La Quaresima è un tempo di profonda riflessione e rinnovamento spirituale, e le parole dei grandi Padri della Chiesa offrono una guida preziosa in questo percorso. Tra questi, Sant'Agostino d'Ippona spicca per la profondità della sua teologia e la rilevanza intramontabile del suo pensiero. Le sue frasi e insegnamenti ci invitano a riscoprire la ricchezza, la bellezza e la felicità del credere, passando da una fede teorica a una fede vissuta.

L'Importanza dei Padri della Chiesa
Il pensiero di Agostino si inserisce in una tradizione patristica ricca, riprendendo un concetto caro ai teologi medievali: "Noi siamo come nani che siedono sulle spalle dei giganti, di modo che possiamo vedere più cose e più lontano di loro, non per l’acutezza del nostro sguardo o con l’altezza del corpo, ma perché siamo portati più in alto e siamo sollevati da loro ad altezza gigantesca". Questo testimonia la continuità della riflessione teologica, dove ogni generazione si appoggia sui fondamenti posti da chi l'ha preceduta.
Mentre i Padri greci (come Atanasio, Basilio di Cesarea, Gregorio Nazianzeno e Gregorio Nisseno) si concentrarono principalmente sugli aspetti ontologici del dogma cristiano, come la divinità di Cristo e la Trinità, spinti dalle eresie del loro tempo (arianesimo, apollinarismo, nestorianesimo, monofisismo), i Padri latini, e Agostino in particolare, furono stimolati da nuove eresie come il donatismo e il pelagianesimo a sviluppare una riflessione originale sui temi paolini della grazia, della Chiesa, dei sacramenti e della Scrittura. I temi più cari a Paolo - la giustificazione, il rapporto legge-vangelo, la Chiesa corpo di Cristo - erano rimasti ai margini della loro attenzione, o trattati en passant.
Sant'Agostino e la Dottrina della Chiesa
L'interesse per la dottrina di Agostino sulla grazia ha prevalso dal secolo XVI in poi, sia in ambito protestante (con Lutero e Calvino) sia in campo cattolico. Ai nostri giorni, invece, è prevalente l'interesse per le sue dottrine ecclesiali, a causa del Concilio Vaticano II e del movimento ecumenico, dove l'idea di Chiesa è il nodo cruciale da sciogliere.
Sebbene la Chiesa non fosse un tema sconosciuto ai Padri greci e agli scrittori latini anteriori ad Agostino, le loro affermazioni si limitavano per lo più a ripetere e commentare immagini della Scrittura, senza mettere la Chiesa a tema in modo sistematico. Chi sarà costretto a farlo è appunto Agostino, che per quasi tutta la sua vita dovette lottare contro lo scisma dei donatisti. Questi si rifiutarono di riaccogliere nella comunione ecclesiale coloro che, durante la persecuzione di Diocleziano, avevano rinnegato la fede. Nella confutazione delle loro posizioni, Agostino elaborò progressivamente la sua dottrina della Chiesa, sia nelle opere dirette contro i donatisti, sia nei suoi commentari alla Scrittura e nei discorsi al popolo.
La Distinzione tra Potestas e Ministerium
Lo scisma donatista partiva dalla convinzione che un ministro privo di grazia non potesse trasmetterla, rendendo i sacramenti da lui amministrati privi di effetto. In risposta, Agostino elabora un principio fondamentale per la teologia sacramentale: la distinzione tra potestas e ministerium, ovvero tra la causa della grazia e il suo ministro. La grazia conferita dai sacramenti è opera esclusiva di Dio e di Cristo; il ministro non è che uno strumento: "Pietro battezza, è Cristo che battezza; Giovanni battezza, è Cristo che battezza; Giuda battezza, è Cristo che battezza".
