La Resurrezione di Lazzaro: Analisi Teologica e Artistica

Il racconto della resurrezione di Lazzaro, narrato nel capitolo 11 del Vangelo di Giovanni, rappresenta uno degli episodi più significativi della vita di Gesù, culminando nella settima e ultima delle sue grandi "opere" o "segni" prima della Pasqua. Questo evento, ricco di profondi significati teologici, è stato oggetto di ampia analisi e ha ispirato capolavori artistici, come la celebre opera di Caravaggio del 1608.

Il Contesto Biblico: La Narrazione di Giovanni 11

La liturgia della Parola, in particolare nelle domeniche di Quaresima, introduce gradualmente al mistero pasquale di Cristo, vero Dio e vero uomo. Gesù viene presentato come vita del mondo, proprio attraverso la risurrezione di un suo caro amico: Lazzaro di Betania.

La Malattia di Lazzaro e l'Attesa di Gesù

«In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: “Signore, ecco, colui che tu ami è malato”. All’udire questo, Gesù disse: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato”. Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: “Andiamo di nuovo in Giudea!”. I discepoli gli dissero: “Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?”. Gesù rispose: “Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui”» (Gv 11,1-10).

Questo ritardo di Gesù, che rimane per due giorni nel luogo dove si trovava dopo aver saputo della malattia, si rivelerà ingiustificato per le sorelle, le quali si sarebbero aspettate un intervento più repentino. L'evangelista sottolinea la qualità dell'affetto che legava il Nazareno a questa famiglia, non un semplice affetto amicale (philô), ma un vero e proprio amore profondo, viscerale, oblativo e gratuito (agapicos), proprio quello che prova per i fratelli di Betania.

La Morte Annunciata e la Confessione di Fede di Marta

«Disse queste cose e poi soggiunse loro: “Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo”. Gli dissero allora i discepoli: “Signore, se si è addormentato, si salverà”. Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: “Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!”. Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: “Andiamo anche noi a morire con lui!”» (Gv 11,11-16).

«Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, egli te la concederà”. Gesù le disse: “Tuo fratello risorgerà”. Gli rispose Marta: “So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno”» (Gv 11,17-24).

A questo punto, Gesù pronuncia la rivelazione centrale: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». La risposta di Marta è una potente professione di fede: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (Gv 11,25-27). Questa confessione di fede di Marta (v. 27) è considerata la chiave interpretativa dell'intero racconto giovanneo.

Gesù dialoga con Marta e Maria prima della resurrezione di Lazzaro (illustrazione biblica)

Il Pianto di Gesù e il Miracolo al Sepolcro

«Dette queste parole, [Marta] andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: “Il Maestro è qui e ti chiama”. Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: “Dove lo avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”. Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: “Guarda come lo amava!”. Ma alcuni di loro dissero: “Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?”» (Gv 11,28-37).

Il pianto di Gesù dinanzi alla morte di Lazzaro, pur potendo sembrare inatteso per il Figlio di Dio, rivela la sua piena umanità, intessuta di sentimenti ed emozioni. Non è segno di debolezza, ma manifestazione di quanto la nostra umanità sia preziosa agli occhi di Dio, e come in essa si debba compiere la Redenzione. Il "turbamento" di Gesù (tarassō in greco) richiama quello di fronte all'«ora» della sua passione (Gv 12,27).

Gesù piange davanti alla tomba di Lazzaro (dipinto)

«Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: “Togliete la pietra!”. Gli rispose Marta, la sorella del morto: “Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni”. Le disse Gesù: “Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?”. Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. Detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: “Liberatelo e lasciatelo andare”» (Gv 11,38-44).

«Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, avendo visto ciò che egli aveva fatto, credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e dissero loro ciò che Gesù aveva fatto» (Gv 11,45-46). La vita ridonata al morto diventa paradossalmente motivo per far morire il Donatore (cf. Gv 11,53).

