Giovanni Papini: Biografia e Opere

Giovanni Papini (1881-1956) è stato una figura centrale e complessa nel panorama letterario e culturale italiano del Novecento, caratterizzato da una vita intellettuale ricca di svolte radicali, dalla militanza nell'avanguardia culturale e filosofica dei primi decenni del secolo fino a una profonda conversione al cattolicesimo.

Giovanni Papini in giovane età

Vita e Formazione

Le Origini e l'Infanzia

Giovanni Papini nacque il 9 gennaio 1881 in una famiglia artigiana. Suo padre, Luigi Papini, era un ex garibaldino, repubblicano, ateo e anticlericale, mentre la madre, Erminia Cardini, lo fece battezzare all'insaputa del padre. Data la mancata unione matrimoniale dei genitori, per un periodo ebbe il cognome Tabarri e trascorse i primi mesi di vita presso l'Istituto degli Innocenti. Fu riconosciuto dalla madre il 10 agosto 1882, che gli diede il suo cognome e lo portò in famiglia. Il 14 maggio 1888, giorno delle nozze dei genitori, venne legittimato con il cognome Papini.

Ebbe un'infanzia e un'adolescenza prevalentemente solitarie, ma fu attratto fin da giovane dalla letteratura, dedicando molto del suo tempo libero alla lettura dei libri della biblioteca del nonno e successivamente di quella pubblica, la Biblioteca Nazionale di Firenze. Quando Giovanni iniziò a frequentare la scuola, il padre volle che uscisse dall’aula allorché entrava il prete a insegnare religione. Una volta, il bambino andò a origliare alla porta: il prete spiegava il Quarto Comandamento di Dio: «Onora il padre e la madre».

Creò affamato di libri e di riviste, con addosso una voglia di scrivere che lo divorava. Racconta Papini che un giorno, mentre la mamma lo portò a passeggiare sul Lungarno, passarono due uomini d’alta statura. Uno di loro, vedendo il piccolo dai riccioli dorati, si fermò a guardarlo. Portava lenti grosse e baffi enormi, aveva la faccia larga e carnosa. Lo guardò grave e triste, allungò la destra e accarezzò il bambino. In un'altra occasione, nell'autunno 1888, fermatosi presso una vetrina, sentì voci straniere: un signore e una signora, accompagnati da una ragazza, interrogavano un passante. Il piccolo Papini si avvicinò e la ragazza gli domandò di insegnarle come recarsi a “Santa Maddalena de’ Pazzi”, una chiesa di Firenze. Egli rispose: «Vi accompagno io fin là». La ragazza, sui 14-15 anni, aveva il volto pieno, rotondo, illuminato da occhi dolci, ardenti e profondi che lo impressionarono, tanto da fargli abbassare i suoi. Giunsero in pochi passi alla chiesa, e la giovane in segno di ringraziamento gli rivolse un così bel sorriso che turbò il suo cuore di fanciullo timido.

Percorso Educativo e Inizi Letterari

Gli studi li condusse a Firenze, in corsi rabberciati, conseguendo il diploma da maestro elementare nel 1899, dopo aver frequentato la scuola elementare "Dante Alighieri", poi la scuola tecnica San Carlo e infine quella di via del Parione e la scuola normale di via San Gallo.

A 9 anni componeva i primi versi e a 15 pubblicava i primi scritti. A 20 anni, privo del padre, per vivere, era insegnante di lingua italiana all'Istituto Inglese di Firenze (nel 1900) e successivamente bibliotecario del Museo d'Antropologia di Firenze. Papini però capiva che “il positivismo non basta all’uomo”.

Nel 1903 Papini fondò, assieme a Giuseppe Prezzolini e a un gruppo di artisti, il mensile «Leonardo». Papini, che assunse in proprio l'impianto e la gestione della rivista, firmò i suoi articoli con lo pseudonimo "Gian Falco". Riluttante ad aderire a una religione, Papini era affascinato dalla gnoseologia. Dal 1904, grazie alla collaborazione con Giovanni Vailati, Papini scoprì il pragmatismo americano. «Leonardo» fu lo strumento grazie al quale fu pubblicizzata in Italia questa corrente di pensiero. Papini fu molto lodato da William James e intrattenne una corrispondenza con Charles S. Peirce.

