Il Sinodo dei Vescovi, fin dalla sua istituzione nel 1965, è stato uno strumento attraverso il quale il Papa e i vescovi svolgono insieme il loro speciale compito di pastori del gregge di Cristo, promuovendo una Chiesa in uno "stato permanente di missione" e rinnovando la sua capacità di dialogare e evangelizzare diversi settori della Chiesa e della società. La Costituzione Apostolica Episcopalis communio di Papa Francesco sottolinea la necessità che il Sinodo diventi sempre più un "canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione".

Contesto storico e evoluzione del modello sinodale in Italia
L'attività sinodale e collettiva dei vescovi italiani ha radici profonde che non si limitano al 1870, ma si rifanno alla lunga storia tridentina e alle dinamiche ecclesiali innescate dal 1848, un vero spartiacque per comprendere le premesse di una relazione di "fraternità" esercitata dai vescovi italiani, sollecitata dalla Santa Sede. I vescovi, più avvezzi alla relazione con le singole congregazioni curiali che con i confratelli della medesima provincia ecclesiastica o dello stato regionale, non videro aumentare la loro consapevolezza di appartenere a una compagine culturale unica con l'unificazione italiana.
Normativa tridentina e la sua inosservanza
Il Concilio di Trento (sess. XXIV, c. 2, de reform., dell’11 novembre 1563) specificava un obbligo annuale per i vescovi di convocare un sinodo diocesano e triennale per il concilio provinciale. Quest'ultimo, presieduto dal metropolitano o dal vescovo più anziano della provincia, era dedicato alla regolazione dei costumi, alla correzione degli abusi, alla composizione delle differenze e alla definizione dei comportamenti permessi. Per i sinodi diocesani, la composizione era estesa a tutti i chierici in cura d'anime e ai chierici secolari. Tuttavia, questa periodicità fu complessivamente disattesa dai vescovi degli antichi Stati italiani a causa di difficoltà organizzative, impegni ordinari di governo e ostacoli frapposti dai poteri politici, che temevano un rafforzamento delle pretese giurisdizionali dei vescovi. Dalla conclusione di Trento alla promulgazione del codice di diritto canonico del 1917, si contano circa 250 concili provinciali per 90 province ecclesiastiche, pari a circa il 2% di quelli che avrebbero dovuto essere convocati. Non si può parlare di una stagione sinodale unica e omogenea, ma piuttosto di fasi alterne e contrastanti. I concili godevano di un vero potere ordinario in materia legislativa, oltre che di un potere amministrativo, giudiziario e coercitivo all'interno della provincia.
Ritorno d'interesse e influenze politiche
Nella seconda metà dell'Ottocento, i concili conobbero un ritorno d'interesse in Francia, con ventuno concili provinciali, e nei paesi di nuova cristianità dipendenti da Propaganda Fide (Asia, Stati Uniti, America Latina, Canada). In Italia, invece, la nascita delle conferenze episcopali regionali ebbe l'effetto di deprimere l'attività conciliare dei vescovi. Nel 1848 prese corpo il progetto di appoggiare le riunioni degli episcopati europei per affrontare la situazione con i governi liberali, come testimoniato dall'invito «Communicate invicem consilia, pergite, ut iam instituistis, coetus habere inter vos». Pio IX, riprendendo l'esperienza di Gregorio XVI, orientò l'ordine del giorno di queste riunioni direttamente da Roma, finalizzandole all'opposizione alle "teorie politiche e sociali elaborate dalla cultura moderna", negando però ogni ruolo di mediazione con i governi liberali. Papa Sarto, eletto nel 1903, rinnovò il progetto di ricristianizzazione della società di Papa Pecci, allontanandosi dall'impostazione leonina e operando una centralizzazione del corpo episcopale per ottenere uniformità in ambito liturgico, catechetico, nella predicazione e negli studi seminariali.
Il ruolo delle Conferenze Episcopali e il Codice del 1917
Nel 1904, i presidenti delle conferenze furono incaricati di raccogliere indicazioni per la modifica del diritto canonico e di avviare il processo di costruzione del codice di diritto canonico. L'anno successivo, le conferenze furono coinvolte nella revisione della formazione dei seminari, fungendo da canale per la raccolta di dati e informazioni utili alla riforma, e da strumento di formazione del consenso. Papa Sarto coinvolse, nel 1909, le Congregazioni concistoriale e del concilio nella supervisione delle deliberazioni collettive dei vescovi. Il codice di diritto canonico del 1917 (canoni 283-291) impose ai vescovi l'obbligo di incontri consultivi di carattere regionale, dedicando ai concili provinciali un'attenzione che non modificò lo stallo complessivo, pur restando essi gli unici strumenti di una pratica sinodale nella Chiesa cattolica, in continuità con l'età antica e in analogia con la Chiesa ortodossa orientale.