La Chiesa Terrena e la Comunione dei Santi
Neutralizzando l'argomento principale degli avversari, Agostino sviluppa una grandiosa visione della Chiesa attraverso alcune distinzioni fondamentali. La prima è quella tra Chiesa presente o terrestre e Chiesa futura o celeste. All'interno della Chiesa nel suo stadio terreno, Agostino opera un'ulteriore distinzione tra la comunione dei sacramenti (communio sacramentorum) e la società dei santi (societas sanctorum). Poiché sulla terra sarà sempre impossibile sapere con certezza chi possiede lo Spirito Santo e la grazia, Agostino finisce per identificare la vera e definitiva comunità dei santi con la Chiesa celeste dei predestinati.
La novità, anche rispetto a Cipriano, è che Agostino fa consistere l'unità della Chiesa in qualcosa di interiore: lo Spirito Santo. L'unità della Chiesa è operata così dallo stesso che opera l'unità nella Trinità: "Il Padre e il Figlio hanno voluto che noi fossimo uniti tra noi e con loro, per mezzo di quello stesso vincolo che unisce loro, e cioè l’amore che è lo Spirito Santo". Lo Spirito svolge nella Chiesa la stessa funzione che esercita l’anima nel corpo naturale: ne è il principio animatore e unificatore. L'appartenenza piena alla Chiesa esige sia la comunione visibile dei segni sacramentali, sia la comunione invisibile della grazia, ammettendo però dei gradi, per cui non si è necessariamente o totalmente dentro o totalmente fuori.

La Chiesa come Corpo di Cristo e l'Eucaristia
Negli scritti esegetici e nei discorsi al popolo, Agostino, meno pressato dalla polemica, insiste sugli aspetti interiori e spirituali della Chiesa. In essi, la Chiesa è presentata, con toni elevati e commossi, come il corpo di Cristo, animato dallo Spirito Santo, a tal punto affine al corpo eucaristico da combaciare a tratti quasi totalmente con esso.
"Se vuoi comprendere il corpo di Cristo, ascolta l’Apostolo che dice ai fedeli: Voi siete il corpo di Cristo e sue membra (1 Cor 12,27). Se voi dunque siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il mistero di voi: ricevete il vostro mistero. A ciò che siete rispondete: Amen e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: Il corpo di Cristo, e tu rispondi : Amen." Il nesso tra i due corpi di Cristo si fonda per Agostino sulla singolare corrispondenza simbolica: come il pane dell’Eucaristia è ottenuto dall’impasto di più chicchi di grano e il vino da una moltitudine di acini d’uva, così la Chiesa è formata da più persone, riunite e amalgamate insieme dalla carità che è lo Spirito Santo. "Significando causat": significando l’unione di più persone in una, l’Eucaristia la realizza, la causa.
L'Ecclesiologia Agostiniana e il Dialogo Ecumenico
Le idee di Agostino sulla Chiesa possono contribuire a illuminare i problemi che essa si trova ad affrontare nel nostro tempo, in particolare per il dialogo ecumenico. La distinzione dei due livelli di realizzazione della vera Chiesa - quello esterno dei segni e quello interiore della grazia - permette ad Agostino di formulare un principio rivoluzionario: "Può dunque esserci nella Chiesa cattolica qualcosa che non è cattolico, come può esserci fuori della Chiesa cattolica qualcosa che è cattolico."
I due aspetti della Chiesa - quello visibile e istituzionale e quello invisibile e spirituale - non possono essere separati. Agostino ci spinge a chiederci: possiamo sentirci più in comunione con chi, pur battezzato nella nostra Chiesa, si disinteressa di Cristo, piuttosto che con chi, pur appartenendo ad altre confessioni cristiane, crede nelle stesse verità fondamentali, ama Gesù Cristo fino a dare la vita per lui, diffonde il Vangelo e possiede gli stessi doni dello Spirito Santo? Le persecuzioni odierne, infatti, non distinguono tra cattolici o protestanti, ma perseguitano i cristiani in quanto tali. L'intuizione più nuova e feconda di Agostino è stata di individuare il principio essenziale dell'unità della Chiesa nello Spirito, anziché nella comunione orizzontale dei vescovi tra di loro o con il Papa di Roma. L'unità della Chiesa è un fatto mistico, riflesso dell'unità tra Padre e Figlio per opera dello Spirito: "Che siano una cosa sola come noi siamo una cosa sola" (Gv 17, 22).
