L'immagine di Gesù crocifisso è un elemento centrale della cultura cristiana e universale, presente ovunque: dalle vette delle montagne alle aule, come ornamento prezioso o di semplice plastica, da opere d'arte a oggetti di discutibile kitsch. Tuttavia, l'iconografia tradizionale spesso edulcora la crudezza storica di questo supplizio. In questo articolo esploreremo la figura di Gesù crocifisso nudo e abbandonato, analizzando le sue implicazioni teologiche, artistiche e storiche, con particolare riferimento agli studi e alle interpretazioni contemporanee.
Il Contesto Storico della Crocifissione
La Crudeltà del Supplizio Romano
La crocifissione era una pena talmente crudele da essere riservata esclusivamente a coloro che non possedevano la cittadinanza romana e si erano macchiati di gravi delitti, come assassini, traditori e falsari. Non poteva essere inflitta ai cittadini romani e in nessun caso alle donne. I condannati erano appesi alla croce totalmente nudi, non come siamo abituati a vederne le immagini. In quella posizione, il corpo subiva ogni sorta di umiliazione fisiologica, dalla perdita delle urine alla defecazione, erezioni e spasmi. La morte giungeva per asfissia dopo lungo tempo e non era un bello spettacolo, ma era la realtà di quel supplizio.
Le modalità di esecuzione, pur potendo variare da regione a regione dell'impero romano, mantenevano la loro sostanza crudele. Il giudice dettava il titulus, la motivazione della sentenza, e indicava le modalità d'esecuzione, compiuta dai carnefici o dai soldati. Nel caso di Gesù, il titolo, "Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum", era scritto in tre lingue: ebraico, greco (la lingua ufficiale e internazionale dell'epoca) e latino (la lingua giudiziale). Non ci sono motivi storici per ritenere, come invece testimonia molta produzione artistica, che la scritta fosse abbreviata nelle iniziali I.N.R.I.
Le Fasi dell'Esecuzione
- Il condannato veniva denudato e legato a un palo o a una colonna, quindi colpito con strumenti diversi a seconda della sua condizione sociale.
- Successivamente, veniva rivestito e condotto al supplizio. Il titulus, appeso al collo o portato da un banditore, informava i passanti sulle generalità del condannato, sul delitto e sulla sentenza.
- I responsabili di efferati delitti erano caricati del patibulum, un palo orizzontale in legno, e legati ad esso (come accadde a Gesù). Se i condannati erano più di uno, venivano legati tra loro con una lunga corda.
- Lungo il cammino, subivano strattoni, oltraggi, maltrattamenti, pungolamenti e ferite per indebolirne la resistenza.
- Giunti sul luogo dell’esecuzione, situato sempre fuori dalle mura cittadine, spesso erano già piantati i pali verticali, gli stipes (di altezza variabile dai 2,30 m ai 5 m), su cui fissare il patibulum.
- Il condannato veniva spogliato e i suoi vestiti diventavano proprietà dei carnefici. Molti Santi Padri della Chiesa, come Atanasio, Ambrogio e Agostino, sostennero un Cristo nudo sul patibolo, colmo dell'infamia e della scellerata punizione toccata a un innocente. Tuttavia, è possibile ipotizzare che, data la tradizionale pudicizia del popolo giudaico, qualche pia donna o la stessa Vergine o un pietoso sconosciuto abbia offerto un lino per coprire la nudità del Redentore.
Cause e Accelerazione della Morte
Con la crocifissione si voleva provocare una morte lenta, dolorosa e terrificante, esemplare per chi ne era testimone. Cicerone la definisce "supplizio il più crudele e il più tetro" e "estremo e sommo supplizio della schiavitù". Bevande drogate (mirra e vino) o miscele d'acqua e aceto servivano a dissetare, tamponare emorragie, far riprendere i sensi, resistere alla sofferenza e mantenere sveglio il crocifisso perché confessasse le sue colpe.
Raramente la morte veniva accelerata, e se ciò accadeva era per motivi d'ordine pubblico, per interventi di amici del condannato o per usanze locali. Si provocava la morte in due modi:
- Con il colpo di lancia al cuore (come fu fatto anche per Gesù).
- Con il crucifragium, cioè la rottura delle gambe, che privava il condannato d'ogni punto d'appoggio, causando il soffocamento per l'iperestensione della cassa toracica.
Altre cause di morte erano il dissanguamento, la febbre vulneraria, gli strazi della fame e, ancora peggio, della sete.