Alla fine del 1904 fu chiamato da Enrico Corradini a collaborare alla redazione del periodico «Il Regno», su cui Papini scrisse i suoi interventi più squisitamente politici. Nel 1904 partecipò al Congresso Internazionale di Filosofia di Ginevra. Nel 1906 pubblicò il saggio Il crepuscolo dei filosofi, ispirato al Crepuscolo degli idoli e alla «morte di Dio» di Nietzsche, nel quale criticò duramente il pensiero filosofico di Immanuel Kant, Friedrich Hegel, Arthur Schopenhauer, Auguste Comte, Herbert Spencer e dello stesso Friedrich Nietzsche, dichiarando infine la morte della filosofia stessa. Regalò una copia del libro ad Arturo Reghini quando questi entrò nella loggia massonica fiorentina "Lucifero" l'anno seguente. Il distacco progressivo da Prezzolini, più incline a seguire Benedetto Croce, e i disaccordi con gli altri collaboratori segnarono la chiusura del «Leonardo» nel 1907. Successivamente Papini fondò il Circolo di filosofia diretto da Giovanni Amendola. Nel 1909 si occupò di una collana per l'editore Rocco Carabba di Lanciano intitolata «Cultura dell'anima» (dedicata ad opere di filosofia antica e moderna).

Nel 1907 Papini sposò Giacinta Giovagnoli, nativa di Bulciano, una frazione di Pieve Santo Stefano (AR). Lasciò la casa dei genitori e andò a vivere con la moglie in via dei Bardi. Il 7 settembre 1908 nacque la prima figlia, Viola.

Il Periodo Anticristiano e Nichilista

Nel 1911, Papini fondò con Giovanni Amendola la rivista «L'Anima», di tendenza teosofica, che ebbe solo un anno di vita, continuando a gravitare tra ateismo e misticismo esoterico. I suoi libri vennero definiti brillanti, mordaci, infinitamente tristi. Giovane senza fede, gli bruciava il vuoto, la negazione dello spirito, e spasimava: «Io vorrei dunque cambiare... sono definitivamente annoiato, disgustato, ributtato, nauseato da capo a piedi di questo me stesso».

Nel 1912, pubblicò Le memorie d'Iddio, l'apice della sua protesta anticristiana e del suo nichilismo, in cui mette in scena un Dio che si augura la morte della fede e dunque la propria fine, pentito com'è di aver creato tanto male nel mondo. L'opera, seguita da articoli antireligiosi sulla nuova rivista «Lacerba» come Cristo peccatore e Odiatevi gli uni con gli altri, generò molto scalpore e costò all'autore un processo per oltraggio alla religione, ma venne ricusata da Papini in tarda età, tanto da incaricare la figlia Viola di ricercare le copie ancora esistenti e darle alle fiamme.

Nel 1912, pubblicò Un uomo finito, che fu il suo primo grande successo. In quest'opera si dichiarava un uomo finito, perché non era riuscito a essere un uomo infinito, e invocava: «Una sola, una piccola fede, un atomo di verità... un po' di certezza... Non posso più farne a meno. Voglio una fede indistruttibile». Questa disperazione emerge nel romanzo, dove sopravviene di tanto in tanto la delusione per l'impossibilità di raggiungere un obiettivo troppo ambizioso. Già da bambino, l'avevano sfiorato Nietzsche e Teresina di Lisieux, spingendolo al grande anelito della sua esistenza: «Essere Dio! Tutti gli uomini dèi!». Ma alla fine, la delusione era totale. Nel 1913, con Ardengo Soffici, fondava la rivista Lacerba, che uscì a Firenze e dichiarava «guerra contro l'accademia, contro l'università, contro lo scolarismo, contro la cultura ufficiale, è liberazione dello spirito dai vecchi legami, dalle forme troppo usate... è forsennato amore dell'Italia e della grandezza d'Italia...».

