La storia di Giuseppe, narrata negli ultimi quattordici capitoli del libro della Genesi, rappresenta un esempio significativo di narrazione biblica, che evolve da una situazione di profondo conflitto familiare verso una riconciliazione e una ritrovata fraternità. Giuseppe è spesso considerato il figlio ideale e perfetto dei patriarchi, un uomo di fede che incarna il "timore di Dio", sebbene la sua storia si distingua per una spiccata "laicità" e "secolarità", con una costante presenza divina non esplicitata da interventi diretti, ma visibile nel suo ruolo di protagonista.

Le radici del conflitto: la preferenza paterna e la gelosia fraterna
Il punto di partenza della narrazione è il marcato amore di Giacobbe per Giuseppe, il figlio della sua vecchiaia e di Rachele, la moglie prediletta. Questa preferenza si manifesta con doni simbolici, come la tunica dalle lunghe maniche, e con i sogni di Giuseppe, nei quali egli immagina i suoi fratelli e persino il padre inchinarsi davanti a lui. Questi sogni, raccontati con sfrontatezza, acuiscono la gelosia, l'invidia e l'odio dei fratelli, alimentando una tensione già palpabile nella famiglia.
Il conflitto latente esplode quando i fratelli, stanchi della presunzione di Giuseppe e del favoritismo paterno, cospirano per liberarsi di lui. Inviato dal padre a Sichem per sincerarsi delle loro condizioni, Giuseppe viene avvistato da lontano e i fratelli tramano per ucciderlo, per porre fine ai suoi sogni di superiorità. Sebbene Ruben e Giuda intervengano per evitare l'omicidio diretto, Giuseppe viene gettato in una cisterna e successivamente venduto a una carovana di mercanti per venti sicli d'argento, un atto che simbolicamente equivale a un omicidio e lo elimina dalla vita dei fratelli.
12 - GIUSEPPE, VENDUTO DAI FRATELLI - Storie dalla Bibbia - Cartone animato
La discesa di Giuseppe: persecuzione, schiavitù e prigionia
La storia di Giuseppe è caratterizzata da una "discesa" che prefigura elementi essenziali della storia della salvezza. Questa discesa inizia con la persecuzione da parte dei fratelli, i quali, per ingannare il padre, intingono la tunica di Giuseppe nel sangue di un capretto, facendogli credere che sia stato sbranato da una bestia feroce. Questo gesto, che ricorda l'inganno di Giacobbe verso suo padre Isacco con un capretto, causa un dolore immenso al padre, che lo considera morto.
Giuseppe, ormai schiavo, viene condotto in Egitto e comprato da Potifar, un ufficiale del faraone. Nonostante la sua condizione di schiavo e di "ebreo", Giuseppe dimostra le sue qualità e diventa maggiordomo della casa di Potifar. Tuttavia, questa apparente risalita è interrotta quando la moglie di Potifar tenta di sedurlo e, rifiutata, lo accusa ingiustamente. Giuseppe viene così gettato in prigione, dove è costretto a condividere la sorte dei colpevoli, nonostante la sua innocenza.

