Il Giovedì Santo è un giorno di profonda memoria per la Chiesa, in cui si celebra l'istituzione dell'Eucaristia e dell'ordine sacerdotale. Papa San Giovanni Paolo II, seguendo una tradizione iniziata con la sua prima Pasqua da Vescovo di Roma, ha rivolto annualmente ai sacerdoti di tutto il mondo lettere ricche di ispirazione, ribadendo questi misteri centrali della fede cristiana. Queste lettere offrono un tesoro teologico e spirituale sul sacerdozio ministeriale e sull'Eucaristia come doni inestimabili per la Chiesa, sottolineando la loro mutua relazione che rimanda alla volontà fondante di Cristo e alla nascita e crescita della sua Chiesa.
L'Eucaristia: Fonte e Cuore della Chiesa
Il Concilio Vaticano II ricorda che l'Eucaristia è il tesoro più grande della Chiesa (Sacrosanctum Concilium, 10). Nella liturgia del Giovedì Santo, si fa memoria dell'istituzione di questo sublime Sacramento. L'espressione di San Giovanni, "Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv 13,1), racchiude tutta la verità sull'Eucaristia, che costituisce contemporaneamente il cuore della verità sulla Chiesa. Infatti, la Chiesa nasce quotidianamente dall'Eucaristia celebrata in tanti posti della terra, in condizioni e culture diverse, rendendo il rinnovarsi del mistero Eucaristico quasi una "creazione" quotidiana.
Grazie alla celebrazione dell'Eucaristia, matura sempre più la coscienza evangelica del popolo di Dio, sia nelle nazioni di tradizione cristiana secolari, sia nei popoli che sono entrati da poco nella dimensione nuova, che sempre e in tutti i luoghi è conferita alla cultura degli uomini per il mistero dell'Incarnazione del Verbo, della Sua morte in croce e della Sua risurrezione.
Come ha ribadito Giovanni Paolo II nella sua enciclica Ecclesia de Eucharistia, "siamo nati dall'Eucaristia", e possiamo affermare che la Chiesa intera "de Eucharistia vivit". Similmente, il sacerdozio ministeriale trae origine, vive, opera e porta frutto "de Eucharistia". Non esiste Eucaristia senza Sacerdozio, come non esiste Sacerdozio senza Eucaristia, come ricordato in Dono e mistero. Di fronte a questa straordinaria realtà, in cui Dio ha voluto legarsi così all'uomo, si rimane attoniti e sbalorditi.

"Mysterium fidei", proclama il sacerdote dopo la consacrazione. Mistero della fede è l'Eucaristia, ma, per riflesso, mistero della fede è anche il Sacerdozio stesso. Il medesimo mistero di santificazione e d'amore, opera dello Spirito Santo, per il quale il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di Cristo, agisce nella persona del ministro al momento dell'Ordinazione sacerdotale. L'Eucaristia, come il Sacerdozio, è un dono di Dio, "che supera radicalmente il potere dell'assemblea" e che questa "riceve attraverso la successione episcopale risalente agli Apostoli" (Lett. enc. Ecclesia de Eucharistia, 29).
Come evidenziato da Giovanni XXIII in occasione del congresso eucaristico di Catania nel 1959, il Sacramento dell'Altare è "il compendio vivente di tutto il Credo cattolico" e "il memoriale perenne del sacrificio" di Cristo offerto sul Calvario. In esso, Cristo è presente come Capo del Corpo Mistico, fonte dei Sacramenti. Egli ha detto: "Quando sarò esaltato da terra, trarrò tutto a me" (Gv 12,32). Questo Sacramento è anche scuola dell'amore superiore, della stima reciproca e dell'alleanza della collaborazione vicendevole.
La celebrazione dell'Eucaristia, come ha sottolineato Papa Benedetto XVI nella Messa in Coena Domini del 2011, fu inaugurata da Gesù con le parole: "Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione" (Lc 22,15). In questo desiderio, possiamo riconoscere l'amore di Dio per gli uomini, un amore che attende il momento dell'unione, desiderando attirare gli uomini a sé. L'Eucaristia è il massimo dono di Gesù, un dono che rifonda la storia e cambia le nostre vite.