L' amore vince la morte: la risurrezione di Lazzaro - Enzo Bianchi

Approfondimenti Teologici e Spirituali

Il racconto giovanneo della resurrezione di Lazzaro offre una profonda riflessione sulla natura di Cristo, sulla fede e sulla speranza cristiana.

Gesù: La Resurrezione e la Vita

Le parole di Gesù a Marta («Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?») sono fondamentali. Il Vangelo di Giovanni sembra riferirsi a una "escatologia realizzata", in cui il passaggio «dalla morte alla vita» (Gv 5,24) si compie prima ancora di morire in senso fisico. Per la comunità cristiana, questa Parola del Signore significa che la vita di chi crede in Gesù, dopo la morte, sarà trasformata in una vita nuova, piena e immortale, con i nostri corpi trasfigurati in corpi gloriosi.

Il Credere si Fa Visione: "Se credi, vedrai la gloria di Dio"

Gesù dice a Marta: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?» (Gv 11,40). La connessione tra il vedere e l’ascoltare è fondamentale nella fede. L'ascolto della fede è personale e porta alla sequela. La fede è anche collegata alla visione: a volte la visione dei segni precede la fede (Gv 11,45), altre volte la fede conduce a una visione più profonda (Gv 11,40). La luce della fede, il grande dono portato da Gesù, illumina tutta l'esistenza dell'uomo, giungendo anche all'ombra della morte. L'incontro con Cristo, la Parola fatta carne, è dove ascolto e visione si uniscono per contemplare la gloria del Padre.

Uscire dai "Sepolcri" Personali

Il "grido" perentorio di Gesù, «Lazzaro, vieni fuori!», è rivolto ad ogni uomo, perché tutti siamo segnati dalla morte. Cristo non si rassegna ai sepolcri che ci siamo costruiti con le nostre scelte di male e di morte, con i nostri sbagli e peccati. Ci invita, quasi ci ordina, di uscire dalla tomba in cui i nostri peccati ci hanno sprofondato, dal buio della prigione in cui ci siamo rinchiusi, accontentandoci di una vita falsa, egoistica, mediocre. È un invito alla vera libertà, a lasciarci liberare dalle "bende" dell'orgoglio che ci rendono schiavi. La nostra resurrezione incomincia quando decidiamo di obbedire a questo comando di Gesù, uscendo alla luce e alla vita.

Siamo chiamati a togliere le pietre sepolcrali che chiudono i nostri fratelli a vere relazioni e a invitare Gesù nei "piccoli sepolcri" dentro il nostro cuore: ferite, torti subiti o fatti, rancori, rimorsi, peccati. Non dobbiamo lasciarci imprigionare dalla tristezza senza speranza, ma sciogliere le bende della paura che ostacolano il cammino e trovare una nuova stabilità in Gesù, che è la risurrezione e la vita.

Il gesto di Gesù che risuscita Lazzaro mostra fin dove può arrivare la forza della Grazia di Dio, e dunque fin dove può arrivare la nostra conversione. Non c'è alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti.

La Resurrezione di Lazzaro nell'Arte: Caravaggio (1608)

Il dipinto di Michelangelo Merisi da Caravaggio, intitolato "La Resurrezione di Lazzaro", realizzato nel 1608, è una delle più potenti e drammatiche rappresentazioni di questo evento biblico.

La Commissione Messinese

Appena giunto a Messina, dopo essere fuggito dalle prigioni maltesi, Caravaggio il 6 dicembre 1608 ricevette l'incarico dal mercante genovese, residente a Messina, Giovanni Battista de' Lazzari. Il dipinto era destinato a pala per l'altare della sua cappella nella Chiesa di San Pietro dei Pisani, gestita dal 1606 dai camilliani. Il committente accettò la proposta dell'artista di modificare il soggetto, rappresentando la Resurrezione di Lazzaro, anziché la Madonna con Gesù Bambino e santi come richiestogli: scelta dettata probabilmente sia dal cognome del mercante (Lazzari), sia dalla missione dei religiosi che, come Ministri degli Infermi, si dedicavano alla cura dei malati e all'assistenza dei moribondi. Le fonti storiche documentano che il 6 giugno 1609 il dipinto fu collocato sull'altare.