Conseguenze Pratiche per la Vita Cristiana
Agostino non espone mai le sue idee sulla Chiesa senza trarne conseguenze pratiche per la vita quotidiana dei fedeli. L'immagine della Chiesa corpo di Cristo porta a capire che non abbiamo ragione di guardarci con invidia e gelosia gli uni gli altri. "Se tu ami, quello che possiedi non è poco. Se infatti tu ami l’unità, tutto quello che in essa è posseduto da qualcuno, lo possiedi anche tu!" La carità è "la via migliore di tutte" (1 Cor 12, 31) perché ci fa amare la Chiesa e la comunità, e nell'unità tutti i carismi diventano nostri. Anzi, se amiamo l'unità più degli altri, il carisma che un altro possiede è più nostro che suo.
La Sete di Dio e l'Incontro con la Samaritana
Un passaggio significativo per la Quaresima è la meditazione di Agostino sull'episodio della Samaritana al pozzo di Giacobbe. Gesù, stanco, giunge al pozzo. La stanchezza è il segno più profondo dell’Incarnazione del Figlio di Dio. L’opera di salvezza non conosce confini: Gesù infrange la mentalità legalistica del suo tempo, accettando di incontrare e dialogare con una donna che la mentalità ebraica avrebbe bollato come impura. Il suo intervento mira a suscitare nel cuore della donna un desiderio profondo, il dono della fede. Gesù "aveva detto alla donna Samaritana: Ho sete. Che significa: Ho sete?"; conclude Agostino: "Desidero la tua fede" (Serm. 99, 3). Agostino sottolinea che Gesù riporta il mistero al centro dell’attenzione della donna: il desiderio di Dio. "Quella Samaritana presso il pozzo sentì che il Signore aveva sete e fu saziata da Colui che era assetato."

L'Acqua Viva e il Dono dello Spirito Santo
Gesù chiede da bere e promette da bere, mostrando di essere bisognoso e, al tempo stesso, nell'abbondanza. "Se conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice 'dammi da bere', l’avresti pregato tu, ed egli ti avrebbe dato un’acqua viva" (Gv 4, 10). Per Agostino, il dono di Dio è lo Spirito Santo. Sebbene la donna intenda l'acqua viva in senso materiale, essa bussa alla porta, seppur per curiosità. Il Signore, invece, promette l'abbondanza e la pienezza dello Spirito Santo, dicendole queste cose "perché non si affaticasse più".
La Sete dell'Anima per Dio
Agostino commenta il Salmo 41, che descrive la ricerca di una polla d’acqua da parte della cerva assetata, immagine della condizione dell’uomo che anela con tutto se stesso a trovare in Dio ogni appagamento. Dalle sue "Esposizioni sui salmi", egli esorta: "Aneliamo perciò come il cervo alla fonte... a quella fonte della quale la Scrittura altrove dice: Perché presso di te è la fonte della vita. Egli stesso è la fonte e la luce; perché nella tua luce vedremo la luce (Sal 35, 10)." Questa è una luce interiore che illumina l'intelligenza e sazia l'anima avida di sapere. "C'è dunque, fratelli, una certa luce interiore che non hanno coloro che non capiscono." Agostino invita a correre a questa fonte, a desiderare questa luce che aguzza l'occhio interiore e rende più ardente la sete.