Il Sacerdozio Ministeriale: Un Dono e Una Chiamata
Per i presbiteri, il sacerdozio costituisce il dono supremo, una chiamata particolare a partecipare al mistero di Cristo che conferisce l'ineffabile possibilità di parlare e agire nel Suo nome. Ogni volta che si celebra l'Eucaristia, si realizza quello che il sacerdote opera "in persona Christi" nel momento della consacrazione, pronunciando le parole: "Questo è il mio corpo che sarà offerto in sacrificio per voi... Questo è il calice del mio sangue, sangue della mia nuova ed eterna alleanza che sarà versata per voi e per tutti per la remissione dei peccati, fate questo in memoria di me".
Il sacerdote partecipa nel ministero del Verbo "Primogenito di ogni creatura" (Col 1,15) che nell'Eucaristia restituisce al Padre tutto il creato. Egli è presente nella persona del sacerdote e offre al Padre il sacrificio redentore. Il sacerdote partecipa anche nel ministero di Cristo, "il Primogenito di coloro che risuscitano dai morti" che nella Sua Pasqua trasforma incessantemente il mondo. Così, l'intera realtà, con le sue sofferenze, speranze, gioie o tristezze, si fa presente nel ministero Eucaristico.
Il mistero del Sacerdozio forma una nuova vita in ogni sacerdote, rafforzando l'evangelizzazione di ogni ambiente umano nella speranza che le parole di Cristo non passano (cfr. Lc 21,33). Le Sue parole, radicate nel sacrificio della Croce, rendono i sacerdoti testimoni particolari e ministri privilegiati della verità perpetua e del divino amore.
Le Vocazioni Sacerdotali e la loro Cura
Insegna il Concilio Vaticano II che "il sacerdote ministeriale, con la potestà sacra di cui è investito... compie il sacrificio eucaristico in persona di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo" (Cost. Lumen gentium, 10). Per questo, il popolo cristiano prega incessantemente perché mai manchino sacerdoti nella Chiesa, poiché il numero dei presbiteri non è mai sufficiente per le crescenti esigenze dell'evangelizzazione e della cura pastorale dei fedeli. Giovanni Paolo II ha sottolineato che le vocazioni sono un dono di Dio da implorare incessantemente, ed è indispensabile la nostra fedeltà personale. Sacerdoti innamorati dell'Eucaristia sono in grado di comunicare ai giovani lo "stupore eucaristico" (cfr. Ecclesia de Eucharistia, n.6).
In questa luce, il Santo Padre ha privilegiato la cura dei ministranti, che costituiscono un "vivaio" di vocazioni sacerdotali. Un gruppo di ministranti ben seguito può percorrere un valido cammino di crescita cristiana, quasi formando una sorta di pre-seminario. La testimonianza dei sacerdoti è fondamentale, poiché i ministranti, nelle vostre mani, vedono "farsi" l'Eucaristia, sul vostro volto leggono il riflesso del Mistero, e nel vostro cuore intuiscono la chiamata di un amore più grande.
Lo Spirito Santo: Artefice dell'Eucaristia e del Sacerdozio
Un intimo legame unisce il nostro sacerdozio allo Spirito Santo e alla sua missione. Nel giorno dell'Ordinazione presbiterale, in virtù di una singolare effusione del Paraclito, il Risorto ha rinnovato in ciascuno quanto operò nei suoi discepoli la sera di Pasqua, e li ha costituiti continuatori della sua missione nel mondo (cfr Gv 20,21-23). Il Giovedì Santo pone davanti ai nostri occhi Gesù, Servo "obbediente fino alla morte" (Fil 2,8), che istituisce l'Eucaristia e l'Ordine sacro quali segni singolari del suo amore.
L'invocazione dello Spirito Santo quale spiritalis unctio, crisma dell'anima, è centrale. L'Eucaristia e l'Ordine sono frutti del medesimo Spirito: "Come nella Santa Messa Egli è l'artefice della transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo, così nel sacramento dell'Ordine Egli è l'artefice della consacrazione sacerdotale o episcopale" (Dono e mistero, p. 3). La tradizione della Chiesa indica i sette doni dello Spirito Santo (Isaia 11, 2-3) come una particolare sensibilizzazione dell'anima umana e delle sue facoltà all'azione del Paraclito, che "completano e portano alla perfezione le virtù di coloro che li ricevono" (CCC, n. 1831). Con essi, come sottolinea San Tommaso, è data al credente la possibilità di un rapporto personale e intimo col Padre, nella libertà propria dei figli di Dio.
