Il nome Manfredi risuona profondamente nella storia italiana, evocando figure di spicco e potenti dinastie. L'etimologia stessa del nome è di origine germanica, derivando da "magin frid" o "meinn frid", con il significato di potenza e pace. Questa risonanza si estende sia a importanti personaggi storici, sia a nobili famiglie che hanno lasciato un'impronta significativa nel panorama culturale e religioso. Sebbene il tema degli altari in legno legati specificamente ai Manfredi sia di nicchia e le informazioni dettagliate sul materiale siano scarse nelle fonti storiche a disposizione, è possibile tracciare un legame tra questa illustre stirpe e le testimonianze ecclesiastiche, in particolare attraverso la potente famiglia dei signori di Faenza.
Manfredi di Sicilia: Reggente e Re
Tra le figure più celebri con questo nome si annovera Manfredi di Sicilia, nato a Venosa nel 1232. Egli era figlio naturale dell'imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia. Alla morte del padre, avvenuta nel 1250, Manfredi divenne reggente del Regno di Sicilia, assumendo un ruolo di potere in assenza del fratellastro Corrado IV di Svevia, il legittimo successore che si trovava in Germania. La Chiesa, tuttavia, lo considerò un usurpatore e lo scomunicò. Manfredi tentò di unire sotto il suo comando tutte le forze ghibelline italiane fedeli all’imperatore. Per contrastarlo, Papa Urbano IV chiese l’intervento di Carlo d’Angiò, fratello di Luigi IX re di Francia, decisione che fu poi confermata dal suo successore Clemente IV. Quest’ultimo proclamò Carlo d’Angiò re di Sicilia.
Il 26 febbraio 1266, Carlo d’Angiò affrontò Manfredi nella battaglia di Benevento. L'esercito svevo venne sconfitto e Manfredi rimase ucciso, dopo essere stato gradualmente abbandonato dai suoi alleati. La sua vita, ricca di avvenimenti, condizionò per vari secoli la storia italiana. Manfredi accompagnò il padre in molte avventure militari e diplomatiche, assistendolo anche in punto di morte il 13 dicembre 1250. Per testamento, Federico II gli legò varie rendite e possedimenti e lo nominò vicario del Regno di Sicilia, che aveva assegnato a Corrado IV, figlio di Iolanda di Brienne, allora in Germania.

Quando Corrado sbarcò a Siponto nell’agosto del 1252 per prendere possesso dei suoi territori in Puglia, dimostrò di non avere il talento e le virtù paterne, e di non poter reggere il confronto con Manfredi che, essendo figlio naturale, dovette ridursi al semplice rango di vassallo. Fra i due sorsero dissapori, invidie e rivalità, finché nel 1254 Corrado morì per cause che ancora oggi sollevano dubbi. Divenuto di fatto capo della Casa di Svevia, Manfredi si trovò in conflitto con Innocenzo IV, determinato a sradicare l’ingombrante dinastia imperiale. Lo Svevo non si arrese: all’inizio di dicembre organizzò una rivolta in Puglia, riuscendo a conquistare Lucera e a battere l’esercito pontificio. Alessandro IV dichiarò nulla l’incoronazione di Manfredi, mentre dalla Germania la madre di Corradino, l’erede legittimo di Corrado IV, insorse. Nel suo nuovo ruolo, Manfredi rafforzò l'organizzazione interna del Regno, distruggendo ogni residuo di ribellione e dissenso. Alle strette, Manfredi si rivolse agli alleati, ormai ridotti di numero, con appelli che esprimevano la dignità di un sovrano che non considerava il nemico degno di sé.
