La sorveglianza esercitata dalla censura e dall'Inquisizione sulla scienza, particolarmente evidente nel caso Galilei, rappresenta un tema centrale nella storia del pensiero scientifico italiano. I concetti di "oscurantismo" e "arretratezza", inizialmente promossi da polemiche protestanti e illuministe, si sono evoluti in alcune filosofie storiche romantiche, descrivendo l'inadeguatezza dei Paesi meridionali e cattolici alla modernità. Questo schema fu rielaborato nella seconda metà del XIX secolo da Bertrando Spaventa, con la teoria della "circolazione" europea del pensiero italiano, e da Francesco De Sanctis, con la teoria della "decadenza" italiana.
L'orientamento storiografico che, a partire da Hubert Jedin, ha riconosciuto nella Chiesa tridentina caratteri moderni, continua ad alimentare la riflessione sul complesso rapporto tra Chiesa e modernità, pur generando aspri dissensi. La "crisi delle ideologie" di fine Novecento sembra aver influenzato la sequenza Riforma-modernità, incidendo sulla valutazione della Controriforma. Il contrasto della libertà di coscienza nel mondo riformato è stato evidenziato con maggiore enfasi rispetto al passato. Si è meglio compreso il rilievo della censura e della polizia della fede nell'Europa protestante, basate sulle stesse fonti scritturali invocate dai cattolici e supportate da una collaborazione tra poteri secolari e religiosi. Sebbene esercitate con strumenti e obiettivi parzialmente diversi da quelli cattolici (confessionalizzazione, demagificazione, buon costume), il controllo sulla vita intellettuale in ambito protestante risultava inferiore o indiretto.
L'opera filosofica e scientifica di figure come John Locke e Isaac Newton non incontrò problemi di censura in Inghilterra. Tuttavia, i due autori scelsero di dissimulare le loro idee teologico-religiose, considerate eterodosse per l'anglicanesimo, religione di Stato. D'altra parte, la censura fu un attributo fondamentale del potere politico stesso, come teorizzato nell'assolutismo di Jean Bodin e nell'apologia delle prerogative della Repubblica di Venezia da parte dell'antipapista Paolo Sarpi.
Istituzioni di Controllo Cattolico: Santo Uffizio e Indice dei Libri Proibiti
A differenza del mondo riformato, caratterizzato da un approccio policentrico, la Chiesa cattolica sviluppò due istituzioni tipiche della monarchia papale: un tribunale teologico centrale, sovraordinato all'inquisizione diocesana, la Congregazione della Sacra Romana e Universale Inquisizione (o Santo Uffizio), istituita nel 1542; e una censura preventiva territoriale sulla stampa, a responsabilità episcopale e inquisitoriale, culminante in un meccanismo centrale di revisione e proibizione, l'Indice Romano dei Libri Proibiti, emanato per la prima volta nel 1559 (la relativa Congregazione fu eretta nel 1572).
Questi istituti furono creati per contrastare l'eresia, ma la loro competenza si estese anche ai saperi profani. I criteri di sorveglianza furono influenzati dall'urgenza antiprotestante. La giurisdizione universale del Santo Uffizio e della censura romana ebbe effettiva applicazione quasi esclusivamente in Italia. La loro efficacia giuridica dipendeva, al di fuori dello Stato della Chiesa, dal recepimento da parte delle magistrature secolari. La spinta clericalizzante e le forme di controllo sui fedeli, tipiche della Controriforma, che coadiuvarono anche il controllo della vita intellettuale, incontrarono spesso resistenza nelle giurisdizioni statali.
Le monarchie iberiche disponevano di inquisizioni proprie, dipendenti dalle rispettive corone, con competenza sulla censura e sulla compilazione di Indici fin dal XV secolo. Anche università come quelle di Parigi e Lovanio, e altre autorità cattoliche, laiche ed ecclesiastiche, predisposero propri Indici. Alcuni di questi Indici cattolici rimasero attivi anche dopo l'emanazione dell'Indice romano, ma i loro rapporti non furono di semplice convergenza.
