La storia di Giairo, un rispettato capo della sinagoga di Cafarnao, e della risurrezione di sua figlia è uno dei racconti più commoventi e significativi presenti nei Vangeli. Questo episodio, ricco di scene che si susseguono rapidamente in luoghi diversi, mette in luce la potenza di Gesù sulla morte e l'importanza della fede.

L'Incontro Disperato con Gesù
In un tempo in cui Gesù era passato di nuovo in barca all’altra riva, una grande folla si radunò attorno a lui, mentre egli stava lungo il mare. Tra la moltitudine, emerse un uomo visibilmente angosciato, Giairo, uno dei capi della sinagoga di Cafarnao, stimato come amministratore moderato e giusto. Era un dignitario istruito e stimato, ma in quel momento la sua posizione non poteva nulla contro la disperazione che lo attanagliava. La morte aveva messo il nido nella sua casa, quella che era una casa potente, eppure incapace di garantire la vita di una bambina.
Appena vide Gesù, Giairo, percosso dalla tragedia, si gettò ai suoi piedi, supplicandolo con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Sua figlia aveva dodici anni, un'età in cui è d'obbligo fiorire, non soccombere. Era una soluzione disperata e sua moglie era fuori di sé. Gesù, ascoltando il grido del padre, interruppe ciò che stava facendo e andò con lui. Il dolore e l'amore avevano cominciato a battere il ritmo di una musica assoluta, e Gesù vi entrò, raggiungendo l'uomo dell'istituzione con passo di madre, attraverso le radici più profonde della sua sofferenza.

L'Interludio sulla Strada: La Donna con Emorragia
Mentre Gesù e Giairo si incamminavano, una molta folla li seguiva e si stringeva intorno, sperando di assistere a un miracolo. Durante questo tragitto, si verificò un altro episodio significativo. Una donna che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di numerosi medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi peggiorando, udì parlare di Gesù. Venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello, dicendo tra sé: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita».
E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male. Ma Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla chiedendo: «Chi mi ha toccato il mantello?». I discepoli, vedendo la folla che lo attorniava, si stupirono della domanda. La donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, si gettò davanti a lui e gli disse tutta la verità. Gesù rispose con tenerezza: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Maria Valtorta – Evangelo cap. 230: Guarigione dell’emorroissa e resurrezione della figlia di Giairo
L'Annuncio Infausto e la Forza della Fede
Mentre Gesù stava ancora parlando con la donna, dalla casa di Giairo vennero dei servitori a recare la ferale notizia: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il maestro?». La tempesta definitiva era arrivata, caduta l'ultima speranza. In quel momento, molti pensavano che non fosse più il caso di continuare a tenere viva la speranza, mostrando l'immagine della superficialità di chi cerca solo il risultato immediato.
Gesù, che aveva udito quanto dicevano, si fece argine al dolore di Giairo, guardandolo negli occhi con il viso duro come la pietra, e gli disse: «Non temere, soltanto abbi fede!» oppure «Non temere, continua solo ad aver fede!». Non si tratta solo di una fede che egli può operare il miracolo richiesto, ma la fede nella sua persona, riconoscendo che la vita è più forte della morte.
La Risurrezione della Figlia di Giairo
Giunti all'abitazione di Giairo, trovarono grande trambusto e gente che piangeva e urlava, come è naturale di fronte al decesso appena avvenuto di una persona cara. Gesù, entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». Alcuni tra i presenti, sentendo queste parole, si fecero beffe di lui, deridendolo. Gesù, tuttavia, ordinò di far uscire le prefiche e cacciò tutti fuori, permettendo di seguirlo solo a Pietro, Giacomo e Giovanni, e ai genitori della fanciulla.
Entrò dove era la bambina, ricomponendo il cerchio vitale degli affetti, il cerchio dell'amore che fa vivere. Lì, nel segreto, prese la mano della ragazza dodicenne e le ordinò con autorità: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». Non era lecito per la legge toccare un morto, si diventava impuri, ma Gesù profuma di libertà e ci insegna che bisogna toccare la disperazione delle persone per poterle rialzare. Questa è una storia di mani: il Signore è sempre una mano forte che ti afferra.

E subito la fanciulla si alzò e camminava, restituita all'abbraccio dei suoi, a una vita verticale e incamminata. Tutti gli astanti furono presi da grande stupore, compresi gli scettici che avevano sbeffeggiato il Maestro. Quindi, ordinò ai genitori di darle da mangiare, un tocco di commovente umanità per convincerli che era viva e per custodire questa vita rinata. Gesù si allontanò, chiedendo che la notizia di ciò che era accaduto non fosse divulgata in modo scandalistico, ma la notizia si diffuse rapidamente in città: una forza straordinaria abitava nel rabbi di Nazaret, capace di richiamare in vita i morti.
Il Significato Profondo del Miracolo
Il racconto della risurrezione della figlia di Giairo non è solo la narrazione di un prodigio, ma un'intensa lezione sulla fede e sulla persona di Gesù. Il Maestro non spiega perché si muore a dodici anni o perché esiste il dolore, ma porta i suoi discepoli nel corpo a corpo con l'ultima nemica, la morte.
Gesù invita ad avere fede, non solo come convinzione che egli possa operare un miracolo, ma come fiducia nella sua persona. Il Vangelo distingue nettamente due tipi di fede: credere qualcosa e credere «in» qualcuno. È la fede che salva, una fede non in un evento, ma in Gesù, nella sua Parola e nella sua potenza. Questa fede, se autentica, deve essere proclamata e condivisa.

Il miracolo più grande è proprio credere «in» Gesù, perché lui solo è la nostra unica speranza. Egli è venuto a vincere la morte per spalancarci le porte del cielo. La morte fisica, segno della nostra condizione creaturale, è un inevitabile passaggio della vita; ma non è la fine della vita, bensì, uniti a Lui, è l'inizio della vita vera, dell'eterna comunione con Dio. Anche nella morte Dio opera, e anche nella morte è possibile amare, riconoscendo la forza della vita e mettendosi al suo servizio. Gesù, come Signore della vita, ripete su ogni creatura, su ogni essere umano, la benedizione di quelle antiche parole: «Talità kum. Giovane vita, dico a te: alzati, sorgi, rivivi, risplendi».
Non scoraggiamoci, dunque, quando cadiamo o cediamo alla tentazione, perché anche a noi Gesù dice: «Talità kum». Lasciamoci prendere per mano da Gesù e alziamoci, perché lui solo è la nostra salvezza. Mettiamoci alla sua sequela e abbandoniamo il vecchio, egoistico modo di vivere spalancando la porta del nostro cuore a Cristo Signore nostro.