Carlo I valicò le Alpi al Colle di Tenda alla fine del 1265 con un esercito di almeno 30.000 uomini, iniziando a seminare il terrore nelle campagne e a ridurre la resistenza nelle roccaforti ghibelline. Il 6 gennaio 1266 fu incoronato a Roma, in assenza del Papa, un fatto che testimoniava il declino della Sede Apostolica. Il 20 gennaio, Carlo I ripartì da Roma, superando i confini del Regno attraversando il fiume Liri. La mattina del 26 febbraio, seguendo il consiglio di un astrologo, Manfredi decise l’attacco. Nonostante potesse fuggire e mettersi in salvo, attendendo tempi più favorevoli, egli non volle abbandonare i suoi prodi che combattevano al grido di "Svevia!". Mentre si vestiva dell’armatura per gettarsi nella mischia, l’aquila reale si staccò dal suo elmo e cadde a terra. "Ecco la volontà di Dio" mormorò: un presagio della fine. La giornata si concluse con un massacro e Carlo I rimase padrone del campo. La propaganda guelfa e papalina accusò per secoli Manfredi di aver usurpato il trono del nipote Corradino.
Manfredi nel Purgatorio di Dante
Manfredi di Sicilia è immortato nel Purgatorio di Dante, Canto terzo, dove uno degli spiriti gli si rivolge: «Chiunque tu sia, pur continuando a camminare, volgi il viso verso di me: cerca di ricordare se mai mi vedesti in qualche luogo sulla terra». Dopo che il poeta negò di averlo mai visto, lo spirito gli mostrò una ferita nella parte alta del petto e disse sorridendo: «Io sono Manfredi, nipote dell'imperatrice Costanza; per cui io ti prego, quando ritorni, di andare dalla mia bella figlia, madre dei sovrani di Sicilia e di Aragona, e dire a lei la verità, nel caso vengano dette altre cose [sul mio conto]. Dopo che ebbi il corpo trafitto da due ferite mortali, mi rivolsi, piangendo, a colui che perdona volentieri. I miei peccati furono orribili; ma la bontà infinita [di Dio] ha braccia così grandi che accoglie tutto ciò che le si rivolge. Se il vescovo di Cosenza, che allora fu mandato dal papa Clemente a darmi la caccia, avesse ben considerato questo aspetto [misericordioso] di Dio, le ossa del mio corpo sarebbero ancora all’estremità del ponte presso Benevento, custodite dal pesante mucchio di pietre.»
La Famiglia Manfredi di Faenza: Signori di Romagna
Oltre al celebre Manfredi di Sicilia, il nome Manfredi è indissolubilmente legato a una potente famiglia signorile che ha governato Faenza per secoli. La storia di questa famiglia si può ripercorrere non solo sui libri, ma anche attraverso dipinti, sculture e cimeli storici. A Faenza esiste una sala in pinacoteca che raccoglie opere e cimeli storici della famiglia Manfredi, signori della città, offrendo l'impressione di tornare indietro nel tempo in un palazzo del XV secolo, ornato da importanti elementi d’arredo dell’epoca. In quest’ambiente si narra la storia della città, con particolare riferimento alle vicende legate a Galeotto Manfredi, figlio di Astorgio II.

La signoria dei Manfredi su Faenza era caratterizzata da condizioni precarie rispetto a quelle sorte in terre sottoposte all’impero, e i Manfredi erano spesso in una posizione guelfa, in rapporti complessi con la Camera apostolica, a cui dovevano il pagamento di un censo. Il frequente mancato pagamento dava alla Santa Sede la possibilità di rimuovere i signori inadempienti e ripristinare il governo diretto. Nel gennaio 1313, Francesco I il Vecchio, figura chiave per l'ascesa della famiglia, salì al Palazzo del popolo come defensor populi, e poi come capitano del popolo, appoggiandosi contro i nobili. Le voci popolari sulla saggezza del primo signore manfredo delineano un positivo ritratto di Francesco. Tra le vicende travagliate della famiglia si annoverano assassinii, come quello di Alberghettino, secondo figlio di Manfredo, per mano di sette sicari. Il figlio di Francesco, Ricciardo, assunse il ruolo di capitano del popolo.
