente, fu aggiunto al Credo il filioque - “e dal Figlio” - un’aggiunta che avrebbe in seguito contribuito al Grande Scisma d’Oriente. Maspero evidenzia che la differenza non era inizialmente sostanziale, ma linguistica: «il greco ha l’articolo, il latino non ha l’articolo… era Dio, ma non era il Dio: il Dio era il Padre, e in latino questo non si può esprimere». Fino al IX secolo, questa distinzione non creava divisioni, ma con Carlo Magno e i suoi teologi, «un po’ per ragioni politiche, un po’ per ignoranza», nacque l’idea errata che i greci avessero “tolto” il filioque, «cosa che sarebbe assurda, perché usare filioque in greco sarebbe una grande eresia».
Il Credo come Messaggio per l'Uomo di Oggi
La mostra “Luce da Luce” si propone di riportare il Credo al centro della vita spirituale contemporanea, offrendo risposte a un mondo segnato da smarrimento e nichilismo. La teologa Ilaria Vigorelli, curatrice della mostra, sottolinea che Nicea è ancora oggi una risposta alle inquietudini dell’uomo moderno: «la fede dei padri fu la fede di chi ha scoperto che Dio non esiste senza il Figlio, cioè Dio è Padre, non fa il Padre».
Questo essere originariamente, sorgivamente Padre - continua Vigorelli - è la chiave per parlare all’uomo contemporaneo «di speranza, di audacia, di possibilità di perdono». La luce che procede da Dio «non si può affievolire, non c’è tenebra che la possa spegnere… Dio non smette di illuminare il mondo, anche quando l’umanità lo ignora, lo disdegna, gira un po’ al largo».
Il Credo: Molto Più di una Formula
Per molti, il Credo è una preghiera recitata meccanicamente. Eppure, è un atto performativo: dire “credo” significa già credere. La terminologia dei Credo dei primi secoli, sebbene antica, incarna una storia di fede condivisa e va mantenuta nella liturgia, con la necessità di spiegarne il significato.
Che cos’è un “Credo”? È un tentativo di esprimere in sintesi l’essenza della fede cristiana. Secondo il Nuovo Testamento, tale essenza non è una serie di concetti, ma una storia, quella di Gesù di Nazareth, a partire dalla quale la chiesa comprende la storia di Dio con l’umanità. Un Credo, dunque, cerca di dire, in poche parole, chi è Cristo per noi oggi e, a partire da questo, parla del Dio di Israele come di un Padre, che rivive e rinnova la storia di Gesù mediante la sua presenza, chiamata «l’opera dello Spirito Santo».
Con la Riforma protestante, diventa essenziale esprimere il significato di Gesù di fronte a sfide specifiche. Accade così che un aspetto prima riassunto in una sola espressione prenda molto spazio in quelle che vengono chiamate le «confessioni di fede» della Riforma. Può anche accadere, però, che un gruppo di lavoro, un corso di catechismo, una singola persona, avvertano l’esigenza di esprimere la fede con parole proprie. Senza un consenso ecclesiale, si tratta ovviamente di un semplice contributo al dibattito.
Gli stessi grandi simboli dell’antichità non dicono tutto e non sempre si esprimono nel modo che a noi apparirebbe più chiaro. Il Credo o Simbolo della fede o professione di fede è una sintesi della fede cristiana che ne enuncia e riassume gli elementi fondamentali. Le professioni di fede più note e diffuse nella Chiesa cattolica sono il Simbolo Apostolico (Symbolum Apostolicum), risalente al II-III secolo, e il Simbolo Niceno-Costantinopolitano (Symbolum Nicænum Costantinopolitanum), codificato dopo i Concili di Nicea (325) e di Costantinopoli (381).
Sia il Simbolo Apostolico che il Simbolo di Nicea-Costantinopoli hanno valore dogmatico e vivono in uno stretto rapporto con le Sacre Scritture, evidenziando ciò che costituisce il cuore del messaggio biblico. Lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica assume il Simbolo Apostolico, che rappresenta, per così dire, "il più antico catechismo romano".
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