Trattato di architettura (1461-64) di A. Averlino, il Gagini fu associato dal Vasari a un presunto alunnato presso Filippo Brunelleschi. Sebbene l'apprendistato diretto a Firenze non sia definibile in termini certi a causa della mancanza di fonti documentarie, è indubbio che il maestro assorbì precocemente i canoni del classicismo fiorentino, mediandoli con la sensibilità decorativa della sua terra d'origine, la Lombardia.

Il primo incarico documentato risale al 1448 a Genova, dove fu impegnato nella costruzione e decorazione della cappella di S. Giovanni Battista in duomo. Questo lavoro, realizzato inizialmente con Giovanni Gaggini e successivamente con il nipote Elia, rivela già la capacità di Gagini di fondere la semplicità delle linee brunelleschiane con una fastosa decorazione di matrice lombarda.

L’attività nel Sud Italia e il trasferimento a Palermo

Dopo un'importante esperienza napoletana, dove figura tra gli scultori impegnati nella costruzione dell'Arco di trionfo di Alfonso d'Aragona in Castelnuovo, il Gagini approdò a Palermo intorno al 1460. La morte di Alfonso il Magnanimo e la conseguente diaspora degli artisti attivi alla corte aragonese favorirono il suo insediamento in Sicilia, dove trovò un ambiente pronto a recepire una concezione moderna dell'arte.

A Palermo, Domenico aprì una bottega di successo, diventando il protagonista di una rivoluzione nei monumenti funebri. Un esempio emblematico è il Monumento Speciale nella chiesa di S. Francesco d’Assisi (1463), dove lo scultore, ispirandosi ai modelli di Donatello e Michelozzo, seppe infondere nel marmo un nuovo equilibrio plastico, pur mantenendo una forte espressività emotiva.

Dettaglio fotografico del monumento funerario di Nicolò Antonio Speciale.

L'organizzazione della bottega e le commissioni

Con il passare degli anni, l'attività del Gagini divenne una vera e propria impresa. Per far fronte all'alto numero di commissioni — che spaziavano dai rilievi devozionali alle grandi macchine d'altare — Domenico si avvalse di numerosi aiuti e collaboratori, tra cui il figlio Giovanni (Giovannello). Questo metodo produttivo consentiva ai committenti di scegliere tra statue già abbozzate, che il maestro si impegnava poi a rifinire personalmente.

Tra le opere più significative di questo periodo si annoverano:

L’evoluzione: da Domenico ad Antonello Gagini

Se Domenico fu l'innovatore che traghettò la scultura siciliana verso il Rinascimento, il figlio Antonello seppe sviluppare questo lascito con un linguaggio autonomo e raffinato. A differenza della produzione più lineare del padre, Antonello — autore, tra le altre cose, della celebre tribuna della Cattedrale di Palermo e di cornici marmoree per i dipinti di Raffaello (come quella realizzata per lo Spasimo) — seppe coniugare la tradizione familiare con influenze pittoriche contemporanee.

È proprio in questo ambito produttivo, caratterizzato da una serialità qualitativa, che si inseriscono opere come i frammenti scultorei raffiguranti apostoli, spesso destinati a decorare la parte alta di altari o edicole marmoree, come quella presente a Caltavuturo nella chiesa della Badia, legata alla tradizione dei marmorari attivi nel territorio sotto l'influenza della bottega gaginiana.

Documentario sulla tecnica di scultura del marmo nella bottega dei Gagini.Approfondimento sulla vita e le opere di Domenico Gagini in Sicilia: dalla bottega palermitana ai capolavori rinascimentali che hanno ridefinito la scultura dell'isola.Domenico Gagini, scultura rinascimentale, bottega Gagini, Palermo, arte siciliana, Antonello Gagini, monumenti funebri, marmo, S. Francesco d'Assisi, storia dell'arte.">

Domenico Gagini e l'Eredità della Scultura Rinascimentale in Sicilia

Tra gli scultori più importanti che hanno caratterizzato l’arte rinascimentale in Sicilia vi sono i Gagini, una famiglia originaria di Bissone, sul lago di Lugano, attiva a Genova e in Sicilia dalla seconda metà del XV secolo al XVI secolo. Il capostipite della famiglia è Domenico Gagini, una figura chiave nel passaggio dalla scultura tardogotica a quella rinascimentale nell'isola.

