Gloria nella Celebrazione Eucaristica: Significato e Storia

Il Gloria, conosciuto anche come "inno angelico" o "dossologia maggiore", è una preghiera liturgica di profonda antichità e significato, recitata o cantata durante la celebrazione eucaristica. Nonostante le sue parole iniziali possano richiamare il Natale, la sua natura è intrinsecamente pasquale, celebrando la gloria di Cristo. Questo inno rappresenta una lode a Cristo, acclamato come Signore Dio, Re, Agnello di Dio, Figlio Unigenito del Padre, Santo e Altissimo.

La versione latina della Vulgata inizia con "Gloria in altissimis Deo", dove "altus" è generalmente inteso in senso geografico e fisico, a differenza di "excelsus" che indica una qualità superiore. È importante notare che la Vergine Maria non è mai nominata esplicitamente in questa preghiera. Tuttavia, il Gloria contiene una professione di fede in alcuni punti fondamentali che riecheggiano il Credo Niceno, come il riconoscimento di Gesù Cristo come Signore, Figlio unico di Dio.

Il Gloria in excelsis Deo e il Te Deum sono definiti "salmi idiomatici" per la loro struttura metrica e musicale, paragonabile a quella del Salterio biblico. L'esecuzione del Gloria segue precise indicazioni liturgiche: viene intonato dal sacerdote o, in alternativa, dal cantore o dalla schola, e cantato o dall'intera assemblea simultaneamente, o dal popolo alternativamente con la schola, o dalla sola schola. Durante la pronuncia della frase iniziale, il sacerdote compie un gesto con le mani e china il capo alla parola "Deo". Nelle Messe solenni, il diacono e il suddiacono si uniscono al sacerdote dopo l'intonazione iniziale.

Illustrazione stilizzata della liturgia con il sacerdote che intona il Gloria

Origini e Sviluppo Storico

Le radici del Gloria affondano nell'antichità. Il Liber Pontificalis attesta che papa Telesforo (128-139 d.C.) ordinò che durante la notte di Natale si recitasse l'inno angelico, il Gloria in excelsis Deo, prima del sacrificio. Inizialmente, il Gloria veniva recitato solo dal vescovo dopo l'introito e il Kyrie, e la sua liturgia era strettamente legata alla celebrazione del Natale. Solo in un secondo momento il suo uso si estese alle domeniche e ad alcune feste importanti, ma inizialmente riservato ai vescovi.

L'Ordo Romanus I menziona che il pontefice iniziava il Gloria se il tempo era appropriato, ma i preti potevano recitarlo solo a Pasqua. Il testo latino antico, pur esistendo precedentemente in greco, si ritiene sia stato tradotto in latino da Sant'Ilario di Poitiers (morto nel 366), che avrebbe appreso l'inno durante il suo esilio in Oriente. La versione latina presenta differenze rispetto a quella greca, con l'aggiunta di frasi come "Tu solus altissimus" e "Cum Sancto Spiritu".

Nel corso dei secoli, il Gloria è stato ulteriormente sviluppato. Nel rito bizantino, è cantato nella preghiera dell'Orthros (mattutino). Il Sacramentario Gregoriano e il Liber de exordiis di Walafrid Strabo confermano la sua presenza. Verso la fine del IV secolo, il Gloria era recitato sia dai preti che dai vescovi. Il Micrologus di Berno di Costanza (1048) specifica che in tutte le feste con ufficio completo, eccetto Avvento e Settuagesima, sia il prete che il vescovo recitavano il Gloria in excelsis. Successivamente, divenne parte integrante di ogni Messa, tranne nei tempi penitenziali come Avvento e Quaresima, che gradualmente assunsero un carattere di penitenza.

Il Gloria nella Liturgia Cattolica Moderna

Attualmente, il Gloria è recitato o cantato nelle domeniche (eccetto quelle di Avvento e Quaresima), nelle solennità e nelle feste, e in altre celebrazioni di particolare solennità. L'Ordinamento Generale del Messale Romano (n. 53) lo descrive come "un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa, radunata nello Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l'Agnello". Il testo di questo inno non può essere sostituito con un altro.

L'esecuzione del Gloria è pensata per essere corale, coinvolgendo l'intera assemblea. Sebbene possa essere eseguito dalla sola schola, è auspicabile la partecipazione attiva dei fedeli. La scelta di canti per il Gloria dovrebbe favorire la partecipazione dell'assemblea, evitando brani che invitino all'ascolto passivo. Il canto, o la recita attenta e fervente, conferisce al Gloria il suo pieno significato di lode e gioia.

La traduzione italiana dell'inno, in linea con il Vangelo di Luca 2,14, recita "e pace in terra agli uomini di buona volontà". Questa formulazione è stata oggetto di dibattito, con alcuni che suggeriscono una traduzione più fedele come "e pace in terra agli uomini che egli ama", sottolineando che la "buona volontà" è un dono di Dio e non una qualità umana da cui dipendono la pace e la salvezza.

Bach - Gloria in excelsis Deo BWV 191 - Van Veldhoven | Netherlands Bach Society

Struttura e Significato Teologico

Il Gloria è un inno trinitario che loda il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. La sua struttura può essere suddivisa in:

  • Introduzione (Dossologia Angelico-Celeste): Riprende il canto degli angeli alla nascita di Gesù a Betlemme: "Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà."
  • Parte Centrale (Lode al Padre): L'assemblea lodando, benedice, adora, glorifica e ringrazia Dio Padre onnipotente per la Sua immensa gloria.
  • Sezione Cristologica (Supplica al Figlio): Ci si rivolge a Gesù Cristo, Figlio Unigenito, Agnello di Dio, implorando misericordia e perdono per i peccati del mondo.
  • Conclusione (Affermazione Trinitaria): Si esalta la divinità di Cristo ("Tu solo il Santo, tu solo il Signore, tu solo l'Altissimo") nella comunione con lo Spirito Santo e nella gloria di Dio Padre.

Il Gloria non è una riflessione teologica, bensì un'espressione di gioia e lode che segue l'atto penitenziale, ricordando il perdono ricevuto e la riconciliazione con Dio. È un canto che celebra la grandezza di Dio e la salvezza offerta attraverso Cristo, rendendo la liturgia più solenne, festosa e gioiosa.

Schema che illustra la struttura trinitaria dell'inno del Gloria

Il Silenzio e la Colletta

Dopo il Gloria (o dopo l'atto penitenziale se il Gloria non viene recitato), la liturgia prosegue con l'invito alla preghiera: "Preghiamo". Questo momento è seguito da un silenzio, fondamentale per la raccolta interiore e la presa di coscienza della presenza di Dio. Il silenzio non è mera assenza di suono, ma un'apertura all'ascolto del proprio cuore e dello Spirito Santo. È in questo silenzio che emergono le intenzioni personali con cui si partecipa alla Messa.

Il silenzio prepara alla colletta, l'orazione presidenziale che esprime il carattere specifico della celebrazione. Il termine "colletta" deriva dal latino "colligere", che significa raccogliere. Durante questo momento di silenzio, le intenzioni di ciascuno vengono raccolte per essere presentate a Dio dal sacerdote, che le esprime a nome di tutta l'assemblea con le braccia allargate, gesto tipico dell'orante.

L'atteggiamento di raccoglimento e silenzio è essenziale per un autentico incontro con Dio. L'invito del sacerdote "In alto i nostri cuori!" non è un'opportunità per distrazioni, ma un richiamo a elevare il proprio spirito verso il Signore, in preparazione al Mistero Eucaristico.

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