Il Sinodo Diocesano 47° della Chiesa Ambrosiana (1993-1994)
Il 4 novembre 1993, solennità del compatrono San Carlo Borromeo, si diede inizio al Sinodo Diocesano 47° della Chiesa Ambrosiana, incentrato sul tema della nuova evangelizzazione. Le sessioni si tennero nel Duomo di Milano o nel salone dell'Istituto gesuita Leone XIII. Parteciparono 647 persone, tra sacerdoti, teologi, vescovi ausiliari, e rappresentanti di associazioni e movimenti, in particolare quelli legati alle dinamiche parrocchiali.
Protagonisti e Visione Pastorale
Durante le sessioni, emersero personalità di fama come don Pierangelo Sequeri e il prof. Cesare Alzati, e altre che avrebbero acquisito importanza successivamente, come mons. Erminio De Scalzi, attuale abate di Sant'Ambrogio, e i futuri vescovi don Carlo Maria Redaelli e don Franco Giulio Brambilla. L'allora arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, fu quasi sempre presente alle sessioni, ascoltando con attenzione gli interventi e prendendo appunti, tenendosi costantemente informato sui lavori dei diversi organismi. Alla sua visione pastorale si ispira la grande enfasi nei testi sinodali sul ministero di lettura e spiegazione della Bibbia, premesso addirittura, nella parte prima ("Ministeri fondamentali", cap. I), alla sezione riguardante l'Eucaristia. Parola ed Eucaristia sono considerati i pilastri su cui fissare l'intera vita ecclesiale dei singoli e delle comunità locali (cap. 2, art. 51, par.).
Risultati e riforme
Il risultato del Sinodo 47° fu un volume di 750 pagine, articolato in diverse sezioni. A differenza del Sinodo 46° del 1966, che passò alla Storia per la conservazione del Rito ambrosiano e la sostituzione del sistema delle pievi con quello delle 7 zone pastorali, il sinodo del 1993-94 doveva essere contrassegnato dal tema della nuova evangelizzazione. Ne emerse un complesso molto articolato, moderatamente riformatore, che amalgamava le intuizioni dei congressi diocesani degli anni '80 (ad esempio, la Caritas in ogni parrocchia), alcune novità (come l'idea delle unità pastorali, prodromo delle future comunità pastorali) e antiche certezze. Il Sinodo 47° confermava l'impostazione tradizionale di centrare sulla parrocchia l'intera pastorale del territorio. Gli uffici diocesani assunsero la forma attuale, diventando interlocutori indispensabili di ogni azione coordinata. La contemporaneità con Tangentopoli (1992-94) stimolò la creazione della scuola diocesana "Date a Cesare" per la formazione di cattolici all'impegno socio-politico. Nacque in Curia un coordinamento delle associazioni, dei movimenti e dei gruppi cattolici per mappare quel mondo e consentire all'arcidiocesi di riprendere saldamente in mano ambiti importantissimi come quello scolastico, con l'apertura di un apposito ufficio per la nomina e il controllo degli insegnanti di religione, auspicato all'art. 593 del sinodo. Le parrocchie e le circoscrizioni territoriali (zone e decanati) furono invitate a stendere un piano pastorale che esprimesse tutta la loro prassi.
MEMORIA DUOMO (NodoLibri, 1993)
Difficoltà nell'applicazione e l'eredità
L'applicazione del Sinodo 47° incontrò degli scogli, come evidenziato dal ritardo nello stilare i piani pastorali. Essa si scontrò con l'isolazionismo di alcuni parroci rispetto alle dinamiche diocesane, accresciuto da un senso di autosufficienza nei confronti dei fermenti del mondo cattolico che intercettavano una situazione del laicato in rapido mutamento. Superare la distanza tra i cattolici "di parrocchia" e coloro che avevano scelto i movimenti rimase un nodo e una sfida per molte comunità. A distanza di vent'anni, il bilancio del Sinodo 47° è ancora da costruire. Molti processi da esso avviati sono ancora in corso, mentre altre iniziative si sono scontrate con il rapido modificarsi delle esigenze. Le parrocchie oggi necessitano di grande elasticità pastorale e le condizioni attuali stanno rivelando quanto diverse norme del Sinodo 47° corrispondessero a situazioni e parametri, sia all'interno che all'esterno del mondo cattolico, ormai del passato. La civiltà parrocchiale, infatti, ha dovuto in molti luoghi fare improvvisamente i conti con una brusca accelerazione dei fenomeni disgregativi della società contemporanea. Riprendere in mano, nel 2013, il Sinodo 47° può essere utile non solo per un confronto con l'oggi, ma anche per recuperare la spinta missionaria che lo ha caratterizzato, a cui spinge con forza lo stesso cardinale Angelo Scola, sottolineando l'importanza di ricercare una comunione d'azione e d'intenti tra le varie realtà che abitano il territorio dell'arcidiocesi. Diverse prescrizioni, come il desiderio di una vera formazione liturgica dei laici, rimangono attuali e richiedono un'applicazione meticolosa.