Espansione, Conflitti e Caduta
La famiglia Manfredi si impegnò nell'ampliamento dei suoi domini, con figure come Tino che prese Bagnacavallo, e in seguito Giovanni di Ricciardo che riedificò Cepparano nel 1378 e riacquisì Bagnacavallo. Tuttavia, la signoria affrontò anche momenti di crisi, perdendo proprietà a causa di conflitti con personaggi potenti, come il fratello di papa Urbano V. Le difficili condizioni e vicende che Faenza allora viveva fecero fuggire migliaia di cittadini nel 1371. Nonostante le avversità, la signoria fu ricostituita.
Successivamente, un esponente dei Manfredi fu podestà a Faenza per due mandati nel 1396-97 e guidò una sua compagnia di ventura detta della Stella. I Manfredi furono coinvolti in alleanze contro l’antipapa francese e dovettero affrontare pressioni crescenti sulla Romagna. L’ascesa di Baldassare Cossa, divenuto antipapa Giovanni XXIII, portò a una pratica elevazione a principe per alcuni membri della famiglia. Tra le tragedie familiari, la peste si portò via un esponente nel 1417. La lotta per la successione, spesso regolata dall’anzianità, vide figure ambiziose tentare di ampliare i domini, come nel caso di un tentativo di prendere Ravenna. La morte senza eredi di Gian Galeazzo nel 1466 costrinse Astorgio a una costante vigilanza.
La famiglia ricoprì anche ruoli ecclesiastici, con membri che divennero protonotari apostolici e vescovi di Faenza, come Federico. La cacciata del vescovo Federico nel 1477, ordinata da papa Sisto IV, segnò un altro momento di forte tensione. Le vicende di Galeotto Manfredi furono particolarmente drammatiche, culminando nel suo assassinio. Dopo essersi rivolto a Lorenzo il Magnifico, che convinse Galeotto al matrimonio con Francesca Bentivoglio, l'omicidio del signore faentino maturò, alimentato da un complotto contro il genero. Galeotto si difese invano come un leone, ma fu ucciso da sette sicari. La sua storia ispirò anche una tragedia. Dopo la sua morte, fu istituito un consiglio di reggenza. Nel 1502 alcuni membri della famiglia furono strozzati e gettati nel Tevere. La presenza dei Manfredi scomparve da Faenza e nel 1509 la città tornò sotto il diretto governo papale.
I Manfredi e le Testimonianze Ecclesiastiche: L'Altare di San Manfredi
La ricerca di informazioni specifiche sugli "altari in legno" associati ai Manfredi, basandosi sulle fonti fornite, rivela una singola, ma significativa, menzione di un altare. Si apprende che nel 1507 il provveditore veneto permise ai frati di S. di guastare le tombe dei Manfredi che si trovavano sotto l’altare di S. Manfredi conservate nella stessa chiesa. Questa frase è l'unico riferimento diretto a un altare in connessione con la famiglia Manfredi, e in particolare a un altare denominato "di S. Manfredi".
Sebbene il testo non fornisca dettagli sulla natura del materiale di questo altare, e quindi non specifichi se fosse "in legno", l'informazione è cruciale per comprendere il legame tra la famiglia e le strutture ecclesiastiche. La presenza delle tombe dei Manfredi sotto un altare dedicato a un Santo o a un membro della famiglia divinizzato (qualora "S. Manfredi" si riferisca a un Manfredi canonizzato o venerato localmente) indica un profondo radicamento nella vita religiosa e nella memoria cultuale della città. Questo altare, indipendentemente dal suo materiale, rappresentava un punto focale per la memoria e il culto della dinastia, un luogo dove la storia familiare si intrecciava con la spiritualità e la devozione.

Le tombe situate sotto l'altare non erano solo un segno di prestigio, ma anche un modo per assicurare preghiere e suffragi per le anime dei defunti della famiglia, rafforzando la loro posizione anche nell'aldilà. La decisione di "guastare" (danneggiare o rimuovere) queste tombe nel 1507 riflette i mutamenti politici e il declino del potere dei Manfredi dopo la fine della loro signoria su Faenza, con la città che tornava sotto il diretto governo papale nel 1509. Tali azioni erano spesso simboliche, mirate a cancellare o ridimensionare la memoria dei signori deposti.