Gesù con le braccia aperte: Simbolismo e Iconografia nell'Arte Cristiana

L'immagine di Gesù con le braccia aperte è un simbolo potente e stratificato nel cristianesimo, evocando accoglienza, perdono e il dono supremo dell'amore. Questa raffigurazione ha radici profonde nella teologia e si è evoluta attraverso secoli di arte cristiana, assumendo diverse forme e significati.

Il Profondo Significato delle Braccia Distese di Gesù

La croce è storicamente uno strumento di morte e di oppressione, ma, nel contemplare il Crocifisso, scopriamo che l’amore è più forte della violenza e dell’odio. Nel Crocifisso noi vediamo il dono dell’amore come risposta all’odio degli uomini. È questa l’immagine potente evocata dalle braccia distese di Gesù, con le mani aperte e trafitte dai chiodi.

Le braccia sono distese per ricevere, le mani sono aperte per donare. Le braccia distese vogliono accogliere il peccato degli uomini, mentre le mani sono aperte per donare senza misura il perdono. Il Crocifisso rende concreto ciò che Gesù stesso aveva insegnato a Pietro: perdonare all’infinito, fino a «settanta volte sette» (Mt 18, 22).

Nelle mani trafitte si compendia anche il dono dell’Eucaristia, con le parole «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». L’Eucaristia ci riunisce come Chiesa, popolo redento dal Signore, convocato per celebrare la Pasqua. Contempliamo con riconoscenza il mistero che si compie sull’altare della croce, su cui Cristo offre sé stesso per noi.

Come il re Davide, anche noi - davanti alle braccia distese e alle mani aperte di Gesù - alziamo le braccia e imploriamo: «Signore, a te grido, accorri in mio aiuto; porgi l’orecchio alla mia voce quando t’invoco. […] Non piegare il mio cuore al male, a compiere azioni criminose con i malfattori». E se davanti al mistero del Crocifisso ci sentiamo debitori o ingrati o impotenti, facciamo nostre le parole di san Guido Maria Conforti: «Il Crocifisso è il gran libro sul quale si sono formati i santi e sul quale noi pure dobbiamo formarci. Tutti gli insegnamenti contenuti nel Vangelo sono compendiati nel Crocifisso. Esso ci parla con una eloquenza che non ha l’eguale: con l’eloquenza del sangue».

Gesù crocifisso con braccia aperte, simbolo di accoglienza e perdono

L'Evoluzione Iconografica di Gesù nell'Arte Cristiana

Le Prime Rappresentazioni: Aniconismo e il Buon Pastore

La prima arte cristiana, quella delle catacombe, fu interessata solo per breve tempo dal problema dell’aniconismo, ossia del divieto ebraico a rappresentare Dio in forma umana. Il Dio degli ebrei era puro spirito, ma Cristo era Dio incarnato, un vero uomo che aveva vissuto e sofferto il supplizio della croce “vincendo” poi la morte grazie alla sua natura divina. «Il Dio invisibile si è fatto visibile in Cristo», afferma san Paolo nella sua Lettera ai Colossesi (1, 15).

La prima raffigurazione di Gesù in forma umana, sia pure di natura ancora simbolica, fu quella del Buon Pastore, un semplice ragazzo che porta una pecora (talvolta un agnello) sulle spalle, abbigliato con una veste corta e i calzari, talvolta con il flauto di Pan in mano. La sua immagine è legata alla parabola del Buon Pastore e della pecorella smarrita (allegoria del Cristo che va incontro al peccatore pentito). Questo motivo iconografico è molto importante nella storia dell’arte cristiana, perché è la prima volta in cui Gesù viene presentato in carne ed ossa e non attraverso il ricorso a simboli animali o vegetali.

Pittura murale del Buon Pastore dalle Catacombe di Commodilla, IV sec.

Assai famosa è l’immagine del Buon Pastore scolpita tra la fine del III e i primi anni del IV secolo, un tempo parte di un sarcofago e oggi nei Musei Vaticani. Nel Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna, Cristo è raffigurato come Buon Pastore, circondato dalle sue pecore. Un esempio notevole è la scultura in marmo del Buon Pastore (fine III-inizio IV sec. d.C., altezza 92 cm) e il mosaico di Cristo come Buon Pastore (prima metà del V sec.).