Secondo l'erudito messinese Francesco Susinno (1670-1739), per la realizzazione del dipinto, Caravaggio si fece assegnare un ambiente dell'ospedale cittadino, pretendendo di avere come modello un vero cadavere fatto disseppellire, «già puzzolente di alcuni giorni»; la scelta provocò poi molte proteste da parte dei facchini incaricati di sorreggere il lugubre carico. Susinno narra anche che il committente pagò l'opera mille scudi e che il dipinto ebbe una precedente versione distrutta a colpi di pugnale dal pittore stesso, offeso per le notevoli critiche ricevute dalla famiglia del mercante. Queste notizie sono oggi ritenute poco credibili dagli storici dell'arte.

Caravaggio, La Resurrezione di Lazzaro (1608), Museo Regionale di Messina. Dettaglio del braccio di Lazzaro.

Analisi Composizionale e Simbolica dell'Opera

La scena, su fondo scuro, si svolge in un sepolcreto, fuori della città di Betania, del quale si notano solo alcuni elementi architettonici, che suggeriscono l'interno di una chiesa o di un sepolcro. Il dipinto è fortemente permeato da un senso di morte costituito sia dall'ambientazione presso la tomba terragna, sia dalle ossa di cadavere sparse, in primo piano, e un teschio, il quale rimanda al posto della crocifissione di Gesù, detto Golgota. Al centro, Lazzaro di Betania nudo, avvolto ancora parzialmente da bende e teli funerari, presenta il corpo, abbandonato in diagonale, ancora gonfio e rigido, ma già con un barlume di vita che lo pervade.

Marta, disperata sino a pochi attimi prima, anzi persino risentita con Gesù, è ora proiettata, con un gesto mai visto prima, sul volto di Lazzaro, quasi per baciarlo e sentirne, sul proprio, il primo alito di vita. Particolare di grande verità e tenerezza, là dove l'immaginazione di Caravaggio va talmente dentro l'evento da coglierne dinamismi assolutamente realistici, mai prima descritti. Gli astanti, con i volti che emergono dalla luce intorno a Cristo, partecipano stupiti all'evento miracoloso appena accaduto.

Caravaggio costruisce la scena come un bassorilievo classico, dove su un unico piano stanno tutti i protagonisti dell'evento: Gesù, Lazzaro, le sorelle e, dietro di essi, la folla degli astanti. La luce (simbolo della Grazia divina), direzionata da sinistra, evidenzia il profilo di Cristo, che resta in ombra, mentre investe in pieno il corpo di Lazzaro al centro della scena.

Composizione e chiaroscuro nella Resurrezione di Lazzaro di Caravaggio

Influenze Artistiche

L'artista riprende nella Resurrezione di Lazzaro il gesto perentorio di Gesù che chiama l'apostolo nella "Vocazione di san Matteo" (1599 - 1600) dipinta per la Chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma. A sua volta quel gesto gli era stato ispirato dalla "Creazione dell'uomo" (1508 - 1512) di Michelangelo nella volta della Cappella Sistina. Nei volti di Lazzaro e Marta, Caravaggio ripropone il dettaglio del bacio della madre al bambino morto nel dipinto murale con "Il fanciullo di Suessa tratto dalle macerie" (1313 ca.), eseguito ad affresco da Giotto ad Assisi nella Basilica di San Francesco, con i caratteristici profili aderenti in senso inverso, ma spostando il punto focale nella mano destra dell'uomo.

L'esatto incontro delle diagonali dell'opera, all'estremità del braccio vivo, vibrante di luce, sollevato per rispondere al gesto di Cristo, e la mano di Marta, colpita dalla medesima luce, pronta ad articolarsi quasi a volersi caricare della stessa energia vitale, costituiscono il secondo polo di questo circuito rivitalizzante, agevolando la trasmissione dell'energia necessaria a ricondurlo alla vita.

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