La formazione dei presbiteri è un pilastro fondamentale per il futuro della Chiesa, e la "Ratio Fundamentalis" ne è la guida principale. Questo documento, il cui titolo completo è "Il dono della vocazione presbiterale", è stato pubblicato dalla Congregazione per il Clero l’8 dicembre 2016 in forma di decreto generale esecutivo, con l’approvazione di Papa Francesco.
Essa fa seguito alla precedente "Ratio" del 6 gennaio 1970, voluta da Paolo VI, e successivamente alla "Ratio fundamentalis Institutionis Sacerdotalis" del 19 marzo 1985, pubblicata con il Magistero di Giovanni Paolo II e che emendava la precedente del 1970 integrando l’apparato delle note alla luce del recente Codice di Diritto Canonico del 25 gennaio 1983.
L’attuale "Ratio Fundamentalis" del 2016 è il frutto del contributo dato da alcuni Dicasteri della Curia Romana e del Convegno Internazionale promosso dalla Congregazione per il Clero nei giorni 19 e 20 novembre 2015, a cinquanta anni dai documenti conciliari Optatam totius e Presbyterorum ordinis.
Scopo e Struttura della "Ratio Fundamentalis"
Scopo di questa nuova "Ratio Fundamentalis" è quello di offrire alle Conferenze Episcopali, agli Istituti di Vita Consacrata e alle Società di Vita Apostolica le linee da seguire per stilare la propria "Ratio nationalis". Essa si compone di otto capitoli, che delineano un percorso formativo completo e integrato.
Norme Generali e Identità Vocazionale
Dopo aver esordito con le norme generali (cap. I), la "Ratio" espone l’identità della vocazione sacerdotale vista in vari contesti: età adolescenziale, età adulta, contesto della famiglia o di una comunità, vocazioni sbocciate tra gli indigeni, vocazioni e migranti (cap. II).
Fondamenti e Cammino Formativo
Il Capitolo III della "Ratio" approfondisce i fondamenti della formazione, includendo:
- il soggetto della formazione (nn. 28-29)
- l’identità spirituale (nn. 30-34)
- il cammino della formazione come configurazione a Cristo (nn. 35-40)
- la formazione all’interiorità e alla comunione (nn. 41-43)
- i mezzi di formazione: accompagnamento spirituale (nn. 44-49) e comunitario (nn. 50-52)
- l'unità della formazione (n. 53)

Le Tappe della Formazione
La formazione integrale è presentata in quattro tappe principali (Cap. IV, nn. 54-56):
- La fase propedeutica (nn. 59-60): Rispetto alla "Ratio Fundamentalis" del 1970, questa tappa è presentata senza alcun dubbio come necessaria e obbligatoria, superando orientamenti programmatici spesso molto diversi anche tra diocesi della stessa provincia ecclesiastica. Non inferiore a un anno e non superiore a due, essa è un tempo di discernimento vocazionale, distinta dagli studi filosofici. Tende a porre solide basi alla vita spirituale e a favorire una maggiore conoscenza di sé per la crescita personale. È un prerequisito per l’ammissione al Seminario maggiore, esteso anche a quanti provengono dal Seminario minore e da altre comunità vocazionali (§26 FP).
- La fase degli studi filosofici o disciplinare (nn. 61-67): L’ingresso in Seminario apre la fase discepolare, tempo in cui si presume la maturità di fede, sia sul versante della percezione della chiamata divina alla missione del presbitero, sia su quello della saldezza psicoaffettiva, necessaria all’orientamento celibatario, inteso non in senso egoistico, ma di totale dono di sé (§40 FP). È in questo momento che devono trovare piena risoluzione, accertata mediante un dialogo sincero coi formatori, le eventuali tensioni che possono albergare nella sfera personale, non esclusa quella sessuale.
- La fase degli studi teologici o configuratrice (nn. 68-73): Questa tappa è pensata come un quadriennio nel quale sono compiuti gli studi teologici, ma anche, e soprattutto, l’inserimento del seminarista nella Chiesa locale, in cui sarà incardinato in futuro (§54 FP).
- La fase pastorale o di sintesi vocazionale (nn. 74-79): Questa tappa include il tempo che intercorre tra la conclusione della formazione in seminario e l’ordinazione presbiterale per far maturare nel candidato una maggiore consapevolezza. Il diacono transeunte uscirà dal microcosmo del seminario per aprirsi a questa fase di attività a servizio della comunità, scelta dal Vescovo con l’ausilio dei formatori.