Dal Cristo Imberbe al Cristo Barbato

I Vangeli e le altre fonti non ci hanno tramandato un ritratto di Gesù, né precise indicazioni sul suo aspetto fisico. Così, quando comparvero le prime esplicite rappresentazioni del Cristo come maestro, ossia del Cristo-docente seduto tra gli apostoli, o che compie i miracoli, gli artisti scelsero di mantenere l’iconografia classica del giovane senza barba, ispirata all’ideale greco della bellezza, come si vede nel dipinto murale Cristo insegna tra gli apostoli (IV sec.).

Pittura murale del Cristo insegna tra gli apostoli, IV secolo

Questa particolare iconografia di Gesù non ebbe grande successo se non nei primi secoli del Cristianesimo, perché venne presto soppiantata da quella di Cristo con la barba. Tuttavia, non tramontò mai del tutto. È, per esempio, imberbe il Cristo che divide le pecore dai capretti nella Basilica di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna (500-526 ca.), così come il Cristo Cosmocratore della Chiesa di San Vitale, sempre a Ravenna (prima metà del VI secolo). È imberbe anche il Cristo in gloria dall’Altare del Duca Ratchis (734-744, pietra d’Istria, 1,44 x 0,90 m), opera longobarda dell’VIII secolo.

Mosaico del Cristo Cosmocratore dalla Chiesa di San Vitale, Ravenna, VI secolo

Sul finire del II secolo e agli inizi del secolo successivo, si diffuse l’immagine, senza dubbio più autorevole, del cosiddetto Cristo barbato (cioè con la barba), vestito con un lungo abito talare. Questo particolare modo di rappresentare Gesù, detto anche del Cristo filosofo, fu certamente desunto dall’iconografia pagana del filosofo attorniato dai suoi discepoli; era considerato anche più rispondente al suo possibile aspetto fisico reale, come mostra la pittura murale di Cristo re (IV sec.).

Nella seconda metà del IV secolo, quando durante il regno di Teodosio la religione cristiana divenne ufficiale, e in una sostanziale identificazione con l’immagine imperiale, Gesù è sempre rappresentato in questa forma, seduto o in piedi, ma sempre in posizione perfettamente frontale, a rendere evidente il suo status non solo divino ma di imperatore dell’Universo, come nel mosaico di Cristo in trono (fine IV sec.).

Le Icone Bizantine e il Cristo Pantocratore

In età bizantina si affermò il genere pittorico dell’icona (dal greco èikon, ‘immagine’), un tipo di raffigurazione sacra dipinta su legno, a volte arricchita con lamine d’oro, argento o altro metallo o decorata con pietre preziose e smalti. Le icone rappresentano prevalentemente figure sacre, come il Cristo benedicente e la Vergine con Gesù Bambino in braccio.

Il volto di Cristo, ad esempio, è affiancato dalle lettere IC Σ XC Σ (forma greca abbreviata di “Gesù Cristo”) o dalle lettere O Ω N (“colui che è”) o dalle scritte “onnipotente”, “datore di vita”. Sin dal VI secolo, le caratteristiche somatiche del Cristo divennero molto specifiche e determinate: volto ovale, lunghi capelli sciolti, naso sottile, barba scura. Un esempio è l'Icona del Cristo benedicente (VI sec., encausto su tavola, 84,5 x 44,3 cm).

Icona del Cristo benedicente, VI secolo

Nelle icone e nelle raffigurazioni che da queste derivano, Gesù presenta specifici attributi iconografici. La sua aureola, inizialmente liscia come quella di tutti gli altri santi, diventa fin dall’VIII secolo crociata, e questo al fine di identificarlo senza possibilità di errore.

La Simbologia dei Colori

Una tipica iconografia romanica di Gesù è quella del cosiddetto Cristo Pantocratore, che in greco vuol dire, letteralmente, ‘signore di ogni cosa, onnipotente’. Normalmente presente nei catini absidali delle chiese, o al centro delle cupole, il Cristo Pantocratore si presenta a mezzo busto, con le braccia aperte, un libro nella mano sinistra e la destra benedicente. Gesù è vestito di rosso e di blu, i suoi colori simbolici, e solitamente è immerso nel fondo oro che simboleggia la luce divina, come nel Mosaico absidale del Cristo Pantocratore (1180-90).

