Gesù Crocifisso tra i due Ladroni: Un'analisi iconografica e artistica

L'opera "Gesù Crocifisso tra i due Ladroni", attribuita all'artista Vincenzo Foppa e conservata al Castello Sforzesco, è un'opera cardine nella storia dell'arte, sebbene sia una produzione giovanile dell'artista. Questa rappresentazione affronta un tema iconografico di profonda risonanza, esplorando la complessità della fede, del pentimento e della sofferenza.

La figura del "Buon Ladrone": fede e redenzione

L'uomo crocifisso alla destra di Gesù, il cosiddetto Buon Ladrone, è una figura sorprendente. Rappresenta la feccia della società, eppure, in un momento così disperato e supremo, dà prova di una "grandeur" che nessuno si aspetta. Sant'Agostino scrisse: “Che fede! A una simile fede non so cosa aggiungere. Coloro che hanno visto Cristo risuscitare i morti hanno vacillato. Egli invece ha creduto in colui che vedeva appeso al legno accanto a sé.”

Cosa spinge quest'uomo privo di moralità, di legge, di princìpi, a mostrare una fede cieca e totale in quell'illustre compagno di agonia che tutti, o quasi, sembrano aver abbandonato? Forse lo Spirito Santo, con la sua luce, lo ha illuminato, dandogli la capacità - in quell'istante di sofferenza - di trovare la speranza. Speranza in quell'uomo straziato, che come lui, era appeso lì, su quella croce, in attesa della morte. San Giovanni Crisostomo e santa Teresa di Lisieux hanno nutrito un forte affetto per il suo gesto, per le sue umili parole, per la sua sincerità.

L'ultimo furto del buon ladrone: riconoscere il Re (Lc 23, 35-43)

Il Buon Ladrone nella Collezione della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano

Il Buon Ladrone (1540/1559) di Corrado de Mochis, opera della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, fu crocifisso alla destra di Gesù Cristo. Colui che esclamò con forza, rivolto al Cattivo Ladrone: "Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male" e poi ancora la supplica: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". Così come l'antello raffigurante il Cattivo Ladrone, è opera di Corrado de Mochis da Colonia e si trova esposto in Museo dal 1974.

Il "Cattivo Ladrone": simbolo del male

Il Cattivo Ladrone (anni Quaranta-Cinquanta del XVI secolo) di Corrado de Mochis, anch'esso parte della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, è raffigurato con la testa di un serpente, simbolo del male, che si confonde tra fosche nubi. L'animale sibila, attaccato al legno della croce, lambisce una testa reclinata. È il Cattivo Ladrone, crocifisso alla sinistra di Gesù Cristo sul Golgota. Colui che senza fede disse rabbioso, volgendosi al Nazareno: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» L'antello, oggi esposto al Museo del Duomo di Milano, fu realizzato da Corrado de Mochis da Colonia nel 1544 a completamento della grandiosa scena della Crocifissione eseguita da Pietro da Velate all'inizio del Cinquecento. All'interno della stessa sala in cui è possibile ammirare il Cattivo Ladrone è visibile il suo contraltare positivo.

Vincenzo Foppa e la sua formazione artistica

La formazione di Vincenzo Foppa è stata essenzialmente legata al mondo cortese, molto presente nella prima metà del XV secolo in tutta la Lombardia. Tra il 1455 e il 1456, dopo essere passato forse per Mantova, Foppa si stabilì con la famiglia a Pavia, nel Ducato di Milano, allora soggetto alla signoria degli Sforza. Nel 1461 Foppa si recò a Genova dove affrescò la cappella dei priori di San Giovanni nella Cattedrale, realizzando anche un polittico in San Domenico (opere perdute). Negli ultimi anni l'artista rientrò a Brescia, forse per rifuggire dal bramantismo e dal leonardismo imperante, e qui visse appartato fino alla morte, dipingendo, insegnando e ponendo le premesse per lo sviluppo di una rigogliosa scuola locale. Nella sua schiva austerità il Foppa probabilmente non avvertì la portata storica del suo messaggio che costituì certo il nodo più vitale dell'arte lombarda per più di un secolo.

