Don Tonino Bello, vescovo e francescano secolare in terra di Puglia, era un uomo che non solo parlava, ma agiva. Per lui, dopo il dire c'era sempre il fare. Predicava e operava per la pace, per gli operai, per gli sfrattati, per i più disagiati. Non si limitava a dire "fate", ma faceva, saldando le parole con i fatti e trasformando il Vangelo in una mentalità evangelica. I suoi gesti sorprendevano sempre, rompendo costantemente gli schemi.
Don Tonino ha parlato in maniera chiara e forte agli uomini del suo tempo, sia all'interno che all'esterno della Chiesa, e continua ancora a parlarci oggi non solo attraverso la sua parola e i suoi innumerevoli scritti, ma anche attraverso il "potere dei segni". Sembra perfino banale ricordare come la sua espressione "Non dobbiamo più avere i segni del potere, ma il potere dei segni" sia una delle più fortunate e ricorrenti. Un'espressione profetica.
L'Internazionale della Croce: Oltre la Sofferenza Individuale
Don Tonino Bello rifletteva sull'idea di intitolare una sua lettera "L'Internazionale della Croce". Sebbene avesse scartato l'idea, temendo che potesse apparire una frase ad effetto o evocare contaminazioni, la frase gli sarebbe servita tantissimo per far comprendere una verità fondamentale: non esiste solo la croce individuale, la sofferenza personale, il dolore di Angela, la tragedia di Franco, l'agonia dei singoli. Esiste anche una sofferenza comune, un dolore di classi, una tragedia di popoli.
Lui stesso affermava: "Lì c’è la Croce dei paesi del Quarto Mondo condannati allo sterminio per fame. Accanto, avanza la croce sostenuta da una turba, incredibilmente privata dei diritti fondamentali dell’uomo, su cui grava la congiura del silenzio." Più in fondo si intravede il patibolo di intere popolazioni considerate marginali dalle grandi potenze, e destinate cinicamente al genocidio. Ecco lì la croce dei “desaparecidos”, quella degli abitanti di Haiti, dei massacrati del Guatemala, la croce che schiaccia la schiena delle popolazioni afgane, quella trascinata dalle tribù violente dell’Iran. Più in là la croce dei dissidenti dell’Est, che copre, con la sua ombra, interminabili campi di concentramento, squallide prigioni e lontanissime terre di esilio. Poi, sotto gli occhi, ecco la croce delle grandi masse di tutta la Terra discriminate dalle leggi razziali del mercato, condannate dalle centrali del Capitalismo mondiale a non risollevarsi mai, a rimanere sempre subalterne, a diventare sempre più schiave, sempre più umiliate, sempre più offese.

Contro l'Uso Intimistico e Domestico della Passione
Don Tonino esortava i fedeli a non commettere l'errore di pensare che il loro vescovo facesse politica solo perché cercava di distoglierli da un certo "uso intimistico" della Croce o da una visione "formato personale" della via del Calvario. Non lo si doveva accusare d'inquinare l'atmosfera quaresimale con ingredienti poco ascetici, solo perché tentava di sottrarli al consumo troppo domestico della Passione di Gesù. Se è vero che ogni cristiano deve accogliere la sua croce, deve anche staccare tutti coloro che vi sono appesi.
Noi oggi siamo chiamati a un compito di portata storica senza precedenti: "Sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi". Pertanto, non solo dobbiamo abbandonare il "belvedere" delle nostre competizioni panoramiche e correre in aiuto del fratello che geme sotto la sua croce personale, ma dobbiamo anche individuare con coraggio e intelligenza le botteghe dove si fabbricano le croci collettive. In oscure centrali della terra ci sono dei "Cagliostri" che, con alchimie macabre di potere, confezionano per noi croci sintetiche che addossano poi sulle masse sterminate di poveri. Essere fedeli alla Croce di Gesù Cristo, nostro indistruttibile amore, significa disintegrare queste fucine di morte e distruggere tutte le agenzie periferiche di questi arsenali di ingiustizia planetaria. E forse non c'è bisogno di andare troppo lontano per scovarle, perché piccole succursali di queste botteghe, veramente oscure, dove si confezionano croci collettive, esistono anche nelle nostre città.
La Croce come Simbolo Potente e Impegno Responsabile
La Croce non è solo un monumento o un'opera d'arte, ma è soprattutto un segno potente per coloro che vogliono soffermarsi a riflettere sul suo grande significato e sul messaggio evangelico di un grande uomo che continua a far interrogare le coscienze libere. Quella Croce non poteva né doveva essere "ghettizzata" in qualche isolato giardinetto parrocchiale, quasi a volerla allontanare definitivamente non solo dalla vista, ma anche dalle riflessioni che hanno la forza di distogliere la mente dalla routine quotidiana. Abbiamo smesso di interrogarci, di riflettere, di meditare sulle "parole" e sul loro significato. Spesso, preferiamo non leggere e non ascoltare, per non dover poi riflettere. I segni sono potenti quando ci richiamano alle nostre responsabilità, quando squarciano le nostre coscienze, oltre le parole che evitiamo di leggere e ascoltare.
Ogni volta che passiamo dinanzi a quella Croce, siamo invitati a riflettere sull'immensità di un uomo e sul suo grande messaggio. Non credere è un diritto, ignorare anche. Tra il non credere e l'ignorare, Don Tonino Bello ci invita a interrogarci e riflettere sul suo pensiero. Quella Croce, benedetta dall'Arcivescovo di Bari-Bitonto, Mons. Francesco Cacucci, e dal Vescovo di Molfetta, Mons. Domenico Cornacchia, alla presenza del Sindaco e della comunità cittadina ed ecclesiale, è il simbolo potente piantato non solo nel cuore della nostra città, ma all'interno delle nostre coscienze spesso imprigionate dall'infima superficialità quotidiana.