Origini e Formazione di Domenico Gagini

Figlio di Pietro, Domenico nacque a Bissone, nel Canton Ticino, nel terzo decennio del XV secolo. Viene comunemente identificato con il "Domenico dal lago di Logano" citato nel Trattato di architettura (1461-64) di Antonio Averlino, detto il Filarete. Il Vasari, nell'edizione del 1568 delle Vite, citando erroneamente il Trattato, affiancò a Gagini nell'alunnato presso Filippo Brunelleschi anche un "Geremia da Cremona" e uno "schiavone", identificato dal Rolfs con Francesco Laurana. Secondo il Kruft, da questo errore iniziale sarebbe discesa la notizia priva di fondamento secondo cui Laurana e Gagini furono attivi insieme nel 1448 nel duomo di Genova.

Il supposto apprendistato presso il Brunelleschi a Firenze non è definibile in termini esatti in mancanza di fonti documentarie, pertanto non si sa con certezza se Gagini lavorò con il maestro ai cantieri di San Lorenzo e della cappella dei Pazzi o se gli fu accanto già prima del 1440. È certo che la sua poetica originale si definì attraverso l'elaborazione delle due sue scuole di provenienza, mostrando una grande personalità artistica.

Le Prime Opere tra Genova e Napoli

Dopo importanti esperienze formative, Domenico Gagini si spostò dal Ticino verso altre importanti città italiane.

Attività a Genova

Il primo incarico documentato di Gagini è la costruzione e la decorazione della cappella di San Giovanni Battista nel duomo di Genova. Dal contratto di allocazione, Gagini, definito "magister intaliator marmororum", risulta l'ideatore del primo progetto, affiancato da Giovanni Gaggini. I lavori durarono probabilmente dall'estate del 1448 all'inverno 1456-57. Il progetto originario, che prevedeva la costruzione di un baldacchino a parete vicino all'altare maggiore, venne accantonato per una più opportuna collocazione della cappella nella navata sinistra, dove si trova oggi. Nella seconda fase dell'opera, Gagini si avvalse della collaborazione del nipote, Elia Gaggini. La facciata della cappella, pur ricordando la cappella dei Pazzi del Brunelleschi, arricchisce la semplicità delle linee fiorentine con la fastosa decorazione derivante dall'origine lombarda dell'artista.

Presso l'Archivio di Stato di Genova si conservano documenti del 1455 e del 1457 che attestano altre attività di Gagini nella città ligure: un contratto per la realizzazione di una "troyna" con colonne tortili a San Girolamo del Roso e un pagamento a saldo per un'opera, costata 150 libre genovesi, che si è ipotizzato potesse essere la cappella di San Giovanni Battista nel duomo, sebbene manchino prove certe.

Impegno a Napoli

Lasciata Genova, Gagini si spostò verso il Sud della penisola. In un documento, datato 31 gennaio 1458 e oggi perduto, Gagini figura tra gli scultori impegnati nella costruzione dell'Arco di trionfo di Alfonso d'Aragona in Castelnuovo, lavoro poi interrotto nel 1458 per la morte di Alfonso il Magnanimo. In quest'opera collaborò con Isaia da Pisa, Antonio di Chelino, Paolo da Milano, Francesco Laurana e Paolo Romano. L'umanista e cancelliere della Repubblica di Genova Giacomo Bracelli, in stretti rapporti con Alfonso V d'Aragona, fu forse il tramite con la corte aragonese.

Secondo altri studiosi, Gagini non si recò a Napoli per lavorare all'arco principale, ma fu chiamato, sempre tramite il Bracelli, per eseguire interventi di minore importanza. Tra questi, spicca il perduto, ma documentato, portale della sala dei Baroni di Castelnuovo, che presentava caratteristiche tipiche della scultura quattrocentesca genovese, tali da consentire l'attribuzione a Gagini. L'ipotesi di un suo arrivo antecedente all'inizio dei lavori per l'arco può essere avvalorata dalla presenza di stilemi riferibili alla cultura genovese quattrocentesca - ma anche a influenze composite, che spaziano dal tardogotico lombardo alle forme protorinascimentali fiorentine - in alcune opere napoletane minori, come una nicchia nell'ex sacrestia della cappella di Santa Barbara a Castelnuovo e una Madonna conservata a Capodimonte, attribuite da una parte della critica a Gagini. La partecipazione di Gagini nella realizzazione della grandiosa opera di Castelnuovo è riconosciuta quasi unanimemente dalla critica nella sola figura della Temperanza, tra quelle che compongono il gruppo delle Virtù, e forse nel gruppo di trombettieri presente nel fregio.

