Benché strettamente legati con il mondo religioso, i sette vizi capitali sono ormai concetti entrati nel sapere condiviso di tutti noi. Ma sappiamo davvero che cosa sono? I vizi, al contrario delle virtù, sono pessime abitudini e inclinazioni d'animo che portano chi ne è affetto a seguire continuamente dei comportamenti sbagliati. San Tommaso d'Aquino osserva che il vizio dell'avarizia subentra quando voltiamo le spalle alla moderazione che dovrebbe caratterizzare il nostro rapporto con i beni creati. Egli scrive: “…sarà peccato per [uno] superare questa misura desiderando acquisire o conservare [beni creati] smodatamente. Questo è ciò che si intende per cupidigia, che è definita come amore smodato per il possesso.” (ST, II-II, 118. 1)

I Vizi Capitali e la loro Origine
I vizi capitali sono allo stesso tempo vizi e peccati, o peccati che costituiscono cattive abitudini. L'immagine allegorica "I Sette Peccati Capitali e le Quattro Cose Ultime" del pittore olandese Hieronymus Bosch (ca. 1450 - 1516) suggerisce il loro profondo legame con la morte, il giudizio, l'inferno e il paradiso, chiamati anche "novissimi".
Secondo il Catechismo di San Pio X, “il vizio è una cattiva disposizione dell’animo a fuggire il bene e a fare il male, causata dal frequente ripetersi degli atti cattivi.” Alcuni peccati «sono chiamati capitali perché generano altri peccati, altri vizi» (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1866). Essi derivano da una tendenza innata nella natura umana decaduta a causa del peccato originale e, per l'ampiezza e l'incisività della loro azione contro beni particolarmente importanti, rimangono pericolosi per la vita morale dell'uomo.
San Gregorio Magno individua sette vizi capitali: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia e accidia. San Tommaso d'Aquino li riconduce a sette istintive tendenze malsane dell'uomo che ricerca disordinatamente quattro specie di beni e rifugge da altri tre beni ai quali però è unito il male. L'uomo pretende: la propria eccellenza (superbia), la conservazione dell'individuo (gola), la propagazione e il progresso della specie umana (lussuria), la propria ricchezza (avarizia). In parole più semplici, la trama dei vizi capitali può essere ricondotta a una sola fonte: l'amore esagerato di se stesso.
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La Superbia: Radice dei Mali
La superbia rappresenta la convinzione di essere migliore di tutti. È un vizio di natura antisociale che genera rivalità, odi, calunnie, vendette e guerre. La superbia si oppone direttamente a Dio, non a un suo comandamento, ma a Lui stesso, usurpandone i diritti e negandogli la gloria dovutagli. È la radice degli altri vizi capitali, tanto che la colpevolezza di ogni peccato si misura dalla quantità di superbia che lo ispira.
Il castigo della superbia include l'inquietudine nel corpo e nell'anima, l'umiliazione e la solitudine. È considerata la lussuria dello spirito, e il suo rimedio è l'umiltà, che insegna a riconoscere i propri torti, ad accettare le critiche e ad attribuire tutto il bene a Dio.
L'Accidia: Pigrizia Spirituale
L'accidia è una pigrizia mentale e spirituale che impedisce di prendere impegni o decisioni importanti. È simile alla pigrizia ma va oltre il non voler fare il proprio dovere, ostacolando la crescita spirituale e la libertà interiore.
L'Avarizia: Attaccamento Smodato ai Beni
L'avarizia, o avidità o cupidigia, è l'attaccamento morboso ai propri beni, un desiderio di possedere e conservare denaro, beni o oggetti in quantità maggiore a quanto necessario per la sopravvivenza o per una vita comoda. Questo vizio si manifesta come un'eccessiva riluttanza a spendere e a donare. Il timore continuo di vedersi strappare i beni conquistati è l'apprensione tipica dell'avaro, e non si tratta solo del denaro ma di tutto ciò che egli pensa gli appartenga: il tempo, l'intelligenza, la conoscenza, ecc.
L'avarizia è strettamente legata a quell'istinto profondo nel nostro cuore che chiamiamo "possedere". Questo possesso disordinato compensa un vuoto interiore, mettendo l'individuo al posto di Dio. Come dice Gesù in Matteo 6, 24: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