Sull'anelito per Dio, Agostino afferma: "Ha avuto sete di te l’anima mia." Egli contrappone la sete di Dio ai molteplici desideri mondani: "La gente ha sete del mondo e non si accorge di essere nel deserto, ove l’anima dovrebbe aver sete di Dio. Dobbiamo dunque aver sete della sapienza, dobbiamo aver sete della giustizia." Questa sete sarà saziata pienamente nella vita futura, quando raggiungeremo l'uguaglianza con gli angeli. Anche la nostra carne ha sete, e per essa è promessa la risurrezione, non per una felicità terrena, ma per una felicità eterna, dove la carne risorgerà senza più la corruttibilità attuale.
Uti e Frui: L'Uso Retto dei Beni Terreni
Il giusto rapporto dell'uomo nei confronti dei beni terreni è riassunto nella coppia di verbi latini uti e frui. Delle realtà temporali occorre servirsi (uti) come mezzo - mai come fine! - per giungere alla fruizione (frui) dei beni eterni in Dio. Agostino scrive nel De doctrina christiana: "Se in questa vita mortale, dove siamo pellegrini lontano dal Signore, vogliamo tornare alla patria dove potremo essere beati, dobbiamo servirci del mondo presente, non volerne la fruizione. Per mezzo di cose corporee e temporali attingeremo le cose eterne e spirituali." Non si deve trascurare il bene superiore e curvarsi a quello inferiore, ma usare le cose create come gradini per salire al Creatore. "Ama il Creatore, non lasciarti intrappolare dalla creatura. È la creatura che ti porterà a Dio. Ma se tu ami la creatura disordinatamente, senza accorgertene inghiotti il peccato."
Il Significato della Quaresima secondo Sant'Agostino
La Quaresima è un tempo sacro che esorta a umiliare l'anima con preghiere e digiuni e a castigare il corpo. Agostino si interroga sul perché Gesù digiunò dopo il battesimo e sul mistero del numero quaranta. Il Signore, "per darci l'esempio di come vivere, come morire e come risorgere," digiunò dopo il battesimo per insegnarci che "bisogna digiunare quando la lotta con il tentatore si fa più aspra." Così il cristiano, ammaestrato dal suo esempio, può non essere superato dal tentatore, mortificando il corpo e umiliando l'anima per impetrare la vittoria.

Il Digiuno: Umiliazione e Nutrimento dell'Anima
Agostino distingue due specie di digiuno. La prima, in cui l'anima si umilia, è legata all'assenza dello Sposo: "Gli amici dello sposo non possono essere afflitti mentre lo sposo è con loro. Verranno i giorni in cui lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno." La seconda specie consiste nel nutrire abbondantemente l'anima, mettendo "vino nuovo in otri nuovi." Poiché lo Sposo è ora tolto, noi, amici di quel bello Sposo, dobbiamo essere afflitti. "Fortunati coloro ai quali fu concesso di averlo davanti a loro prima della sua passione... Molti giusti e molti profeti desiderarono vedere quello che voi vedete e non lo videro; udire quello che voi udite e non lo udirono."
Chi non brucia della fiamma di questo santo desiderio? Chi non piange? Chi non si rattrista gemendo? Chi non dice: "Le mie lacrime sono il mio pane giorno e notte mentre mi dicono sempre: dov'è il tuo Dio?" (Sal 41,4). "Noi crediamo infatti in lui che è già glorioso alla destra del Padre; tuttavia finché viviamo in questo corpo siamo pellegrini lungi da lui e non possiamo mostrarlo a quelli che dubitano di lui o lo negano e dicono: Dov'è il tuo Dio?" La vita dell'uomo sulla terra è una lotta, e nella notte di questo mondo il leone (il diavolo) si aggira cercando chi divorare. "Tanto maggiore e tanto più frequente deve essere il nostro digiuno, quanto più si avvicina la solennità della passione del Signore."