Elementi Strutturali della Croce
Ai tempi di Gesù, la croce usata dai romani per eseguire le sentenze era principalmente di tre tipi. Lo stipes non era un palo completamente liscio e piano: verso la sua metà sporgeva un tozzo e robusto zoccolo chiamato in latino sedile, su cui si appoggiava il condannato. Questo aveva lo scopo di sorreggerne il peso per evitare che questi crollasse a terra, poiché l'inchiodatura nei palmi delle mani non era sufficiente a garantirne il sostentamento. L'esistenza del sedile è confermata dall'espressione "sedere sopra la croce" e da varie allusioni in testi latini, come Seneca: "Hanc (vitam) mihi vel acuta si sedeam cruce sustine".
Artisti cristiani antichi raffigurarono la croce di Gesù con un suppedaneum, su cui poggiano e sono inchiodati i piedi. Infine, la corona di spine è una costante dell'iconografia cristiana di tutti i tempi, anche se la sua effettiva presenza durante la crocifissione è oggetto di dibattito storico.
La Nudità di Cristo: Tra Arte, Teologia e Simbolismo
Il "Cristo Nudo e Crudo" di Alberto Fabio Ambrosio
Un recente studio, "Cristo nudo e crudo", opera del domenicano Alberto Fabio Ambrosio, docente alla School of Religion & Society del Lussemburgo, propone una cristologia "tessile" che esplora la spiritualità del dessaisissement, un raro vocabolo francese che indica uno "spossessarsi", una privazione delle vesti. Questo volume si inserisce in una serie di testi sorprendenti dell'autore, come "Dio tre volte sarto. Moda, Chiesa e Teologia" (Mimesis, 2020), in cui si trasmutava in modo sbarazzino il triplice "Santo, santo, santo" della Messa, eco del canto dei Serafini durante la vocazione di Isaia (6,2).
Ambrosio evidenzia come il primo sarto sia il Creatore stesso, come si legge nella Genesi: "Il Signore Dio fece all’uomo (Adamo) e a sua moglie (Eva) tuniche di pelli e li vestì" (3,21). L'attenzione di Ambrosio si concentra sulla nudità del corpo di Cristo, la cui spoliazione da ogni indumento sulla croce diventa l'occasione per una sequenza di provocazioni spirituali per i suoi discepoli.
L'autore rimanda non solo alla modestia e all'essere "disarmati", ma anche alla kènosis, quello "svuotamento" di sé e della propria gloria che, secondo San Paolo, Cristo ha operato. Questo spogliarsi dal manto dell'orgoglio e dell'ipocrisia, confessando le proprie colpe, fa irrompere la grazia divina che penetra "nello spessore della nostra umanità", irradiandola di luce e rivestendola d'amore. San Francesco, non a caso, manifesta la sua conversione denudandosi in un ritorno alla purezza primigenia del giardino dell'Eden prima della colpa.
Il Re Nudo sulla Croce
Gesù è nudo sulla croce, deriso e abbandonato. Ma è proprio l'essere nudo che mostra definitivamente il suo dono totale e che l'unico vestito che davvero gli appartiene è quello dell'amore. Gesù, re nudo sulla croce, ci invita a spogliarci di potere, ricchezze e ambizioni se tutto questo ci chiude al prossimo.
Il Vangelo di Luca ci trasmette un'immagine di totale ambiguità: la prima sensazione è quella della vittoria di quei capi che Gesù aveva criticato e che adesso lo deridono. La religione ufficiale, quella della gerarchia, pensa di aver chiuso definitivamente questo evento da dimenticare! Ma c'è quella scritta che afferma che quell'uomo è il re dei Giudei: un ossimoro assoluto, una contrapposizione inenarrabile. Siamo abituati a vedere i re seduti su troni e ammantati da vesti sfarzose: "Ecco, quelli che portano vesti sontuose e vivono nel lusso stanno nei palazzi dei re" (Lc 7,25).
Invece, quell'uomo è nudo, il suo abito è di sangue e sudore, maleodorante di urina ed escrementi. In questo stato, sua madre lo riceve tra le braccia, quando, ormai esanime, è calato dalla croce e tutti i protagonisti di questa vicenda si sono dileguati. Su quella croce, c'è un Re che ha vissuto ciò che ha detto da sempre: "Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva" (Lc 17,33); "bisogna rinunciare a sé stessi e prendere la propria croce" (cfr. Lc 9,23); "benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male" (Lc 6,28). "I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve" (Lc 22,25-26).