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Lo Spirito Santo ristabilisce nel cuore umano la piena armonia con Dio e, assicurandogli la vittoria sul Maligno, lo apre alle dimensioni universali dell'amore divino, facendo passare l'uomo dall'amore di se stesso all'amore della Trinità. Una speciale attenzione è riservata a coloro che sono stati insigniti dell'Ordine sacro, in vista di un conveniente adempimento del loro impegnativo ministero. Quando la tentazione si fa insidiosa e le forze umane vengono meno, allora è il momento di invocare più ardentemente lo Spirito, perché venga in aiuto alla nostra debolezza e ci consenta di essere prudenti e forti come vuole Dio.
Il Celibato Sacerdotale: Testimonianza e Dono per il Regno di Dio
Il celibato, lo stato non coniugale scelto alla luce della fede cattolica, rappresenta la norma della Chiesa per il suo sacro sacerdozio. Il sacerdote, "scelto fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati" (Eb 5, 1) e fa un voto di celibato nell'interesse del Regno di Dio. Il celibato sacerdotale costituisce una testimonianza inestimabile per il Regno di Dio, riflettendo le parole di Gesù: "In verità vi dico, non c'è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel mondo che verrà" (Lc 18, 29-30).
A imitazione del Signore, il sacerdote promette di vivere esclusivamente per il suo sacro apostolato. Il celibato sacerdotale prevede non solo l'imitazione di Cristo, ma anche il sacrificio personale e la santificazione. Pio XII ha scritto: "la Chiesa ha molto saggiamente sostenuto che il celibato dei suoi sacerdoti deve essere mantenuto; essa sa bene che [il celibato] è e sarà una fonte di grazie spirituali per mezzo delle quali essi saranno sempre più uniti a Dio".
Lo stato straordinario del sacerdote come alter Christus esige da lui una sequela peculiare della perfezione cristiana. Il celibato dà testimonianza sia per coloro che lo vivono sia per coloro che lo vedono vissuto, per la vita dell'aldilà. Sebbene "Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso" da Dio (Mt 19, 11), il celibato sacerdotale è un dono concomitante con la vocazione del sacerdote, e al sacerdote vengono garantite le grazie necessarie per la sua vita e il suo lavoro.
Sacerdozio, Eucaristia e purezza devono essere realtà inscindibili nell'anima di un ministro di Dio. Don Dolindo Ruotolo, un santo sacerdote, avvertiva il bisogno di esser puro come un Angelo per ascendere all'altare: "Sento che la purezza non è mai abbastanza per queste mani che toccano il corpo del Signore e per questo cuore ch'è arca viva del suo amore; perciò mi rifugio sotto il manto immacolato di Maria".
San Giovanni Paolo II afferma nella sua esortazione apostolica Pastores dabo vobis (n. 23) che: "La Chiesa, come Sposa di Gesù Cristo, vuole essere amata dal sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui Gesù Cristo Capo e Sposo l'ha amata". Questa offerta di Cristo si riflette nella vita dei sacerdoti, chiamati a riprodurre, nella loro esistenza, il sacrificio di Cristo. Come spiega il Cardinale Mauro Piacenza, dalla natura eucaristica del celibato derivano tutti gli sviluppi teologici che pongono il sacerdote di fronte al proprio ufficio fondamentale: la celebrazione della Santa Messa, nella quale le parole: "Questo è il mio Corpo" e "Questo è il mio Sangue" devono modellare l'oblazione della stessa vita sacerdotale.
Con questo spirito di oblazione eucaristica il sacerdote deve affrontare e vivere i momenti di prova della castità. Come Giovanni Paolo II scrisse nella Lettera ai vescovi e ai sacerdoti del Giovedì Santo 1979, il sacerdote "prende la decisione per la vita del celibato solo dopo essere giunto alla ferma convinzione che Cristo gli concede questo 'dono' per il bene della Chiesa e per il servizio degli altri. ... Si tratta qui di mantenere la parola data a Cristo e alla Chiesa." L'Eucaristia amata, celebrata, vissuta è il segreto per superare ogni prova e tentazione, nutrendosi di amore di Dio e potendo amare con affetto trasfigurato.