Digiuno, Elemosina e Preghiera
Il tempo sacro di quaranta giorni è destinato all'umiliazione dell'anima. "Sappiamo che quattro per dieci fa quaranta." Questo numero simboleggia anche le quattro parti del mondo dove è stato promulgato il decalogo della legge. Siamo ancora nella fatica della tentazione e nella necessità del perdono dei peccati, perché "chi può infatti adempiere perfettamente il comandamento: Non desiderare?" Perciò è necessario digiunare e pregare, senza smettere di fare le opere buone. Il numero cinquanta simboleggia il tempo di quella gioia che nessuno potrà toglierci. Agostino esorta a propiziarsi Dio con digiuni quotidiani, elemosine più generose e preghiere più fervorose, affinché non si venga ingannati da satana.
La preghiera è spirituale e tanto più gradita quanto più pienamente la si compie secondo la propria natura. Il digiuno, l'elemosina e la preghiera sono interconnessi: "Non è sufficiente il digiuno. Saranno fruttuose le tue privazioni se donerai ad altri con larghezza. Non hai defraudato la tua anima; a chi darai ciò che ti sei tolto?" Il digiuno deve essere accompagnato dall'elemosina: "Tu non hai dato ciò che ti sei negato a te stesso; ma hai dato ciò che ti è stato offerto da Dio come cibo, affinché tu potessi godere di nutrirti della preghiera per la quale sarai esaudito." Dio ama chi dona con letizia (2 Cor 9,7). "Vuoi che la tua preghiera voli fino a Dio? Dalle due ali: digiuno e l'elemosina." Cristo è bisognoso nei suoi: "È bisognoso nei suoi, ricco di ogni cosa in se stesso." Perciò, è necessario che "il nudo sia vestito, il forestiero sia accolto, l'infermo sia visitato."
La Preghiera in Cristo e per Cristo
La preghiera, per Agostino, è intrinsecamente legata a Cristo: "La nostra preghiera non sale a Dio se non in Cristo e attraverso il Cristo. Tra Dio creatore e noi creature e per di più creature peccatrici, non c’è altro ponte, non c’è altro pontefice che Cristo." Egli prega per noi come nostro sacerdote, prega in noi come nostro capo, ed è pregato da noi come nostro Dio. "Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e in noi la sua voce." Agostino ci invita a non esitare ad attribuire a Cristo parole di umiliazione, perché lui stesso "non ha esitato a unirsi a noi," assumendo la natura di servo e umiliandosi fino alla morte di croce. "È pregato dunque nella natura di Dio; prega nella natura di servo. Là è creatore, qui creatura: lui che senza mutamenti assunse la nostra natura mutevole e fece di noi un solo uomo con lui. Lui è il capo, noi il corpo. Noi dunque preghiamo rivolti a lui; preghiamo per mezzo di lui e in lui."
Il Servizio e l'Umiltà di Cristo
La missione di Cristo si comprende alla luce del dono e del servizio, non del potere e del dominio. L'esempio del lavanda dei piedi è altamente significativo. Gesù, lavando i piedi dei discepoli, volle farci riflettere che, nonostante i nostri progressi, non siamo esenti dal peccato, dal quale egli ci purifica intercedendo per noi. Egli ci ha dato un esempio, "affinché anche voi facciate come ho fatto io." Questo significa confessare a vicenda le nostre colpe e pregare gli uni per gli altri (Gc 5, 16). "Perdoniamoci a vicenda i nostri torti, e preghiamo a vicenda per le nostre colpe, e così, in qualche modo, ci laveremo i piedi a vicenda. Non disdegni il cristiano di fare quanto fece Cristo." Quando il corpo si piega fino ai piedi del fratello, anche nel cuore si accende o si alimenta il sentimento di umiltà.