Copertina originale di

Negli anni della Guerra (1915-1918), Papini a Roma collaborava a «Il Tempo». Si batté per l'intervento italiano nella prima guerra mondiale, in maniera accesa ed esaltandosi per il bellicismo, affermando: «Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l'arsura dell'agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre... Siamo troppi. La guerra è una operazione malthusiana...». Nonostante ciò, lo scrittore venne riformato e non poté arruolarsi, a causa di una innata e molto accentuata miopia. Nel novembre del 1914 ebbe inizio la collaborazione a «Il Popolo d'Italia», il giornale fondato da Benito Mussolini. Il 22 maggio 1915 chiuse la rivista pochi giorni prima dell'entrata in guerra contro l'Austria-Ungheria, dimostrandosi però in seguito ampiamente pentito del suo interventismo, rendendosi conto dell'immane carneficina della Grande Guerra anche tramite scambi epistolari con Prezzolini e Giuseppe Ungaretti, allora al fronte. Papini ripercorse l'evoluzione del suo travaglio personale fino alla conversione nell'opera (postuma) La seconda nascita (1958, ma completato già nel 1923). Descrivendo le posizioni assunte prima e dopo lo scoppio della prima guerra mondiale rivelò in questo e altri scritti un pentimento sincero e intimo per il suo iniziale interventismo fino alla sua adesione all'allocuzione sull'"inutile strage" di papa Benedetto XV (1917).

Nel 1915 pubblicò le raccolte poetiche Cento pagine di poesia, Buffonate e Maschilità. Nel 1916, con le sue Stroncature fece apprezzamenti per Shakespeare e Goethe, ma stroncò Boccaccio, Croce, Gentile, Benelli e il "passerotto agevolino" Guido Mazzoni. Il 4 febbraio 1917 un suo articolo su Giuseppe Ungaretti, di cui aveva pubblicato alcune liriche in «Lacerba», appare sul bolognese «Il Resto del Carlino». Nello stesso anno esce la silloge Opera prima, i cui versi, inizialmente intitolata Venti poesie, tracciano il profilo di un uomo alle prese con una realtà, come quella dei primi decenni del Novecento, caratterizzata da un tumulto di idee spesso contrastanti tra loro.

La Conversione e "La Storia di Cristo"

La Svolta Spirituale

Dopo la prima guerra mondiale, Papini attraversò anni di particolare travaglio spirituale, ma la vicinanza della moglie, l'amicizia e i benevoli rimproveri di Domenico Giuliotti, e altre persone che ne avevano sempre intuito il genio controcorrente e incompreso, lo accompagnarono nel suo percorso di scoperta della fede cristiana. Tra le personalità del mondo cattolico con cui strinse amicizia vi fu anche il vescovo di Sansepolcro, Pompeo Ghezzi, da lui conosciuto e frequentato durante i soggiorni estivi a Pieve Santo Stefano. Papini raccontò: «Durante la guerra... venni risospinto alla lettura del Vangelo che avevo letto più volte, ma con spirito ostile di diffidente. Il Cristianesimo mi apparve dunque in un primo tempo come un rimedio ai mali dell’umanità, ma proseguendo nelle mie solitarie e ansiose meditazioni venni a persuadermi che il Cristo, maestro di morale così opposta alla istintività degli uomini, non poteva essere solo un uomo, ma Dio. E a questo punto, intervenne, io credo, l’opera segreta ma infallibile della grazia. E tanto era forte in me l’amore per Gesù, il divino Maestro dell’amore, che io decisi di far qualcosa perché il suo messaggio giungesse anche a quelli che non lo conoscono. E incominciai a scrivere, solo, in campagna, spinto dal sincero bisogno di giovare a qualche mio fratello, la Storia di Cristo».