Gli avevano detto: "Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso", ma Gesù non si lascia provocare dall'inganno dell'egoismo - essere per se stessi -; la sua regalità si manifesta proprio nel farsi dono totale agli altri. La presentazione evangelica di Gesù come re è quella di un re davvero nudo, spogliato di tutto quello che potrebbe richiamare una condizione nobile e di potere. Gesù è un re nudo che in mezzo al popolo viene deriso o ignorato, abbandonato dai suoi amici e discepoli e cacciato fuori dalla città santa dove dovrebbe regnare.
La nudità di Adamo ed Eva era ritenuta un peccato? (fratello Giuseppe)
La Nudità e il Regno dell'Amore
Questo re, deriso e abbandonato, ci ricorda il bambino della fiaba "Il re è nudo!". Lui non vede un re nudo, ma un re vero, con un vero regno. Non vede la nudità del corpo ma il vestito dell'amore con il quale Gesù ha sempre svolto la sua missione. Anzi, è proprio quando si è spogliato dei simboli di potere che Gesù ha mostrato di più la sua condizione divina e la sua regalità. Gesù è un re di un regno che non è fuori dal mondo, ma dentro, perché lui stesso l'ha inaugurato e realizzato. È il regno dell'amore di Dio, il regno che si estende dal cielo fino alla terra e di nuovo al cielo, in Dio.
Il regno di Gesù si è mostrato fin dalla semplicità della sua nascita, fino ad arrivare a radunare i poveri, a mostrare misericordia per tutti coloro che erano esclusi. È un regno che ha nella croce il vertice e non la sua caduta, come vorrebbero indicare la scritta sulla testa e le parole di insulti. Solo lo sguardo di un disgraziato, non si sa come, ma è capace di vedere la realtà delle cose e vede nel Cristo nudo sulla croce, il re dell'universo. Lo sguardo semplice come quello di un bambino, senza paura, vede Gesù e a lui si affida. Gesù non risponde agli insulti ma solo alle parole di fede di quest'uomo, e gli promette subito quello che lui chiede, e cioè di essere ricordato. La parola "ricordare" ha dentro la parola "cuore", che per gli antichi era la sede della memoria. Ci siamo tutti noi in quest'uomo che chiede di essere ricordato da Gesù re dell'universo, di essere portato al suo cuore. Il cuore di Gesù dalla memoria infinita porta anche noi, con le nostre piccolezze e povertà.
Sessualità e Sacralità nell'Arte Cristiana
Il Corpo di Gesù come Simbolo Teologico
Il corpo umano, anche nelle sue caratteristiche percepite come più turpi o blasfeme, anche nelle sue parti private, può diventare simbolo delle cose più sacre ed elevate, rivelando un rapporto non conflittuale tra immaginario religioso e sessuale. Che Gesù sia vero uomo, su questo sono d'accordo tutti, oggi. Gesù è un esemplare maschio di Homo Sapiens, e in quanto tale aveva un vero corpo, materiale, fisico. I cristiani, contrariamente agli ebrei, si permettono un ampio uso dell'arte figurativa proprio in virtù della loro fede nell'incarnazione, nella piena corporeità di Gesù.
Il cristiano crede anche che tutto, nella vita di Gesù, sia mistero, ovvero qualcosa di noto in modo simbolico. Tutta la vita di Gesù, in ogni suo gesto, mostra qualcosa di Dio. E anche il suo corpo si carica così di infiniti valori simbolici. Come umano maschio, si può supporre che Gesù avesse dei genitali maschili normalmente formati. E nei vangeli vi sono almeno due frangenti in cui Gesù si mostra in pubblico completamente nudo: al battesimo e alla crocifissione.
L'artista che deve rappresentare tali scene si trova davanti a due problemi: se accettare o meno questa nudità e, se l'accetta, in che modo debba rendere il corpo di Gesù per comunicare il suo giusto valore simbolico e teologico. Ciò, storicamente, ha significato anche dover prendere certe scelte in merito a un dettaglio dei suoi genitali.
La Rappresentazione del "Santo Prepuzio"
La più famosa rappresentazione di un Gesù nudo è probabilmente il Battesimo di Gesù e dei dodici apostoli, grande mosaico che riempie la cupola del Battistero degli Ariani di Ravenna. Le crocifissioni che ci presentano un Gesù nudo sono invece molto più rare. L'arte cristiana inizia a rappresentare la crocifissione non prima del IV-V secolo, momento in cui si inizia a favorire un Gesù barbuto, più vicino all'iconografia di Zeus che di Apollo. Col tempo, diventa comune l'autocensura, aggiungendo veli per nascondere i genitali o rappresentando i personaggi direttamente vestiti, anche nei casi in cui non dovrebbero esserlo. Uno dei pochi crocifissi nudi è il Crocifisso di Santo Spirito di Michelangelo.