L'Eucaristia è il pane dell’unità della Chiesa-corpo con il Cristo-capo, segno concreto della carità che raccoglie i fratelli in Cristo. Agostino la definisce: "O sacramento di pietà, o segno di unità, o vincolo di carità!" Cristo, "divenuto in eterno il più grande dei sacerdoti," dispose che si offrisse il sacrificio del suo corpo e del suo sangue. "Prendete dunque e mangiate il corpo di Cristo, ora che anche voi siete diventati membra di Cristo nel corpo di Cristo; prendete e abbeveratevi col sangue di Cristo. Per non distaccarvi, mangiate quel che vi unisce; per non considerarvi da poco, bevete il vostro prezzo." Come il Sacramento si trasforma in noi, così anche noi ci trasformiamo nel corpo di Cristo, se viviamo obbedienti e devoti. "Uno solo è il pane, e noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo" (1 Cor 10, 17). Cristo stesso è il cibo e la bevanda della tavola, colui che invita ed è il banchetto.
La Croce di Cristo: Stoltezza e Sapienza
Restare uniti alla croce di Cristo, perché su di essa poggia il fondamento della Chiesa: ecco la stoltezza e lo scandalo del cristianesimo. Uno strumento di morte infamante nasconde la sapienza e la potenza di Dio. "Se volete vivere un cristianesimo autentico, aderite profondamente al Cristo in ciò che egli si è fatto per noi, onde poter giungere a lui in ciò che è e che è sempre stato." È meglio non vedere con la mente ciò che egli è, e restare uniti alla croce di Cristo, piuttosto che vedere la divinità del Verbo e disprezzare la croce di Cristo. I filosofi del mondo, pur avendo cercato il Creatore attraverso le creature, sono divenuti stolti perché, "avendo conosciuto Dio, non lo glorificarono né lo ringraziarono come Dio." Non vollero aggrapparsi all’umiltà di Cristo, alla "nave che poteva condurli sicuri al porto intravisto."

"Irridi al Cristo crocifisso, ed è lui che hai visto da lontano: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio. Ma perché è stato crocifisso? Perché ti era necessario il legno della sua umiltà." La croce è la via attraverso il mare di questo secolo. "Credi nel Crocifisso e potrai arrivare." Agostino ci ricorda che l'innalzamento di Gesù sulla croce è il segno visibile della sua glorificazione: "Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me" (Gv 12, 32). Gesù, portando egli stesso la croce, si avviò al Calvario: "Quale spettacolo! Grande ludibrio agli occhi degli empi, grande mistero a chi contempla con animo pio." La pietà contempla il re che porta la croce "alla quale egli sarà confitto, ma che dovrà essere poi collocata perfino sulla fronte dei re."
Rinnegare Se Stessi per la Vita Eterna
La Quaresima è anche un tempo per riflettere sul rinnegamento di sé. "Significa allora rinneghi se stesso? Rinnega te." Non si è costretti a rinnegare Dio, ma a rinnegare se stessi per la vita eterna. Se si ama la propria anima secondo il mondo, si rischia di perderla per l'eternità. "Ami l'anima tua? Perdila." Questa è l'esortazione di Gesù Cristo: perdere la propria vita per i fratelli, che equivale a offrirla per Cristo. Il peccato è come mancare un bersaglio, non fare centro. La nostra vita è una lotta, e il cammino quaresimale ci svela la lotta spirituale in cui Cristo combatte non solo per noi, ma con noi.
La Vera Gioia e l'Imitazione di Cristo
Agostino invita i fedeli ad "essere fervoroso nelle preghiere, nei digiuni e nelle elemosine." Se già si compivano queste opere buone, "ora le debbono compiere con più fervore." La resurrezione di Cristo ha preceduto i suoi fedeli, e "se siamo morti con lui, anche con lui vivremo; se lo sopportiamo, anche con lui regneremo." (2 Tim 2, 11-12). La vera gioia si trova "non fuori, presso coloro che, ancora duri di cuore, amano la vanità e ricercano la menzogna, ma dentro, ove è impressa la luce del volto di Dio. Cristo abita infatti nell’uomo interiore (Ef 3, 17); e spetta dunque all’uomo interiore vedere la verità." Siamo chiamati a imitare Cristo e coloro che lo hanno imitato, desiderando quella sovrabbondante gioia in cui "saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è" (1 Gv 3, 2).