Mappa del percorso artistico di Domenico Gagini: Ticino, Genova, Napoli, Palermo

L'Arrivo in Sicilia e l'Impatto sull'Arte Locale

La diaspora degli scultori attivi nell'impresa napoletana condusse Domenico Gagini a Palermo nel 1459, un anno dopo la morte di Alfonso il Magnanimo. Il sovrano aveva "radunati nei quindici anni del suo regno nella Corte di Napoli artisti, poeti e letterati". La sua morte generò una vera e propria diaspora che portò Gagini in Sicilia, dove trovò un'intensa domanda artistica. L'artista rivoluzionò il concetto di monumento funebre in Sicilia, guardando al classicismo fiorentino di Donatello e Michelozzo e attingendo al modello di sepolcro monumentale di Bernardo Rossellino. Gagini assunse una concezione moderna dell'arte, di cui fu uno degli interpreti più innovativi, contrastando la staticità culturale e artistica che aveva precedentemente caratterizzato l'isola.

Il primo lavoro documentato di Gagini nella città siciliana fu il restauro di alcuni mosaici della Cappella Palatina, che eseguì nel 1460 e nel 1462, ricevendo pagamenti ancora nel 1472. Al suo intervento si deve anche la presenza della cupola brunelleschiana di San.

Il Monumento Sepolcrale Speciale

Nel 1463, Pietro Speciale, signore di Alcamo e Calatafimi e maestro razionale del Regno di Sicilia, affidò a Gagini la costruzione di un monumento sepolcrale nella cappella di famiglia, situata nella tribuna maggiore della chiesa di San Francesco d'Assisi a Palermo. Il contratto prevedeva la realizzazione di due busti, del committente e del figlio Nicolò Antonio (prematuramente scomparso), e un sarcofago con un coperchio di un solo pezzo recante la figura di quest'ultimo, sul quale doveva insistere un arco marmoreo. Il prezzo pattuito era di 100 once d'oro, e Gagini aveva un anno di tempo per realizzare l'opera, scegliendo e acquistando i marmi a Pisa.

Del Monumento Speciale, già disperso alla fine del Cinquecento a causa di nuovi lavori nella tribuna della chiesa, sopravvive oggi la parte superiore del sarcofago con la figura giacente di Nicolò Antonio, ritrovata nel 1948 e collocata in fondo alla navata sinistra della chiesa. Con quest'opera, lo scultore lombardo dimostrò di aver raggiunto alta consapevolezza e perizia nell'arte del modellare, e soprattutto di essere il vero artefice del grande passaggio della scultura siciliana dal tardogotico al Rinascimento.

Non tutta la critica riconosce nel giovane giacente la mano di Gagini. Dopo il 1952, seguì un lungo e ancora irrisolto conflitto attributivo, che vide Bottari e Patera assegnare il Sarcofago Speciale a Francesco Laurana. Quest'ultimo fu attivo nel 1468 in San Francesco d'Assisi nella cappella Mastrantonio. Tuttavia, Meli, Negri Arnoldi e Bernini sottolineano l'alto valore della presenza di Gagini in Sicilia, in coincidenza con il recepimento da parte della cultura locale di una concezione moderna dell'arte.

Da identificarsi probabilmente con quello del committente previsto dal progetto del Monumento Speciale, è il busto, già a palazzo Speciale e conservato oggi in palazzo Mirto, a Palermo. L'iscrizione che lo accompagnava a palazzo Speciale, dove fu collocato forse perché mai inserito nel contesto originario, lo data al 1469. Mentre per il Busto di Pietro Speciale l'alta qualità dell'opera e la data dell'iscrizione fanno propendere parte della critica per un'attribuzione a Laurana, quello del Giovinetto è assegnato dubitativamente alla bottega lauranesca.