In quasi tutte le rappresentazioni di Gesù si nota un particolare curioso. Gesù, in quanto ebreo, era sicuramente circonciso. Questo tutti lo sapevano: non solo vi erano abbondanti rappresentazioni artistiche dell'evento, ma era anche festa di precetto sin dal IV secolo, vi erano decine di diverse reliquie che pretendevano di essere il Santo Prepuzio di Gesù, e i teologi offrivano le loro riflessioni analizzando la circoncisione di Gesù come un primo spargimento di sangue che anticipa le ferite della passione. Eppure, quasi nessuna rappresentazione di Gesù, né adulto né bambino, né antica né moderna, lo raffigura con i genitali circoncisi.
Questo è un esempio di come il corpo di Gesù, anche in certi suoi particolari, possa diventare un simbolo teologico. Rappresentare un Gesù circonciso significava sottolinearne in modo eccessivo l'ebraicità, cosa che poteva addirittura dare problemi con le autorità del tempo. Il corpo, poi, era riconosciuto come immagine di Dio, e si può ipotizzare che mutilarne una sua parte, per quanto comandato da Dio stesso, fosse ormai visto come una distruzione dell'opera divina. Era quindi impossibile rappresentare il corpo di Gesù, che deve manifestare pienamente Dio, come circonciso. Il tutto, infine, è stato probabilmente esasperato anche dal clima antisemita dell'epoca. E così, questo prepuzio, miracolosamente ricresciuto, non limitandosi a essere una scelta estetica, diventa segno di un corpo che manifesta l'opera di Dio ancora incorrotta.

Il Problema dell'Adamo Evirato nelle Visioni di Don Guido Bortoluzzi
Mentre le rappresentazioni di un Gesù adulto nudo sono piuttosto rare, ben più comuni sono quelle di Adamo. La sua nudità è inevitabile: la Genesi afferma che "erano ambedue nudi, l'uomo e la sua donna, ma non ne sentivano mutua vergogna" (Gn 2, 25), e che solo dopo il peccato "conobbero che essi erano nudi, perciò cucirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture" (Gn 3, 7). I genitali di Adamo, poi, non pongono grossi problemi in merito all'ebraicità: la sua storia è infatti ambientata ben prima dell'istituzione della circoncisione rituale. Eppure, neanche i genitali di Adamo sfuggono allo scrutinio teologico, anzi sono di forte e pruriginoso interesse.
La Torah afferma infatti che Eva è tratta dalla "tsela" di Adamo. Questo termine è correttamente tradotto come fianco: la donna è tratta non dalla testa perché dòmini, non dai piedi perché sia sottomessa, ma dal fianco perché sia pari all'uomo. Il termine però si può anche tradurre come costola, da cui una famosa interpretazione popolare, e anche la leggenda per la quale gli uomini avrebbero una costola in meno. Si doveva sapere, invece, che c'era un'altra cosa che gli manca. Una cosa che è presente in moltissimi mammiferi inclusi quasi tutti i primati, ma non nell'uomo. Mi sto riferendo all'osso penico, un osso situato nell'uretra che garantisce una sovrumana rigidità all'organo maschile. Al che qualcuno si è detto: vuoi vedere che questa costola non era proprio una costola, ma un altro osso…?
Questa originale lettura e la derivante fame teologica di andare a controllare lo stato dei genitali altrui doveva essere nota anche a un mistico minore del Novecento, don Guido Bortoluzzi, il quale raccontava di avere una serie di visioni nella sua canonica: Dio stesso proietta sulle pareti delle specie di filmati per rivelargli le origini dell'umanità. Bortoluzzi credeva infatti che il primo peccato fosse in realtà un'ibridazione biologica. La descrizione dei genitali del personaggio è una difesa apologetica della sua visione.
Il Tema dell'Ostentatio Genitalium
In generale, l'arte medievale cercava di sminuire la sessualità di Gesù, tanto da rappresentarlo tutto intabarrato anche durante la circoncisione. Similmente l'arte rinascimentale, pur accettando delle rappresentazioni di nudo, cercava di essere molto discreta, rispettando i canoni classici che prevedevano per gli eroi sempre genitali di modeste dimensioni. Alcuni artisti, però, hanno avuto l'ardore di sfidare questi canoni, dedicandosi alla rappresentazione del corpo di Gesù esaltandone, a volte addirittura in modo grottesco, la mascolinità. Si parla della Ostentatio Genitalium, la rappresentazione di Gesù con una vistosa e poderosa erezione.