Nel 1921 annunciò la sua conversione religiosa pubblicando La Storia di Cristo, che si rivelò un successo editoriale internazionale. Rispetto all'autobiografia uscita otto anni prima (Un uomo finito), Papini era profondamente cambiato: deluso di tutti e di tutto - perché tutto delude quaggiù - era stato folgorato dal Redentore e aveva sentito l’impellente necessità di annunciarlo ai fratelli. «L'autore di questo libro ne scrisse un altro [Un uomo finito], anni fa, per raccontare la malinconica storia di un uomo che volle, per un momento, diventare Dio. Ora, nella maturità degli anni e della coscienza, lo stesso autore ha tentato di scrivere la vita di un Dio che si fece uomo. In quel tempo di febbre e di orgoglio, quegli che scrive offese Cristo come pochi altri, prima di lui, avevano fatto.»

Giovanni Papini in età matura

"La Storia di Cristo": Contenuto e Stile

La Storia di Cristo fu pubblicata nel 1921. Per rapportarsi con Cristo, Papini decise di scriverne la storia. L'opera narra la vita di Gesù dalla nascita all'ascensione al fine di invocarne la grazia verso l'umanità corrotta. Secondo Papini «nessun tempo fu, come questo, tanto diviso da Cristo e così bisognoso di Cristo. Ma per ritrovarlo non bastano i vecchi libri» che «esalano quasi tutti un non so che di mucido e stantio che respinge, fin dalle prime pagine, il lettore avvezzo a più delicati e sostanziali pasti.» Quello che Papini intendeva scrivere è, nelle sue stesse parole «un libro vivo, che renda più vivo Cristo, il sempre vivente, con amorosa vivezza, agli occhi dei vivi. Che lo faccia sentir presente, d'una eterna presenza, ai presenti.»

La Storia di Cristo è una riscrittura, quasi una parafrasi dei Vangeli. Nonostante il soggetto sia universalmente conosciuto, è tuttavia un'opera letteraria originale: nel libro si trovano riferimenti alla prima guerra mondiale e alle avanguardie artistiche. Scopo ultimo del libro è mostrare che il Gesù vero è proprio quello dei Vangeli. Nonostante l'opera sia saldamente fondata sulle fonti documentarie, l'aspetto letterario della narrazione risulta preminente: «Ho fatto opera d'artista, di poeta, non di storico o di teologo.» (G. Papini, Op.). Lo stile dominante è la prosa, ma in alcune parti l'opera è fortemente lirica; del resto Papini (nel capitolo Non segreto: poeta) riconosce a Cristo le qualità di poeta, in quanto capace di «comunicare le verità più alte per mezzo di racconti tanto semplici, familiari, pieni di grazia, che dopo venti secoli splendono di quell'unica giovinezza ch'è l'eternità».

L'uso di un linguaggio crudo e a tratti rabbioso, eredità della letteratura delle avanguardie, è per Papini un mezzo per svegliare la coscienza assopita dei suoi contemporanei, «per vedere se l'anime d'oggi, avvezze ai pimenti dell'errore, potessero svegliarsi ai colpi della verità». Il tono dell'opera si accende particolarmente nella descrizione del processo e della condanna di Gesù. Duro è il giudizio sulla condotta del Sinedrio e del sommo sacerdote Caifa, descritto come un uomo che «non dà fede alle apocalissi e d'altro non si cura che dei proventi e degli onori del Tempio». Giuda, Caifa e Pilato sono ugualmente colpevoli e nell'episodio dell'annuncio della passione (Soffrirò molte cose) sono definiti «complici» della morte di Gesù. La narrazione si sofferma poi sulla descrizione della sofferenza e delle torture inflitte a Gesù, alle quali Papini dedica ben otto capitoli pieni di un efficace realismo. Il tono si stempera nella preghiera finale, in cui Papini esprime la sua fede con parole commosse: «Abbiamo bisogno di te, di te solo, e di nessun altro. Tu solamente, che ci ami, puoi sentire per tutti noi che soffriamo, la pietà che ciascuno di noi sente per se stesso… Ma noi, gli ultimi, ti aspettiamo. Ti aspetteremo ogni giorno, a dispetto della nostra indegnità e d’ogni impossibile.»