Casi Celebri e Complessità del Controllo Scientifico
Lo studio del comportamento della censura romana e del Santo Uffizio nei confronti della scienza si è a lungo concentrato su casi emblematici, come il divieto dell'opera di Nicola Copernico nel 1616 e il processo a Galileo Galilei nel 1633. La storiografia più recente ha offerto una rappresentazione più sfumata di queste istituzioni, evidenziando le tensioni interne tra le Congregazioni, la loro frequente inefficienza, la prassi della expurgatio (ripulitura) di libri, anche scientifici, vietati solo donec corrigantur (fino a correzione), e la concessione di permessi di lettura per libri proibiti. Inoltre, il problema della censura non si esauriva negli uffici centrali, ma coinvolgeva ordini religiosi e università, e i rapporti tra fede e scienza non si riducono allo studio di censura e Santo Uffizio.
È importante notare che, nonostante divieti e processi creassero un clima intimidatorio, tutti i libri editi in area cattolica ma proibiti dagli Indici romani erano stati precedentemente autorizzati dalla censura preventiva, spesso nel quadro di patronage e frequentazione ecclesiastica delle scienze. Ciò suggerisce una certa permeabilità del sistema, ma impone anche di verificare quanto rigoroso fosse il controllo su altri testi.
Negli Indici di Sisto V (1590) e Clemente VIII (1596), e durante la crisi copernicana (1616-1633), si verificò una progressiva accumulazione di inchieste, divieti e processi. Questi eventi misero in luce la compatibilità della cultura filosofica e scientifica del tempo con la dottrina cattolica. L'apertura dell'Archivio della Congregazione per la dottrina della fede nel 1998 ha permesso uno studio analitico del comportamento di queste strutture nel XVI secolo.

Scienza, Metafisica e Teologia: La Concezione del Sapere
La rappresentazione dell'asimmetria tra la concezione moderna di scienza e la letteratura naturalistica esaminata da censura e Inquisizione nel XVI-XVII secolo è significativa. Nella cultura scolastica dell'epoca, la scienza era intesa come un complesso gerarchico di saperi teologici, metafisici e fisici, una visione che il pensiero moderno avrebbe disarticolato. Le ricerche naturalistiche non apparivano autonome dal quadro metafisico stabilito dalla tradizione aristotelica e dalla teologia.
Non mancava la consapevolezza della discutibilità o caducità di certe dottrine e dei limiti delle auctoritates. Tuttavia, generalmente, le scienze naturali non erano considerate progressive e insindacabili. Anche nei settori antiaristotelici, la ricerca naturalistica si slegò lentamente dalle visioni metafisiche e dall'appello alle Scritture. L'aristotelismo di matrice averroistica, pur non rinunciando a quadri metafisici, riservava alle indagini naturali un piano sul quale l'autorità della teologia era formalmente ossequiata ma concettualmente inoperante (portando i suoi fautori ad essere accusati di sostenere una "doppia verità").
Nell'ambito della cultura italiana, l'istanza della philosophandi libertas in naturalibus (libertà della filosofia negli argomenti naturali) fu avanzata all'inizio del Seicento. Anche all'interno dello stesso clero (si pensi ai Gesuiti), una revisione, seppur contrastata, della scienza aristotelica e una cauta libertà di innovazione trovarono sostenitori.
La Chiesa pose il primato della teologia a garanzia dell'ortodossia filosofica, non riducibile alla difesa dell'aristotelismo, che spesso aveva generato eterodossia. Le novità filosofico-naturali dovevano essere inserite nell'alveo dell'uniformitas teologica, anch'essa problematica, come dimostrato dal dibattito interno alla Compagnia di Gesù.
Eresia, Ragione e Fede: Criteri di Censura
Nel 1570, la teologia di Tommaso d'Aquino fu elevata a teologia più sicura, ma non esclusiva, da Pio V. Il Concilio di Trento, tuttavia, non offrì una riorganizzazione complessiva della teologia né una riconsiderazione specifica dei suoi rapporti con filosofia e scienze.
Sul piano dottrinale, la teoria tomista dell'eresia come errore dell'intelletto, a cui la volontà può aderire con pertinacia, risultò fondamentale. Tommaso distingueva tra eresia diretta (contraria ad affermazioni de fide o decreti della Chiesa) ed eresia indiretta (che induce a dubitare dell'inerranza delle Scritture). Questo implicava che l'interpretazione di passi scritturali riguardanti la natura potesse dar luogo a eresia. Tommaso ammise che la teologia non dovesse fondare le altre scienze, ma si riservò il diritto di giudicare se vi fossero tesi da respingere come false perché contrarie alla fede.