Oggi queste scene ci appaiono come molto strane, se non addirittura blasfeme. Invece, vari religiosi che si sono dedicati all'analisi del tema, sia oggi che in passato, le hanno accettate come ortodosse. Le motivazioni profonde dietro una così sconcertante scelta artistica, però, rimangono abbastanza misteriose:
- Una prima ipotesi è legata al naturalismo. Capita, infatti, dopo le esecuzioni capitali, che la pressione esercitata sul cervelletto risulti in priapismo, un'erezione post-mortem. È possibile che gli artisti dell'epoca fossero a conoscenza di questo fenomeno e quindi, pensando di rispettare la realtà storica, abbiano voluto rappresentare un'erezione a seguito della crocifissione. Ciò però non spiega perché l'Ostentatio Genitalium preveda anche rappresentazioni di Gesù ancora vivo, durante la passione.
- Una seconda ipotesi è legata all'umiliazione che Gesù doveva subire: si riteneva che la rappresentazione esplicita dei genitali di Gesù sottolineasse l'umanità e quindi la realtà dell'incarnazione, che è già di suo umiliazione.
- Una terza possibilità, strettamente teologica, è che l'erezione dovesse mostrare il potere vitale che il Cristo mantiene anche dopo la sua morte, tanto da costituire un vero e proprio foreshadowing visivo della sua resurrezione, nonché della sua "fertilità" tramite la Chiesa che avrebbe continuato la sua opera. L'erezione come simbolo della risurrezione e della Chiesa: così intuitivo eppure così radicale nello sforzo di reinterpretare in senso sacrale l'immagine in assoluto più fortemente connotata dal punto di vista sessuale.

Gesù Intersex: Il Tema della Vagina Christi
Sorprendentemente, si passa dai genitali maschili a quelli femminili, ma il personaggio non cambia: è sempre Gesù. La natura maschile di Gesù fa sorgere nei fedeli alcune domande: ma se è Dio, e Dio non ha sesso, perché si è presentato come un uomo? Già nel mosaico di Ravenna abbiamo visto un Gesù il cui corpo inizia a esprimere delle caratteristiche anche femminili, com'è in generale anche nell'arte bizantina: i fianchi vanno allargandosi, il ventre diventa tondo, iniziano addirittura a vedersi delle mammelle… L'immagine più eloquente si ha nel dipinto The Lamentation around the remains of Christ conservato al Museum of Notre-Dame à la Rose, nel quale Gesù è rappresentato con un abbondante seno femminile, in topless.
Ma alcune opere vanno ancora oltre. Infatti, persino più radicale è il tema della Vagina Christi. Tale termine indica la ferita del costato di Cristo, la quale però viene rappresentata in modo tale da donare a Gesù anche dei genitali femminili. Nasce così, in pieno Medioevo, il Gesù intersex. Come infatti un bambino esce dal condotto vaginale tra acqua e sangue, così dalla ferita del costato di Cristo, tra acqua e sangue, nasce la Chiesa.
Come nel caso della Ostentatio Genitalium, anche qui vale la pena farsi qualche domanda sul significato teologico della rappresentazione. È possibile ipotizzare un collegamento con l'idea di Gesù come nuovo Adamo (cfr. Rm 5). Era infatti nota l'interpretazione per la quale Adamo, prima della creazione di Eva, avesse in sé entrambi i princìpi, sia maschile che femminile, e cioè che fosse un ermafrodita: si trattava infatti di un'immagine classica per l'uomo primitivo, presente anche nei miti pagani. Al che, se Cristo è il nuovo Adamo, ma da lui non è stata tratta alcuna donna, anche lui deve in qualche modo avere in sé entrambi i princìpi, e non solo il principio maschile. Sempre Paolo, poi, sottolinea come tutte le cose siano ricapitolate in Cristo (vedi Ef. 1), quindi tutti gli uomini, ma anche tutte le donne. Infine, se Gesù è Dio incarnato, manifesterà adeguatamente i vari aspetti di questo Dio, il quale non è solo Padre ma anche Madre (cfr. Is 49), e ha in sé la sua Ruach che è grammaticalmente femminile.
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