Sarcofago Speciale di Nicolò Antonio Gagini a Palermo

Altre Opere e Commesse in Sicilia

Sempre nel 1463, Gagini fu impegnato anche fuori Palermo. Il 1° dicembre, Riccardo di Lanzirotto, procuratore della chiesa madre di Salemi, gli affidò l'incarico di scolpire il Fonte battesimale. L'opera, datata 1464 e conservata nel Museo civico di Salemi (in seguito al crollo della chiesa nel terremoto del 1968), viene generalmente considerata un lavoro di bottega. Nello stesso Museo civico, ma proveniente dalla chiesa di San Giuliano, si trova una statua di San Giuliano, attribuita quasi concordemente a Gagini.

Testimonianze archivistiche mostrano Gagini ancora in contatto con Pietro Speciale nel 1468. Nello stesso anno, dovette sottoscrivere un ulteriore contratto per lavori successivi nella cappella di famiglia in San Francesco d'Assisi, ma nel 1470 il committente lamentò la cattiva qualità dei marmi usati per scolpire "certas ystorias" nella cappella, ingiungendo a Gagini la distruzione e il rifacimento dei due rilievi con materiale migliore e "de bonu relevu".

Lavori che contengono rielaborazioni e riferimenti all'arte toscana, in special modo al donatellismo fiorentino, sono i due rilievi in San Francesco d'Assisi: una Madonna con Bambino e angeli adoranti e un San. Nello stesso periodo in cui Gagini riprese a lavorare per gli Speciale, Laurana e Pietro de Bonitate erano impegnati nella cappella Mastrantonio, nella medesima chiesa, ipotizzando uno scambio di vedute tra i maestri. Sempre del 1468 circa sono l'Angelo (già in Santa Maria di Portosalvo) e la Vergine che compongono l'Annunciazione del Museo diocesano di Palermo, opera che fonde componenti toscane, rosselliniane e donatelliane.

L'8 maggio del 1470, Gagini incaricò il capomastro Francesco de Aurilia di iniziare la costruzione della cappella di Santa Cristina in cattedrale. L'attività di Gagini in questa cappella, la cui fondazione spetterebbe a Pietro Speciale, dovette durare diversi anni ed essere affidata in gran parte alla sua bottega.

Certamente di sua mano è l'Arca di San Gandolfo, commissionatagli nel 1482 per la chiesa madre di Polizzi Generosa. La custodia, originariamente composta dal sarcofago con la figura giacente del beato e scene tratte dalla sua vita, oltre a una predella con la Madonna della Pietà e gli apostoli, era destinata ad accogliere i resti del beato Gandolfo da Binasco. Dell'Arca, in seguito smembrata, restano oggi alcune parti che mostrano caratteristiche formali e tecniche vicine al donatellismo, con evidenti riferimenti stilistici, soprattutto nella figura del beato.

Nel 1484, Gagini e un suo socio, forse Gabriele di Battista, ricevettero un pagamento per l'esecuzione di capitelli e colonne per la chiesa della Confraternita palermitana dell'Annunziata. I capitelli superstiti della distrutta chiesa, oggi conservati a Palermo nella Galleria regionale della Sicilia, mostrano un raro ossequio, per Gagini, verso i modelli antichi. Secondo il Negri Arnoldi, il capitello con l'Annunziata e quelli con due Sibille possono essere considerati di mano di Gagini, mentre gli altri sono da assegnare al socio.

La Bottega Gagini e le Sfide Attributive

Poiché sono poche le opere riconducibili con certezza alla trentennale permanenza di Gagini in Sicilia, la critica ha spesso dovuto cimentarsi nella difficoltosa ricostruzione del catalogo siciliano dello scultore lombardo. Negli ultimi anni, per far fronte al sempre maggior numero di commissioni, Gagini si fece affiancare nell'esecuzione dei lavori più impegnativi dal figlio maggiore Giovanni, detto Giovannello. La sua bottega, organizzata in modo imprenditoriale, consentiva ai committenti di scegliere tra statue già abbozzate, che lo stesso Domenico si impegnava a rifinire personalmente in pochi giorni. Questo portò anche a una produzione talvolta limitata dalla routine del redditizio lavoro di una bottega ricca di aiuti e collaboratori.