L'Avarizia come Peccato Spirituale
I Padri della Chiesa, Giovanni Cassiano e Gregorio Magno, consideravano i Peccati Capitali come spirituali o fisici. L'avarizia rientra tra i peccati spirituali. San Tommaso d'Aquino osserva che i peccati risiedono principalmente negli affetti, e che l'uomo avido trae piacere dalla considerazione di sé stesso come possessore di ricchezze (ST, II-II, 118. 7). Questo piacere è spirituale, poiché si consuma nella mera apprensione dell'anima.
La concupiscenza, definita dal Catechismo come “…qualsiasi forma intensa di desiderio umano,” (CCC, N. 2515), è l'azione del nostro appetito sensibile contro la nostra ragione di fronte a scelte morali. Il Decimo Comandamento proibisce i desideri irragionevoli di beni materiali e regola i mezzi con cui li acquisiamo. L'avarizia subentra quando si supera la misura nel desiderio di acquisire o conservare beni, trasformando il denaro da mezzo a fine.
L'Avarizia e l'Idolatria
San Paolo paragona l'avarizia all'idolatria (Efesini 5, 5). L'idolatria consiste nel ridurre Dio a sé stessi, a qualcosa che si può toccare e sentire, o a realtà dalle quali si sente dipendere la propria sicurezza. L'uomo tende a idolatrare ciò che gli dà sicurezza. Il possesso, il controllo, danno un senso di sicurezza, ma questa è una sicurezza illusoria.
Il denaro è uno strumento per esercitare un controllo sul tempo, fino all'illusione di estendere la propria vita o di programmarla in ogni dettaglio. Il denaro, sebbene non vada demonizzato, non deve essere idolatrato. L'avarizia, in questo contesto, è l'esercizio di un possesso di sé stessi e del tempo attraverso il denaro.
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Le Conseguenze dell'Avarizia
«Io sono ciò che ho», ripete di sé l'avaro, e pone nell'avere la radice del suo essere. Per l'avaro, la mancanza di beni è tanto dolorosa quanto la privazione del mangiare per il goloso. La Scrittura considera l'avarizia un grave peccato. Il denaro infatti sfida Dio, giacché ne occupa il posto. Come l'orgoglioso, il lussurioso ed il goloso, anche l'avaro è definito peccatore e vizioso non perché ama un qualche bene di questo mondo, ma perché il suo amore per questo bene è smisurato.
Figlie dell'avarizia sono, secondo San Gregorio Magno, l'insensibilità del cuore (come il ricco del vangelo indifferente al povero Lazzaro), l'inquietudine nel possesso, la violenza nell'appropriazione, il furto, il tradimento (Giuda Iscariota tradisce il suo Maestro per trenta denari) e la tristezza. L'avarizia è un fardello che appesantisce il cuore, ritarda la conversione, impedisce l'adesione a Dio.
Massimo il Confessore spiega che il peccato inizia non con il possesso del denaro, ma con il suo “cattivo uso”, quando cioè il denaro cessa di essere un mezzo e diventa un fine. L'ossessione per la fortuna economica tenta di rispondere alla paura della morte, che è un'esperienza di radicale spossessamento. La radice dell'avarizia è la paura della morte.
L'Avarizia e la Società
Al di là della sfera personale, la cupidigia produce effetti devastanti su scala sociale: disuguaglianze estreme, saccheggio di risorse naturali e violazione di siti naturali per guadagni immediati. La mondializzazione invita a interrogarsi sull'efficacia del libero mercato se non è fondato sulla giustizia.
L'avarizia ci incoraggia a dimenticare la nostra dipendenza da Dio e a coltivare il disprezzo per i nostri simili. San Tommaso osserva che l'avidità dà origine all'insensibilità alla misericordia, poiché il cuore di un uomo non è intenerito dalla misericordia per assistere il bisognoso con le sue ricchezze.

Il Rimedio all'Avarizia: la Liberalità
Il rimedio all'avarizia è la liberalità, che San Tommaso definisce come il mettere a frutto “…le cose di questo mondo che ci sono concesse per il nostro sostentamento.” (ST, II-II 117.1). Le parole essenziali in questa definizione sono “buon uso”. La liberalità non si basa sulla quantità di un dono, ma sulla disposizione d'animo del donatore. Come osservò Sant'Agostino, “La liberalità è proporzionata alla sostanza di un uomo, cioè ai suoi mezzi, perché non consiste nella quantità data, ma nell'abitudine del donatore.”
Principi della Liberalità
- «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede», dice Gesù (Lc 12, 14).
- Il denaro e la proprietà non vengono da noi e non sono per noi, ma sono doni di Dio da amministrare.
- I beni non sono destinati unicamente a colui che li ha guadagnati: devono giovare non solo a sé stessi ma anche agli altri (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 69).
- Felice colui che si accontenta di quello che ha; «infatti non abbiamo portato nulla nel mondo e nulla possiamo portare via» (1 Tm 6, 7).
- Dietro al bisogno di sicurezza si nasconde spesso una non confessata mancanza di fiducia nella Provvidenza. L'accumulare fortuna è una sicurezza illusoria.
- Imparare a donare gratuitamente, senza indugio e senza restrizione.
- Nella parabola del ricco cattivo, la Scrittura attribuisce un nome al povero (Lazzaro), ma non al ricco (Lc 16, 19-30), sottolineando la responsabilità del ricco che sa e non fa nulla.
- Riflettere all'inizio dell'anno sulla parte di bilancio da destinare ai diversi settori della vita.
- Invece di promettere: «Farò beneficenza quando mi sarò assicurato il necessario», è meglio dire: «Riservo tale percentuale del mio budget per il Signore e per chi è meno fortunato di me».
- La contemplazione della Passione di Gesù, la più grande forma di povertà e distacco, ci guarisce da un attaccamento smisurato ai beni terreni e ci salva dalle cupidigie sbagliate.
Liberalità e Giustizia
La virtù della Giustizia spinge a dare a un'altra persona ciò a cui ha diritto. La Liberalità, al contrario, spinge a dare ciò a cui abbiamo diritto. Vi è una connessione tra Liberalità e Giustizia perché entrambe sono rivolte a un'altra persona e si occupano di cose esterne. Questo si collega alla Misericordia, che ci sfida a imitare il Salvatore che "è andato a tutti senza eccezioni." (MV, 12).
L'Ispirazione di Maria
La Beata Madre Maria, nel suo Magnificat, loda Dio che “ha ricolmato di beni gli affamati, e ha rimandato i ricchi a mani vuote”. L'inno di Maria descrive la cura universale di Dio per l'umanità e il Suo disprezzo per il profitto ottenuto dall'avarizia. Ci invita ad abbracciare l'esempio di generosità e preoccupazione per i poveri.