La "Ratio" include anche la formazione permanente (nn. 80-88).
Le Dimensioni della Formazione
La dimensione della formazione del presbitero è il titolo del capitolo V, che sviluppa le linee indicate dall’Esortazione apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis. Questo capitolo si concentra sull'integrazione delle dimensioni formative (nn. 89-92), le quali includono:
- la dimensione umana (nn. 93-100)
- la dimensione spirituale (nn. 101-115)
- la dimensione intellettuale (nn. 116-118)
- la dimensione pastorale (nn. 119-127)
La formazione auspicata deve essere capace di "unire in modo equilibrato la dimensione umana, spirituale, intellettuale e pastorale, attraverso un cammino pedagogico graduale e personalizzato che aiuti la persona a maturare in ogni aspetto e che favorisca una valutazione finale fatta in base alla globalità del percorso. Si tratta di un lungo percorso articolato nelle fasi già conosciute degli studi filosofici, teologici e dell’esperienza pastorale che si integrano con la tappa discepolare, configuratrice e di sintesi vocazionale. Il discernimento sarà una costante che caratterizzerà ogni singola tappa."
Gli Agenti della Formazione e l'Organizzazione degli Studi
Il Capitolo VI della "Ratio" presenta gli agenti della formazione, con al primo posto il vescovo diocesano (n. 128), seguito dal presbiterio (n. 129), i seminaristi (nn. 130-131), la comunità dei formatori (nn. 132-139), gli specialisti (nn. 145-147), la famiglia, la parrocchia o altre realtà ecclesiali (nn. 148-149), la vita consacrata e i laici nella formazione (nn. 150-151), e la formazione permanente di tutti gli agenti (n. 152).
Il Capitolo VII è dedicato all’organizzazione degli studi (nn. 153-154), che include:
- lo studio delle materie propedeutiche (nn. 155-157)
- gli studi filosofici (nn. 158-164)
- gli studi teologici (nn. 165-175)
- le materie ministeriali (nn. 176-184)
- gli studi di specializzazione (n. 185)
- gli scopi e i metodi di insegnamento (nn. 186-188)
Criteri di Ammissione e Protezione
Di importanza fondamentale è il capitolo VIII, che offre criteri e norme per accogliere chi chiede di entrare in seminario. Vengono affrontati temi come l'ammissione, la dimissione e l'abbandono del seminario (n. 189), la salute fisica (n. 190) e psichica (nn. 191-196), la dimissione (n. 197), i seminaristi provenienti da altri seminari o istituti di formazione (n. 198), le persone con tendenze omosessuali (nn. 199-201), la protezione dei minori e l’accompagnamento delle vittime che hanno subito abusi sessuali (n. 202), e gli scrutini (nn. 203-205).
La "Ratio Nationalis" e il Contesto Italiano
Compito di ogni Conferenza Episcopale è l’elaborazione della "Ratio nationalis" con la collaborazione di altre circoscrizioni ecclesiastiche presenti eventualmente sul territorio per favorire una migliore offerta formativa che tenga conto delle caratteristiche del proprio ambiente socio-educativo.
Lo scorso gennaio è stata pubblicata la quarta edizione del documento La formazione dei presbiteri nelle Chiese in Italia. Sono stati necessari quasi nove anni per giungere a un documento che fosse in grado di declinare le innovazioni introdotte dalla Santa Sede nella cultura del nostro Paese, senza, però, perdere di vista il senso di universalità e cattolicità della figura del presbitero. Con la conferma della Santa Sede - prevista dalla nuova formulazione del can. 242 §1 CIC, successiva al m.p. "Ministeria quaedam" - il documento italiano specifica ulteriormente le tappe formative.
Per sottolineare l’indole battesimale dei ministeri del lettorato e dell’accolitato e superare la loro concezione di cursus honorum, si prevede che il rito di istituzione coinvolga nella medesima celebrazione sia quanti si avviano verso il sacerdozio, sia gli altri laici.
La "Ratio Fundamentalis" e la Chiesa Sinodale
Il Rapporto finale del Gruppo di studio n. 4 sul ministero ordinato, pubblicato in prospettiva di Chiesa sinodale missionaria, propone una rilettura della formazione presbiterale centrata su relazioni, corresponsabilità e processi decisionali partecipati. Tale rapporto è nato per accompagnare l’attuazione della "Ratio Fundamentalis" (2016).