Il problema non è vivere la castità, ma lasciarsi distogliere dal rapporto profondo con il Cristo eucaristico, nella comprensione della natura del Sacerdozio che assimila a Cristo, Vittima purissima, che si fa Eucaristia: Pane spezzato e Sangue versato per la salvezza dell'umanità.
Il Sacerdote nel Sacramento della Riconciliazione
Giovanni Paolo II ha invitato i sacerdoti a riscoprire personalmente e a far riscoprire la bellezza del Sacramento della Riconciliazione. Sebbene l'Eucaristia non possa unirci a Cristo senza purificarci dai peccati veniali, essa non è ordinata al perdono dei peccati mortali; questo è proprio del Sacramento della Riconciliazione (CCC, n. 1395). Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve riceverlo prima di accedere alla Comunione (CCC, n. 1385).
Il Papa ha osservato che il Sacramento della Riconciliazione ha sofferto una crisi, ma si sono registrati segnali positivi, specialmente con una riscoperta da parte dei giovani. Questo Sacramento offre una risposta significativa all'esigenza di comunicazione personale, mettendo il penitente in rapporto con il cuore misericordioso di Dio attraverso il volto amico di un fratello. La celebrazione personale è la forma ordinaria di amministrazione di questo Sacramento, e solo in "casi di grave necessità" è legittimo ricorrere alla forma comunitaria con confessione e assoluzione collettiva, sempre con l'impegno alla successiva confessione individuale dei peccati gravi (CCC, n. 1483).

Per illustrare l'incontro sacramentale, il Santo Padre ha proposto come "icona biblica" l'incontro di Gesù con Zaccheo (cfr. Lc 19, 1-10). Gesù si fermò a casa di Zaccheo, un gesto che, apparentemente casuale, era in realtà frutto di una misericordia che lo precedeva e lo attraeva. Questo ci ricorda che, in ogni confessione, prima del nostro invito e delle nostre parole sacramentali, i fratelli sono già avvolti da una misericordia che li lavora dal di dentro. Non è il peccatore a guadagnarsi la misericordia con il suo cammino di conversione, ma la misericordia a spingerlo sulla strada della conversione. Il sacerdote è chiamato ad essere un interprete amorevole e illuminato di questa sapienza divina.
Il Sacerdote e la Donna: Dimensioni della Maternità e della Fraternità Spirituale
In una delle sue Lettere del Giovedì Santo, Giovanni Paolo II ha riflettuto sul rapporto tra il sacerdote e la donna, prendendo spunto dalla sua Lettera apostolica Mulieris dignitatem (1988) e dalla sua enciclica Redemptoris Mater (1987). Il legame con la Madre di Dio è fondamentale, non solo teologicamente ma anche sul piano storico, antropologico e culturale, essendo Maria una grande fonte di ispirazione per la vita religiosa e la cultura cristiana.
L'Ultima Cena, durante la quale Cristo istituì i sacramenti del Sacrificio e del Sacerdozio, è un momento particolarmente santo per i sacerdoti. In essa, Maria è presente come colei che ha dato la vita al Figlio di Dio perché Egli si offrisse, e noi con Lui, in sacrificio mediante il ministero sacerdotale.
Accanto alla figura della madre, emerge quella della sorella. Per vivere nel celibato in modo maturo e sereno, è particolarmente importante che il sacerdote sviluppi profondamente in sé l'immagine della donna come sorella. In Cristo, uomini e donne sono fratelli e sorelle indipendentemente dai legami di parentela. La figura della donna-sorella riveste notevole importanza nella civiltà cristiana, rappresentando una specifica manifestazione della bellezza spirituale della donna e, al tempo stesso, rivelazione di una sua "intangibilità".
Quando Cristo affermò che l'uomo può rimanere celibe per il Regno di Dio, gli Apostoli rimasero perplessi (cfr. Mt 19,10-12). L'apostolo Paolo, che viveva nel celibato, scrisse nella Prima Lettera ai Corinzi: "Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro" (1 Cor 7,7). Sia il matrimonio sia il celibato sono doni di Dio. La vocazione al celibato richiede di essere consapevolmente difesa con una speciale vigilanza sui sentimenti e su tutta la propria condotta, lottando per mantenersi fedeli alla propria vocazione quando essa è esposta a pericolo.