Copertina de

Impatto e Rilevanza

La Storia di Cristo è un'opera fortemente innovativa nel panorama letterario italiano. Fino ad allora, infatti, i Vangeli erano stati rappresentati soprattutto nelle arti figurative. L'unico precedente in letteratura erano i Racconti biblici e le Meditazioni sui Vangeli di Niccolò Tommaseo (1867). Il Libro, opera di un noto rompicollo, si presentò più inatteso che mai. Suscitò ironie e derisioni, da parte dei negatori, come Benedetto Croce, ed entusiasmi forti. Molti ammirarono il suo coraggio di essere andato, ancora una volta, controcorrente. Molti poterono far propria la Preghiera a Cristo con cui Papini concludeva la sua Opera: «Abbiamo bisogno di Te, o Cristo, di Te solo e di nessun altro. Tu solamente che ci ami, puoi sentire per noi tutti che soffriamo la pietà che ciascuno di noi sente per se stesso. Tu solo puoi sentire quanto è grande, immisurabilmente grande il bisogno che c'è di Te in questo mondo, in questa ora del mondo.»

Secondo il giornalista del New York Times Stephen Prothero, Mel Gibson si sarebbe ispirato alla Storia di Cristo di Papini per il suo film La Passione di Cristo. Secondo Prothero, «Gibson e Papini hanno molto in comune. (...) Entrambi sono cattolici tradizionalisti approdati ad un'intensa fede in età matura (...). Ognuno presenta il suo Gesù con la gioia e talvolta il fanatismo di un neofita.» A differenza della Passione di Cristo di Gibson, che si limita a raccontare le ultime 12 ore della vita di Gesù, il volume di Papini copre l'intera storia. Tuttavia, il libro tende inesorabilmente verso il processo e la croce, dove i farisei si trasformano in serpenti e la violenza si scatena incontrollabile. Il Gesù di Papini è indiscutibilmente divino, ma è anche intrappolato nella tomba del corpo.

Il successo de La Storia di Cristo fu anche internazionale, come testimoniano le numerose traduzioni in varie lingue:

  • Francese: Histoire du Christ (1922)
  • Olandese: De Christus (data non specificata)
  • Polacco: Dzieje Chrystusa (data non specificata)
  • Spagnolo: Historia de Cristo (varie edizioni dal 1922)
  • Inglese: The Story of Christ (1923, anche come Life of Christ)
  • Tedesco: Lebensgeschichte Christi (trad. 1923)
  • Danese: Kristi Livs historie (data non specificata)
  • Finlandese: Kristuksen historia (1924)
  • Portoghese: História de Christo/Cristo (varie edizioni dal 1924)
  • Ungherese: Krisztus története (1924)
  • Svedese: Kristi historia (1924)
  • Croato: Povijest Kristova (data non specificata)
  • Slovacco: Život Krista (data non specificata)
  • Greco: Η ιστορία του Χριστού ([1965 o 1966])

Storie di conversione: Giovanni Papini

Ultimi Anni e Altre Opere del Periodo Maturo

L'Impegno per la Fede

Da quei giorni della sua conversione, alla sua morte, per 35 anni, Papini continuò a studiare, parlare e scrivere con un unico intento: irradiare Cristo ai fratelli. Presentò il sublime Mistero dell’altare, ponendo queste parole sulle labbra di Gesù, nell’Ultima Cena: «Fate questo in memoria di me. La frazione del Pane alla tavola comune sarà il segno della nuova fratellanza in Me. Ogni volta che spezzerete il Pane, non solo Io, Gesù, sarò presente tra voi, ma per mezzo di questo Pane, vi unirete intimamente a Me. Il mio corpo che offrirò nella morte per tutti gli uomini, sazierà la fame di quelli che credono in Me.»