I sogni del faraone e l'ascesa al potere
In prigione, Giuseppe interpreta con successo i sogni di due ufficiali del faraone, il coppiere e il panettiere, anticipando le loro sorti. In seguito, la sua abilità nell'interpretazione dei sogni lo porta davanti al faraone, che gli affida la gestione dell'Egitto durante i sette anni di abbondanza e i sette anni di carestia. Giuseppe diventa Gran Visir, il secondo uomo più potente del paese, assumendo un nome egiziano, Safnat-Panèach, e sposando Asenat, figlia del sacerdote di On.
Il rinnegamento e il ritorno alle radici
Durante questo periodo di prosperità, Giuseppe chiama i suoi figli Manasse ed Efraim, nomi che esprimono il suo desiderio di dimenticare le afflizioni e la casa paterna, rinnegando le sue radici e la sua identità. Diventato egiziano, non è più una vittima, ma un protagonista, assorbendo la mentalità del potere e la visione egiziana delle cose. Tuttavia, questo successo esteriore nasconde una perdita profonda delle sue radici.
L'incontro con i fratelli e la strategia di Giuseppe
La carestia che colpisce anche la terra di Canaan costringe Giacobbe a inviare i suoi figli in Egitto per acquistare grano. Qui, i fratelli si trovano davanti a Giuseppe, che li riconosce immediatamente, ma si comporta da estraneo, ricordando i sogni della sua giovinezza che ora si avverano. I fratelli, invece, non lo riconoscono. Giuseppe decide di metterli alla prova per aiutarli a prendere coscienza della loro colpa e a ritrovare la fraternità perduta. Li accusa di essere spie e, dopo averli imprigionati per tre giorni, li rimanda a casa con il grano, trattenendo Simeone e chiedendo che tornino con Beniamino, il fratello più giovane.

La strategia di Giuseppe prosegue con il nascondere il denaro nei sacchi dei fratelli e, al loro secondo viaggio in Egitto con Beniamino, la sua coppa nel sacco di quest'ultimo. Queste prove, seppur apparentemente crudeli, sono volte a ricreare situazioni simili a quelle passate, per testare la loro solidarietà e la loro capacità di riconoscere Beniamino come fratello. In questo contesto, l'ammirevole arringa di Giuda, che si rende garante di Beniamino, dimostra il cambiamento avvenuto nei fratelli e la loro ritrovata responsabilità e solidarietà.
La riconciliazione e il piano divino
Il discorso di Giuda è il momento chiave che spinge Giuseppe a rivelarsi ai suoi fratelli. In un crescendo di emozione, Giuseppe si fa riconoscere, piangendo e spiegando che tutto ciò che è accaduto è parte di un piano divino per salvare la sua famiglia e un popolo numeroso dalla carestia. Egli li rassicura, invitandoli a non rattristarsi per il passato, poiché Dio ha trasformato il male in bene.
Il ricongiungimento con Giacobbe e il trasferimento in Egitto
I fratelli, tornati da Giacobbe con la notizia che Giuseppe è ancora vivo e governa l'Egitto, faticano a convincere il padre, il cui cuore rimane freddo. Solo quando vedono i carri inviati da Giuseppe per trasportarlo, lo spirito di Giacobbe si ravviva. Guidato da Dio, che gli appare in visioni notturne, Giacobbe parte per l'Egitto con tutta la sua discendenza, settanta persone in totale. L'incontro con Giuseppe a Goscen è commovente, e Giacobbe esprime il desiderio di poter morire in pace, avendo rivisto il figlio creduto perduto.

Giuseppe presenta la sua famiglia al Faraone, che offre loro il meglio del paese d'Egitto, la regione di Goscen, per stabilirvi. Giacobbe benedice il Faraone e la sua famiglia prospera in Egitto. Giuseppe gestisce saggiamente la carestia, acquistando le terre degli Egiziani in cambio di grano e stabilendo una legge che prevede la cessione di un quinto del raccolto al Faraone, assicurando così il sostentamento del popolo.
Le benedizioni finali e l'eredità spirituale
Prima della sua morte, Giacobbe, che ha vissuto in Egitto per diciassette anni, fa promettere a Giuseppe di seppellirlo nella terra di Canaan, nel sepolcro dei suoi padri. Inoltre, adotta i due figli di Giuseppe, Manasse ed Efraim, conferendo loro lo stesso status dei suoi altri figli. Questi gesti rafforzano l'unità familiare e l'eredità spirituale di Israele. La storia di Giuseppe si conclude con la rilettura di questi eventi come parte di un disegno provvidenziale di salvezza, dove la fede, la riconciliazione e l'intervento divino guidano il popolo verso il suo compimento.