Il Directorium inquisitorum di Nicolas Eymerich (1376), riedito più volte, presentò antiche teorie filosofiche e islamiche come possibili matrici di eresie, recependo la dottrina tomista. Alfonso de Castro, nel De iusta haereticorum punitione (1547), ricavò la categoria di error in fide. Se l'eresia riguarda enunciati a cui il cristiano dovrebbe assentire oltre le capacità razionali, l'error in fide concerne enunciati dimostrabili anche dalla ragione. Ciò consentiva di censurare una tesi eretica anche come "stolta" o "erronea".
La bolla Apostolici regiminis, emanata da Leone X nel V Concilio Lateranense per contrastare l'averroismo, proclamò che la filosofia non può sostenere come vere nel suo ambito posizioni che riconosce come false per la teologia, e deve essere confutata ogni volta che appaia in contrasto con questa, specialmente su punti come la durata del mondo o la natura dell'anima, interpretati in termini incompatibili con la dottrina della Chiesa.
Durante la Controriforma, l'eresiologia tomistica e la bolla Apostolici regiminis resero possibile nella prassi inquisitoriale e censoria il richiamo a un'ortodossia filosofica cattolica.
Interpretazione delle Scritture e Scienza Naturale
Il Concilio di Trento, con il decreto De canonicis scripturis (IV sessione, 8 aprile 1546), vietò interpretazioni delle Scritture su punti di fede e morale difformi dal comune consenso dei Padri. Tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento, questo divieto fu esteso di fatto anche a punti delle Scritture riguardanti argomenti naturali, sulla base della formula dell'eresia indiretta.
In alcuni ambienti ecclesiastici si consolidò la tendenza a dirimere questioni scientifiche nell'esegesi letterale della Bibbia. Oltre alla connessione tra scienze naturali, metafisica e teologia, fu rilevante anche il legame delle prime con pratiche magico-astrologiche, considerate almeno in parte naturali e lecite dalla cultura accademica.
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Astrologia, Magia e Censura: Confini Incerti
L'ortodossia dell'astrologia rimase esposta a esitazioni fin dal Medioevo. La cultura cristiana oscillava tra l'orrore patristico per il demonismo pagano e il tema del governo divino dei cieli. Questo portò al compromesso tomistico dell'inclinatio che i corpi sublunari subirebbero dai coelestia, senza che le anime intellettive venissero private della loro libertà di scelta. Tale compromesso legittimava l'astrologia, purché non pretendesse di emettere "giudizi" certi su eventi futuri.
La distinzione filosofica tra magia naturale e magia demoniaca, dibattuta nel XV secolo, fu fondamentale nella Magia naturalis di Giovan Battista Della Porta, inquisito e infine condannato alla sola purgazione canonica. L'opera, pur di grande risonanza, fu vietata dall'Inquisizione spagnola nell'edizione del 1558.
Censori e inquisitori contemplavano la distinzione tra magia naturale e magia demoniaca, ma essa non esentava dal controllo di ortodossia. L'Indice di Paolo IV (1559) vietò libri trattanti arti esoteriche, ma non quelli di astrologia non "giudiziaria". L'Indice del 1564 proibì solo testi che annunciassero previsioni certe, rinnovando l'interdizione dei libri delle altre magie, ma senza riferimento alla fisiognomica e all'alchimia.
L'alchimia, vietata nel XIV secolo, era diffusa in età moderna e i suoi testi furono spesso tollerati, a meno che non intrecciassero pratiche magiche e teologie eterodosse. Le opere attribuite a Paracelso, ad esempio, non furono vietate fuori d'Italia prima del 1583.
Tra Sisto V e Urbano VIII, che dedicarono all'astrologia le bolle Coeli et terrae (1586) e Inscrutabilis (1631), la vigilanza si configurò elevata ma critica. Nonostante la severità in linea di principio, la circolazione di pronostici si mantenne ampia e l'expurgatio di opere astrologiche si rivelò fallimentare.
L'Indice romano del 1564 non dettò regole specifiche per filosofia e scienza, ma la regola VIII previde l'expurgatio e riabilitazione per libri di materia non religiosa il cui argomento principale fosse innocuo per la fede, ma che marginalmente potesse suscitare sospetti di eresia, empietà, divinazione o superstizione. Erano inoltre da vietare ma correggibili i libri di tema profano di autori eretici, e quelli di autori cattolici e approvati.