Negli ultimi anni perse l’uso delle gambe ed era diventato quasi cieco. Eppure era nella luce e nella gioia e lodava Dio per il dono più grande che aveva ricevuto: l’incontro con Gesù Cristo. Si spense dolcemente domenica 8 luglio 1956, poco dopo le otto, l’inizio dell’“Ora terza”. «Noi, gli ultimi - aveva concluso la sua Vita di Cristo - ti aspettiamo, o Gesù. Ti aspetteremo ogni giorno, a dispetto della nostra indegnità e di ogni impossibile. E tutto l’amore che potremo torchiare dai nostri cuori devastati sarà per Te, o Crocifisso, che fosti tormentato per amor nostro e ora ci tormenti con tutta la potenza del tuo implacabile amore».

Giovanni Papini anziano

Opere e Posizioni Politiche e Sociali

Nel 1924 l'editore Formiggini omaggiò Papini con una delle sue "Medaglie"; il ritratto fu composto dal poeta abruzzese Nicola Moscardelli. Nel 1921 donò una copia della Storia di Cristo ad Angelini, con la seguente dedica: «A Cesare Angelini | che per primo ebbe la | confidenza e primo | parlò di questo libro | offre con amicizia | il suo G. Papini.»

Suscitò invece accese polemiche il Dizionario dell'omo salvatico (1923), scritto in collaborazione con Giuliotti e mai portato a compimento, che segnò la sua adesione al conservatorismo, e in cui si ammoniscono gli ebrei, i protestanti, le donne, il laicismo e la democrazia. È da notare come gli scrittori de «La Civiltà Cattolica» se lo tenessero diletto, lo vezzeggiavano, lo coccolavano e lo difendevano da ogni accusa di poca ortodossia. Frasi di Papini contenute nel libro su S. Agostino e che mostrano la tendenza al secentismo: «quando si dibatteva per uscire dalle cantine dell'orgoglio a respirare l’aria divina dell’assoluto», «salire dal letamaio alle stelle» ecc.

Nel 1931 diede alle stampe Gog, una raccolta di novelle caratterizzate da un pessimismo alla Huxley sul «destino brillante» offerto all'uomo moderno dalle società capitalistiche. Solo nel 1935 si avvicinò al fascismo ma rifiutò l'offerta della cattedra di letteratura italiana all'Università di Bologna. Nel 1937 pubblicò il primo volume - poi rimasto unico - della Storia della letteratura italiana con la dedica "Al Duce, amico della poesia e dei poeti".

Sulle pagine del periodico «Il Frontespizio», con l'articolo Razzia dei Razzisti (dicembre 1934), si dichiarò distante da ogni discriminazione razziale e dal razzismo scientifico, essendo più vicino a un classico antigiudaismo religioso in cui gli ebrei vanno convertiti, come da tradizione cattolica. «I razzisti all'ingrosso van cicalando di razze come se l'etnologia fosse una scienza precisa e certa quanto la geometria.» Nel 1942 Papini venne eletto a Weimar vice presidente della Società Europea degli Scrittori.

Il successo letterario di Papini iniziò con Il crepuscolo dei filosofi, pubblicato nel 1906, e col romanzo autobiografico Un uomo finito, del 1913. Come cofondatore delle riviste «Leonardo» (1903) e «Lacerba» (1913), concepì la letteratura come azione, dando ai suoi scritti un tono ostentato e irriverente. Autodidatta, ebbe una grande influenza nel futurismo italiano e nei movimenti letterari della gioventù. Fu attivo nella sua città natale, Firenze, promuovendo la crescita della cultura italiana con una concezione individualista della vita e dell'arte; partecipò attivamente a movimenti filosofici stranieri, in particolare l'intuizionismo francese di Henri Bergson e il pragmatismo anglo-americano di Charles Peirce e William James.

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