Il testo elaborato dal Gruppo di studio n. 4 muove da una premessa programmatica: il cammino sinodale, per essere fecondo, deve "ripercuotersi" sulle modalità della formazione al ministero ordinato e chiede "una conversione del cuore, della mente, delle relazioni e dei processi", con esiti anche "comunitari e strutturali". In questa logica, il Gruppo consegna un Documento orientativo che mira ad "attuare" "Ratio Fundamentalis" e "Ratio Nationalis" in sintonia con l’istanza sinodale, chiedendo "un’ampia e reale partecipazione" del Popolo di Dio alla formazione, con attenzione all’apporto di donne e famiglie.
Identità del Presbitero nel Contesto Sinodale
Nel Rapporto del Gruppo di studio, la richiesta sinodale viene tradotta così: bisogna comprendere il ministero ordinato a partire dalla sua dimensione relazionale, cioè "nel e dal Popolo di Dio". In altre parole, l’identità del sacerdote viene letta soprattutto dentro la trama della comunità, delle relazioni e della corresponsabilità ecclesiale.
La "Ratio" (2016) usa invece una formula che tiene insieme appartenenza e distinzione: il presbitero è parte della Chiesa, ma per l’ordinazione è anche posto "non soltanto nella Chiesa ma anche di fronte alla Chiesa". "Di fronte" non significa superiorità personale o privilegio; significa una posizione sacramentale e pubblica: il sacerdote rappresenta Cristo Capo e Pastore nell’annuncio, nella guida e soprattutto nei sacramenti. La "distanza" del sacerdote non coincide con una separazione sociologica, ma con un segno sacramentale.
In questa prospettiva il sacerdote resta, anzitutto, uomo di preghiera, configurato a Cristo e intermediario sacramentale.
Consultazione e Decisione nella Chiesa Sinodale
Il Rapporto del Gruppo di studio n. 4 insiste sulla "corretta articolazione" dei processi decisionali (consultazione, discernimento, decisione) ma introduce un passaggio che cambia il peso concreto della consultazione: se da un percorso consultivo emerge un orientamento come esito di un "corretto discernimento", questo "non può essere ignorato".
In termini pratici, pur riconoscendo che la competenza decisionale dell’autorità resta inalienabile, il testo attribuisce all’esito del discernimento comunitario un vincolo morale-ecclesiale: l’autorità non può semplicemente decidere altro come se nulla fosse, senza assumersi il costo di motivare e di misurarsi con quanto è emerso. Tuttavia, la Chiesa non è una democrazia: la logica della decisione ecclesiale non coincide con la vittoria numerica, e ridurla a questo significa non aver capito la natura stessa della Chiesa.
La "Ratio" (2016), pur parlando di consultazione e corresponsabilità, mantiene invece più nettamente al centro la natura propria dell’atto di governo nella Chiesa: la decisione non è solo una funzione organizzativa, ma un esercizio del ministero ordinato legato alla sacra potestà e al triplice munus di insegnare, santificare (soprattutto nei sacramenti) e governare, dentro una dinamica gerarchica ordinata all’unità.
Luoghi e Stile della Formazione: Immersione nel Quotidiano
Il Gruppo di studio n. 4 chiede una formazione meno "separata" e più immersa nella vita ordinaria, costruita anche attraverso esperienze condivise tra laici, consacrati e ministri ordinati, e parla di "un’ampia e reale partecipazione" del Popolo di Dio nella formazione dei futuri pastori. In questa cornice inserisce indicazioni operative: "cambio di mentalità", revisione di ambienti e processi formativi, e perfino la richiesta di "una presenza significativa di figure femminili".
Il Dicastero per il Clero, pur parlando di formazione "unica, integrale, comunitaria e missionaria", ha mantenuto il Seminario come architettura ordinaria e la "Ratio" insiste sulla sintesi tra maturità umana e spirituale e tra "vita di preghiera e apprendimento teologico". Questo punto non è negoziabile: è vero che un candidato non può vivere anni "fuori dal mondo", ma è altrettanto vero che non gli si può togliere il tempo dello "stare con Lui", cioè con Cristo.