L'influenza di Michelangelo

Il gruppo bronzeo con il Cristo tra i due ladroni, bronzo della seconda metà del XVI secolo, rivela nella tensione dei corpi e nella trattazione dei muscoli una chiara impronta michelangiolesca, in particolar modo nella figura del Cattivo Ladrone. La posa di questo personaggio infatti, con la gamba sinistra fortemente piegata, mostra un inequivocabile riferimento a un disegno di Michelangelo conservato al Teylers Museum di Haarlem (inv. 18). Assai interessante risulta l’esistenza di altri due gruppi di analogo soggetto, conservati al Museo Diocesano di Hildesheim e al Metropolitan Museum di New York.

Disegno di Michelangelo Buonarroti del Cristo in croce tra i due ladroni

Un disegno di Michelangelo

In un disegno oggi parte delle collezioni del British Museum, Michelangelo Buonarroti raffigurò il momento in cui Cristo viene inchiodato sulla croce fra i due ladroni, sul Golgota. La parte bassa del gruppo ha una forma triangolare e pare faccia da base alla Croce. Nel gruppo di sinistra l'artista disegnò cavalli e cavalieri. Non è una novità che questi animali vengano raffigurati in una composizione di questo tipo. Le tre croci non sono equidistanti ma quella di destra si avvicina di più alla Croce centrale. C’è una particolarità in questo disegno: il buon ladrone si trova a destra mentre di solito viene raffigurato dalla parte opposta. Ai piedi della Croce di Cristo, rappresentò il gruppo delle figure dolenti. Mentre Cristo e il ladrone a destra sono ancora vivi, l’altro appare oramai esanime. Il foglio è ben conservato.

La Crocifissione di Beato Angelico: un'iconografia innovativa

La Crocifissione di Gesù Cristo e santi è un dipinto murale, eseguito tra il 1441 e il 1442 circa, ad affresco, da Guido di Pietro, detto Beato Angelico (1395 ca. - 1455). La scena è ambientata davanti - come nella maggior parte dei dipinti murali di San Marco - a uno sfondo spoglio e deserto, composto da un suolo bruno, una fascia rocciosa quasi illeggibile e un cielo che originariamente era blu, ma che la caduta del pigmento dell'azzurrite ha reso violaceo, scoprendo la preparazione rossiccia sottostante. San Giovanni evangelista, santa Maria Maddalena e una pia donna circondano la Vergine per consolarla e sorreggerla nel suo dolore. San Lorenzo è il protettore di Lorenzo il Vecchio.

Il dipinto presenta un'iconografia innovativa, poiché al posto delle figure consuete presenti nella Crocifissione mostra tutta una serie di personaggi, che appartengono a contesti storici e geografici diversi, secondo un complesso sistema allegorico che rimanda a vari significati. Si tratta di una raffigurazione mistica, invece della tradizionale scena narrativa. L'opera è una celebrazione dell'Ordine domenicano e dei fondamenti della Chiesa militante. Infatti, l'invenzione angelichiana non si configura come narrazione di un episodio biblico, ma come meditazione sui suoi significati e le figure, tutte a grandezza naturale, non sono intese come gruppo all'interno di un contesto, ma come singoli personaggi.

La Crocifissione venne volutamente realizzata da Beato Angelico sulla parete di fondo della Sala del Capitolo, cioè nel luogo dove i frati si riunivano per prendere le decisioni più importanti relative alla gestione del convento, per essere non solo una straordinaria testimonianza artistica, ma soprattutto un punto di riferimento morale e dottrinale. L'edificio, che era gravemente degradato, venne radicalmente ristrutturato e trasformato dall'architetto fiorentino Bartolomeo Michelozzi (1396 - 1472) a partire dal 1437 su incarico di Cosimo de' Medici (1389 - 1464). La decorazione pittorica fu affidata a Beato Angelico, che ne curò l'esecuzione fra il 1438 e il 1446, parallelamente al progredire dei lavori architettonici di Michelozzo, sino alla partenza per Roma, avvenuta nel 1446 - 1447. La Crocifissione della sala capitolare rappresenta l'unico caposaldo nella datazione del ciclo decorativo del cenobio, poiché Beato Angelico vi stava sicuramente lavorando nel 1441 - 1442.

Crocifissi attraverso i secoli: evoluzione e restauro

Le opere in mostra sono state individuate in base alla loro qualità, alla capacità di essere rappresentative di una specifica sensibilità e quindi alla necessità di interventi conservativi. Tre dei crocifissi scelti, infatti, sono stati sottoposti a restauro da parte di operatori specializzati. Tutti sono datati tra il XIV e il XVIII secolo, ma l'origine della rappresentazione di Gesù crocifisso è molto più antica, ed è legata alla svolta impressa da Costantino con l'editto di Milano.