La croce una collocazione provvisoria - Don Tonino Bello
La Festa dell'Esaltazione della Santa Croce e il suo Significato Profondo
Oggi celebriamo la festa dell'Esaltazione della Santa Croce. Molti si domandano come si possa festeggiare uno strumento di morte; ma per i cristiani la croce non è uno strumento di morte bensì di vita. Oggi, purtroppo, molti cristiani hanno spazzato via o, peggio, strumentalizzato, a causa di una moda consumistica, il simbolo della croce. Don Tonino Bello diceva che "la croce pende dai nostri colli ma non sulle nostre scelte". Orecchini, collane, disegni: oggi la croce appare in tanti modi ma è svuotata dal senso più profondo: l'amore di Dio per noi e la gravità del nostro peccato.
Occorre alzare il nostro sguardo per contemplare colui che per amor nostro è salito sulla croce. Un innalzare lo sguardo che non deve suscitare paura ma gratitudine. Davanti a questo suo grande amore, basta ripiegarci su noi stessi, basta alimentare i nostri inutili sensi di colpa! Non dimentichiamo mai che «se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore» (cf 1Gv 3,20).
Don Tonino Bello affermava: «La croce l'abbiamo inquadrata nella cornice della sapienza umana e nel telaio della sublimità di parola. L'abbiamo attaccata con riverenza alle pareti di casa nostra, ma non ce la siamo piantata nel cuore. Pende dal nostro collo, ma non pende sulle nostre scelte. Le rivolgiamo inchini e incensazioni in chiesa, ma ci manteniamo agli antipodi della sua logica.»
Gli Orientali oggi celebrano la Croce con una solennità paragonabile a quella della Pasqua. Costantino aveva fatto costruire a Gerusalemme una basilica sul Golgota e un'altra sul Sepolcro di Cristo Risorto. La dedicazione di queste basiliche avvenne il 13 settembre del 335. Il giorno seguente si richiamava il popolo al significato profondo delle due chiese, mostrando ciò che restava del legno della Croce del Salvatore. Da quest'uso ebbe origine la celebrazione del 14 settembre. A questo anniversario si aggiunse poi il ricordo della vittoria di Eraclio sui Persiani (628), ai quali l'imperatore strappò le reliquie della Croce, che furono solennemente riportate a Gerusalemme.
La Morte di Croce e l'Aspirazione all'Eternità
Secondo Card. Joseph Ratzinger, la morte di croce respinge "l'incompreso" nella zona del silenzio. Essere uomini significa essere destinati alla morte. Significa dover morire, conoscere la contraddizione per cui, dal punto di vista biologico, morire è un fatto naturale e necessario. Ma, al tempo stesso, nella sfera biologica si è dischiuso un centro spirituale che aspira all’eternità e alla cui luce il morire non è un fatto naturale, bensì illogico; è un essere cacciati dalla sfera dell’amore, è una lacerazione di quel rapporto di comunione che vuole stabilità. In questo mondo, vivere significa morire. «Si è fatto uomo» significa, dunque, anche questo: ha imboccato la via della morte. La contraddittorietà propria della morte umana conosce in lui tutta la sua asprezza. In lui, infatti, che vive fino in fondo la comunione e il dialogo con il Padre, l’isolamento assoluto della morte appare del tutto inconcepibile. D’altra parte, proprio in lui la morte trova la sua più specifica necessità. Proprio il suo essere con il Padre fonda anche l’incomprensione da parte degli uomini e così il suo isolamento nella vita pubblica. La morte di croce è l’atto ultimo e conseguente di questa non-comprensione, di questo rifiuto dell’incompreso, respinto nella zona del silenzio.

La Speranza e il Confronto con la Sofferenza
Don Tonino Bello ci invita a non demordere: la coerenza paga, anche se con qualche ritardo. Paga anche l'onestà. E la speranza non delude. Egli stesso diceva: "Grazie terra mia, piccola e povera, che mi hai fatto nascere povero come te, ma che proprio per questo mi hai dato la ricchezza incomparabile di capire i poveri e di potermi oggi disporre a servirli". Il nostro Dio è un Dio che sconcerta, non allineato con nessuna logica umana. È difficile rispondere, ma l’unica cosa che si può dire (essenziale e appagante) è che il Signore non ci lascia soli nella prova. Il suo non è il divertimento di chi prova gusto a vederci dondolare sull’altalena dei dolori. Egli è triste quando noi siamo tristi, piange quando piangiamo.
Questo non avviene solo accanto al letto delle malattie fisiche che distruggono inesorabilmente il nostro corpo, ma anche al capezzale dei nostri dolori morali: la fuga di una figlia, che è partita in campeggio con compagni sconosciuti e non è tornata più; l’abbandono della casa nuziale di lui che si è innamorato della sua collega d’ufficio; il pianto di quei genitori che se ne vanno insieme al loro crepuscolo mentre osservano nei figli il rifiuto di tutti i valori portanti che innervano l’esistenza; l’ombra di un fallimento economico.
Don Tonino Bello ci ha lasciato un invito alla fiducia che parte dal cuore di Dio: "A me, vostro vescovo e padre, viene la voglia di inginocchiarmi davanti a voi per ricevere la vostra benedizione. Non abbiate timore. Dátemela, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E così, rafforzato dal vostro segno di Croce, sarò più pronto e più forte nel proclamarvi le meraviglie compiute da Dio, lo Sposo che ci ha sedotti ma senza abbandonarci". Altissimo, glorioso Dio, illumina le tenebre del mio cuore. E dammi fede dritta, speranza certa e caritade perfetta, senno e cognoscimento, Signore, che io faccia il tuo santo e verace comandamento.