Nel Privilegium pro marmorariis et fabricatoribus del 1487, attraverso il quale la maestranza degli scultori e architetti stabiliva alcune regole per regolarizzare l'attività dei numerosi artisti forestieri a Palermo, Gagini rivestì un ruolo di spicco, contribuendo alla costituzione della maestranza dei «marmorari e muraturi» e all'assunzione della scultura tra le arti liberali.

L'Eredità Artistica: La Famiglia Gagini

L'erede della bottega del padre fu Antonello Gagini, padre di Antonello. Domenico, pur risentendo ancora di linearismi e influenze gotiche nelle sue prime Madonne col Bambino, aveva acquisito la lezione di Donatello. Le sue Madonne del Latte sono un fluire di panneggi gotici, uno scorrere di piani levigati, dove la Vergine è ancora bambina pur essendo madre e nutrice. Tra le sue opere vi sono la Madonna di Erice (1479) e la Madonna di San Mauro Castelverde (1480). Meno aulica è la Madonna Lattante del Cardillo, oggi al Museo Bellomo di Siracusa, che rivela una maggiore aderenza ai motivi e alla bellezza rinascimentali.

Antonello, autore di numerosissime opere, sebbene erede della bottega del padre, non seguì sempre la sua visione artistica. Di notevole fattura è l’altare con San Giorgio che uccide il drago nella chiesa di San Francesco d’Assisi a Palermo, oggi collocato nella seconda cappella nella navata destra della Chiesa. La ricerca spaziale di quest'opera appartiene a un linguaggio chiaramente rinascimentale. Grazia e raffinatezza tecnica si possono ammirare nella Madonna con il Bambino proveniente dal Monastero della Maddalena di Corleone e oggi a Palazzo Abatellis, dove sono esposti anche la Madonna del Riposo, eseguita per la cappella di Scipione degli Anzaloni della chiesa dello Spasimo a Palermo. In queste opere si osserva l’influenza della pittura di Raffaello.

Una pregevole tribuna fu commissionata ad Antonello Gagini dall’Arcivescovo Giovanni Paternò nel 1507 per la conca absidale della Cattedrale di Palermo. L'opera, smembrata alla fine del XVIII secolo, venne riutilizzata all’interno della stessa Cattedrale, e numerosi frammenti sono esposti al Museo Diocesano di Palermo. Le formelle ritenute di Antonello raffigurano l'Elevazione della Croce e lo Spasimo di Raffaello.

Il "Gruppo di sei Apostoli" e il Contesto Siciliano

Il "Gruppo di sei Apostoli" è una lastra rettangolare in cui sono rappresentati sei apostoli a mezzobusto che, a gruppi di tre, leggono il libricino tenuto dagli apostoli posti alle estremità. La scultura, di discreta fattura, probabilmente facente parte di un'opera più complessa, è un esempio di scultura rinascimentale di ambito gaginiano. Di solito, le lastre marmoree con figure di santi ad altorilievo nel Cinquecento decoravano la parte alta di un altare o di un monumento funerario.

Un esempio simile noto a Palermo è la cona marmorea di Antonello Gagini nella chiesa di Santa Cita. A Caltavuturo, un'edicola marmorea nella chiesa della Badia è attribuita a Francesco del Mastro, non ai Gagini, ma rappresenta un'opera dello stesso contesto temporale e tipologico. Considerati gli elementi stilistici e compositivi, il "Gruppo di sei Apostoli" fu probabilmente realizzato nella bottega dei Gagini, forse dai figli di Antonello, Vincenzo e Fazio. Questi non solo collaborarono con il padre nella decorazione della cattedrale di Palermo, ma realizzarono autonomamente diverse cappelle e altari nella stessa cattedrale.

L'opera è attestata dal momento in cui fu donata al Direttore del Museo Nazionale di Palermo nel 1882 dalla Marchesa Giulietta lo Faso di Torrearsa, e oggi è esposta nella Sala Serradifalco come parte della collezione Torrearsa. Non sono disponibili notizie certe sull'ubicazione originaria, ma è possibile che il Gruppo Scultoreo provenisse dalla Cattedrale di Palermo, sebbene non sia noto se fosse lì in deposito o facente parte di qualche altare successivamente dismesso.

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