Crocifissi antichi

I crocifissi più antichi in mostra si trovano in chiese parrocchiali ma provenivano dai monasteri vicini andati soppressi. Quelli che si sono “salvati nel tempo” hanno subito una trasformazione, talvolta ridipinti perché destavano troppa impressione nei devoti. Non conosciamo il nome degli artisti per i crocifissi più antichi.

  1. Il primo crocifisso è quello della cattedrale di Padova in cui lo scultore insiste sull'espressione dolorosa del volto. Dopo il mille infatti comincia a diffondersi in Occidente un tipo di raffigurazione del crocifisso in cui Gesù appare morto, con gli occhi chiusi e la testa reclinata verso il basso. Si tratta di una tipologia di origine bizantina che pone l'accento sulla passione, sulle sofferenze patite da Cristo per l'uomo.
  2. Nel crocifisso di Polverara (uno dei tre restaurati), invece, Cristo appare già spirato sulla croce.
  3. Il terzo crocifisso è quello di Chiesanuova, proveniente, però, da altra chiesa al momento sconosciuta. La figura appare più composta e il crudo realismo è in parte riassorbito.
Dettaglio del Crocifisso di Donatello

Crocifisso di Donatello: Umanesimo Cristiano

Con il crocifisso di Donatello siamo in pieno umanesimo cristiano: cambia la raffigurazione dell'uomo e si guarda, nel contempo, alla bellezza e all'armonica compostezza del corpo. La muscolatura, lo scheletro, la posa naturale viene presentata in forma idealizzata. La sofferenza medioevale cede il passo alla pacatezza, alla bellezza spirituale che va oltre l'umanità stessa. Un corpo umano che nella sua perfetta bellezza, allude alla natura divina di Gesù.

Crocifissi rinascimentali e controriformisti

  • Il crocifisso di Santa Maria in Vanzo risale al '500 e mostra un corpo proporzionato ed un volto che esprime serenità e dignità.
  • Con il crocifisso dell'oratorio di San Valentino presso la parrocchia di Santa Tecla a Este dello scultore Francesco Terilli siamo nel '600, a fine rinascimento, allorché il corpo appare con proporzioni asciutte, rilassato e non vi è segno di sofferenza. Il motivo è da ricercarsi nell'avvento della controriforma cattolica che nel riaffermare il culto devozionale ha imposto il culto dell'immagine e il crocifisso negati dal calvinismo di matrice protestante.

Crocifissi barocchi

  • Il sesto crocifisso è del '600 e si trova a S. Gaetano di Padova; realizzato da Agostino Vannini mostra un Cristo vivo con gli occhi aperti rovesciati all'indietro. Il torcersi della figura esprime vitalismo come se il Cristo si staccasse dalla croce per andare verso l'alto (è contenuta l'idea della Resurrezione).
  • L'ultimo crocifisso è firmato e datato. Risale al 1733, scolpito dall'allora ottantenne Giovanni Bonazza, possiamo ammirarlo alla Chiesa di Santa Lucia in Padova.

"La Crocifissione" di Giambattista Piazzetta

L’opera "La Crocifissione" è stata acquistata nel 1905 dallo Stato presso l’antiquario Sebastiano Candrian e destinata alle Gallerie dell’Accademia. L’aspro chiaroscuro e la gamma cromatica ristretta ai colori terrosi essenziali suggeriscono una datazione attorno al 1710, quando lo stile di Piazzetta risente ancora dell’insegnamento del maestro bolognese Giuseppe Maria Crespi. I corpi, modellati da una luce radente proveniente dall’esterno del dipinto, emergono da un cielo cupo e vuoto assumendo pose differenti.

La figura di Cristo, con il torace rivolto verso la fonte luminosa, è allungata e raggiunge la massima tensione in corrispondenza delle estremità degli arti, ma atteggiata in una posa di regale compostezza; i ladroni, fissati a croci prospetticamente scorciate, appaiono invece in forme più rigidamente espressive. L’iconografia del Cristo con le braccia verticali, poco diffusa nella pittura veneta coeva, si riscontra invece nel trecentesco Crocifisso miracoloso di Poveglia, conservato nella chiesa di Santa Maria Assunta a Malamocco dal 1809. Tale modello plastico era di certo familiare a Piazzetta, che realizzerà nel 1723 per la sacrestia della chiesa originaria il dipinto perduto del Miracolo del Crocifisso.

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