Maresciallo Francesco Spanò: Una Vita per lo Stato e la Legalità

Il Maresciallo Francesco Spanò, un nome che evoca dedizione e professionalità nell'Arma dei Carabinieri e nell'Agenzia per l'Informazione e la Sicurezza Interna, ha lasciato un segno indelebile nel panorama della lotta alla criminalità organizzata e nel servizio allo Stato.

La Scomparsa di un Pilastro dell'Arma

È commosso il ricordo del comandante della Stazione dei carabinieri di Vibo Valentia, Cosimo Sframeli, nei confronti del maresciallo Francesco Spanò, deceduto poche ore fa. Il Maresciallo Francesco Spanò, nostro fratello scout e carabiniere reggino di 66 anni, in servizio prima nell’Arma e poi presso l’Agenzia per l’Informazione e la Sicurezza Interna, è tornato alla Casa del Padre.

La sua scomparsa è avvenuta dopo che non si è più risvegliato da un intervento al cuore, a cui si era sottoposto a seguito di un problema cardiaco. Da quel giorno è entrato in coma e non c’è stato verso di rianimarlo, fino al decesso.

L'Eredità di un "Maestro" dell'Investigazione

Spanò è stato “il maestro” di Sframeli quando quest’ultimo prestava servizio a Locri. Tanta era la stima nei confronti di Spanò che addirittura i due libri scritti da Sframeli sono dedicati al maresciallo: in quei pregevoli testi si può ripercorrere proprio la straordinaria carriera investigativa di Spanò.

Francesco Spanò, a capo di quella squadra, è stato un maestro per tanti ed insuperabile investigatore per tutti. Fu l’ultimo a lasciare Locri ed era stato tra i 50 uomini scelti dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa negli anni del terrorismo.

Francesco Spanò in uniforme dei Carabinieri, possibly during his time with Dalla Chiesa

Il Combattente Silenzioso contro la Criminalità Organizzata

In una stradina di fianco alla caserma di Locri, il montacarichi della ditta Crivelli di Catanzaro andava su e giù dall’alloggio con i suppellettili del maresciallo, inteso l'archivio vivente dell’Anonima, della ‘ndrangheta.

Nella sua professione, Francesco Spanò ha incarnato quei valori di giustizia in un contesto spesso difficile. Ci furono persone che affrontarono persecuzioni, fame e morte per affermare i valori della Giustizia. In contrasto, ce ne sono state altre la cui energia si spreca ancora alla ricerca di una persecuzione, di un comodo martirio, in libertà. Da qualche cattedra insegnano come comportarsi, ad essere retti, onesti, leali, mostrando di essere perseguitati e risolvendo il “martirio” in un affare per le agevolazioni che ne derivano, parlando senza un effettivo pericolo, al contrario delle vere persecuzioni, quando vicino non rimaneva nessun amico e il pensiero della morte era il principale compagno.

In nome della legalità, si promuovono petizioni o sottoscrizioni, partecipazioni a trasmissioni televisive, meglio se del servizio pubblico nazionale, per annunciare drammi e dimostrare verità rivelate. In Calabria, in particolare, esiste un meridionalismo che ricorda le colpe dello Stato, le truffe e l’avidità di un’Italia ricca, le complicità fra ‘ndrangheta e istituzioni, fra ceto politico e finanza.

Il lavoro investigativo del pool in cui operava Spanò non durò a lungo senza ostacoli. Le prime reazioni, all’inizio lente e sottili, cominciarono ad assediare il gruppo quando, seguendo la pista dei soldi sporchi, gli inquirenti ammanettarono politici o, seguendo le maglie delle cosche, accusarono intoccabili (o presunti tali). Il giudice ricordava che iniziò un arretramento delle istituzioni, un palese fastidio assediò il pool e le inchieste stagnarono. Fu uno scontro di cultura e mentalità.

Questa situazione evidenzia una verità fondamentale nel contrasto alla criminalità: “Il carabiniere, in queste terre, non può essere come un pasdaran mandato allo sbaraglio con la baionetta: occorrono bagaglio tecnico, conoscenze, impegno morale. Se questo non c’è, la mafia ha già vinto”. La normalizzazione fu un dato di fatto, non era contingente ma effetto di scelte generali del governo e degli apparati dello stato.

Sede dell'Arma dei Carabinieri a Locri, o immagine simbolica della lotta alla mafia

Le Radici di un Servitore dello Stato

Straordinario servitore dello Stato, Francesco Spanò aveva vissuto gli anni della sua gioventù da esploratore del Reparto Aspromonte del Gruppo ASCI RC 1, in quel cortile della Curia Arcivescovile che è stato, per decenni, la fucina di intere generazioni di uomini e cittadini, gran parte dei quali hanno dato lustro non solo alla città di Reggio, ma anche all’Italia, in tutti i campi.

tags: #francesco #spano #maresciallo #la #santa