Mosaico absidale del Cristo Pantocratore, Cefalù, XII secolo

Nella tradizione bizantina orientale, a differenza che in quella occidentale, il rosso, che è un colore regale, indica la natura divina di Gesù: simboleggia la sua gloria, la luce increata, il fuoco dello Spirito. Il blu, invece, simboleggia la sua natura umana, il mistero della carne assunta, essendo il colore del mondo creato (l’acqua, il cielo visibile o “cielo basso”) e quindi dell’esperienza sensibile. In Europa la simbologia è invertita, anche quando l’immagine è palesemente derivata dall’iconografia bizantina. Quindi, in questo caso: rosso, colore del sangue = natura umana, blu, colore del cielo = natura divina.

La Sacra Sindone: Un'Immagine Acheropita

La Sacra Sindone, conservata a Torino nella Cappella della Sacra Sindone, è una delle cosiddette immagini “acheropite”, che in greco significa ‘non fatte da mano umana’, perché ritenute create miracolosamente: esse sono la vera immagine del Sacro Volto, la “vera icona”.

Secondo la tradizione e le fonti letterarie, l’acheropita più autorevole e importante era il Mandylion (‘fazzoletto’, in siriaco) prima conservato a Edessa (attuale Urf, in Turchia), poi venerato a Costantinopoli e infine trafugato durante la quarta crociata del XIII secolo.

Negativo fotografico del Volto dell'Uomo della Sindone, Torino

Intorno alla Sindone si consuma, da anni, un acceso dibattito tra studiosi: secondo alcuni, il telo funebre che recherebbe l’impronta del corpo di Cristo deposto dalla croce è un falso medievale (risale infatti solo al 1353 la prima e sicura testimonianza storica). La Chiesa cattolica, d’altro canto, ha scelto di non esprimersi ufficialmente sulla questione dell’autenticità.

La Rappresentazione della Crocifissione

Fra il IV e il V secolo comparvero le prime raffigurazioni del Crocifisso, che sarebbe diventato il soggetto più importante di tutta l’iconografia cristiana. La più antica rappresentazione di Cristo crocifisso giunta fino a noi è quella scolpita nella Porta lignea della Basilica di Santa Sabina a Roma, intagliata in legno di cipresso nel secondo quarto del V secolo. Gesù è nella posizione del crocifisso, con le braccia aperte, ma non compare la croce, o perlomeno è coperta dal suo corpo, sicché il Messia sembra inchiodato direttamente alle mura cittadine che compaiono sullo sfondo.

Raffigurazione della Crocifissione dalla Porta lignea della Basilica di Santa Sabina, 425-450 d.C.

Nella Chiesa di Santa Maria Antiqua a Roma, un affresco della metà dell’VIII secolo mostra il Cristo crocifisso frontale e interamente vestito, raffigurato vivo al centro del riquadro (741-752).

Nei crocifissi del XII secolo, Cristo è mostrato in posa rigida e frontale, eretto e ancora vivo, con i piedi affiancati e gli occhi ben aperti, secondo l’iconografia del Christus Triumphans, cioè trionfante sulla morte. Esempi includono il Crocifisso di Maestro Guglielmo (1138, tempera su tavola, 3 x 2,1 m).

Crocifisso di Maestro Guglielmo, 1138

La curvatura del corpo di Cristo, spesso accentuata, comportò la sparizione delle scene della Passione e il trasferimento delle figure di Maria e Giovanni, a mezzo busto, nei due capicroce, come si osserva nel Crocifisso di Santa Maria degli Angeli di Giunta Pisano (1230-1240, tempera e oro su tavola) o nel Crocifisso di San Domenico di Cimabue (1270 ca., tempera su tavola, 3,41 x 2,64 m) e nel Crocifisso di Santa Maria Novella di Giotto (1290-95 ca., tempera su tavola, 5,78 x 4,06 m).

Crocifisso di Giunta Pisano, 1230-1240

Per questo motivo, le immagini sacre dovevano essere chiare e ben visibili: esse costituivano la Biblia pauperum, la Bibbia dei poveri. Le cosiddette Storie di Cristo si dividevano in Storie dell’Infanzia di Cristo, Storie della vita di Cristo e Storie della Passione. Tra le rappresentazioni famose troviamo la Madonna con bambino (III sec., pittura murale), l'Adorazione dei Magi (III sec., pittura murale), la Natività di Giotto (1303-5, affresco, 2 x 1,85 m), la Guarigione dell’emorroissa (III sec.), la Resurrezione di Lazzaro di Giotto (1303-05, affresco, 200 x 185 cm), la Crocifissione di Giotto (1303-05, affresco, 200 x 185 cm) e La pesca miracolosa (1180-90, mosaico absidale).

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