L’esperienza formativa dovrebbe essere maggiormente omogenea alla vita che i candidati condurranno successivamente: dove, per il ministero pastorale, lo stare con Gesù si declina nel camminare apostolico con e per il Popolo di Dio. In questa prospettiva non si deve rinunciare certo agli opportuni aggiornamenti della comunità formativa che è il Seminario. Certamente si dovrà garantire il tempo e lo spazio necessari ("venite in disparte") per approfondire e verificare la chiamata al ministero sacerdotale e, per la Chiesa latina, il carisma del celibato in un’intensa vita spirituale marcata da ritmi custoditi e guidati. Al contempo, però, il Seminario non dovrà risultare un’esperienza prolungata lontana dal Popolo di Dio.
Pare necessario prevedere lungo il percorso anche altri moduli formativi, non alternativi ma complementari al "luogo/tempo" del Seminario che garantiscano ai candidati un reale abitare la condizione umana ordinaria e l’immersione stabile nel vissuto della comunità cristiana, capaci di assicurare una solida maturazione integrale: evitando così condizioni di separatezza dove più facilmente si covano irresponsabilità, dissimulazioni e infantilismi clericali. Questa modulazione di luoghi e tempi differenti nell’itinerario verso il ministero ordinato facilita, tra l’altro, una formazione condivisa con fratelli e sorelle impegnati in altri percorsi vocazionali/ministeriali, attivando dinamiche di mutuo riconoscimento e valorizzazione.
Cultura Digitale e Integrità Personale
Nel documento del Gruppo di studio n. 4, la cultura digitale è presentata come un fattore ormai strutturale della formazione. Viene indicata tra le attenzioni da includere nei percorsi formativi, chiedendo "una sapiente considerazione dell’incidenza della cultura digitale nei processi formativi". In sostanza, il digitale è trattato come un ambiente che plasma discernimento, abitudini quotidiane, stili relazionali e percorsi educativi, perché incide in modo diretto su mentalità, linguaggi e comportamenti dei candidati.
La "Ratio" (2016) si muove nella stessa direzione, parlando del digitale come di una nuova "agorà" e integrandolo nell’itinerario formativo, con l’attenzione tipica di un testo disciplinare: il tema viene trattato soprattutto come campo da comprendere e da governare, con prudenza verso rischi e dipendenze e con l’idea di educare a un uso responsabile degli strumenti.
L’integrità di un maestro spirituale "sarà evidenziata anche nelle sue abitudini online". Il punto non è soltanto "gestire" internet; è capire che ciò che un sacerdote fa online rivela il suo cuore, la sua disciplina interiore, la sua libertà dalla ricerca di consenso, la sua capacità di custodire silenzio, pudore, verità. In questa prospettiva, il digitale non è un settore da amministrare: è un luogo in cui si misura la qualità reale della vita spirituale e, quindi, la credibilità del ministero.
La riforma della formazione sacerdotale
Il Primato della Vita Spirituale
La "Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis", quando chiede una "armoniosa interazione tra… vita di preghiera e apprendimento teologico", si muove proprio nella direzione che la vita spirituale non è un’aggiunta al resto dell’esistenza, ma la sua anima. Questo documento, pur senza negare la dimensione spirituale, concentra la sua spinta principale sulla conversione delle relazioni, sugli assetti formativi e sui processi di partecipazione. Il rischio è evidente: la riforma della formazione sacerdotale può scivolare in una sorta di ingegneria ecclesiale se non resta rigidamente subordinata al primato della preghiera e della configurazione a Cristo.
Il limite di fondo di questo Rapporto è l’aver scambiato la formazione sacerdotale per un problema di assetti, processi e partecipazione, come se bastasse riorganizzare i meccanismi per generare preti solidi. Ma il sacerdozio non nasce da un set di procedure: nasce da una vita reale di preghiera, da una configurazione a Cristo custodita e verificabile.
"La formazione dei presbiteri nelle Chiese in Italia": Nuove Proposte
La recente quarta edizione del documento "La formazione dei presbiteri nelle Chiese in Italia" recepisce le istanze sinodali pur non rifacendo la "Ratio Fundamentalis" del 2016. Questo documento propone "coordinate e piste operative per un aggiornamento della formazione al ministero sacerdotale in sintonia con la conversione sinodale-missionaria della Chiesa".
Le istanze dell’Assemblea Sinodale circa l’identità relazionale del ministero ordinato "nel e dal" Popolo di Dio sono raccolte senza indugio: una formazione che si svolga nel vissuto ordinario delle comunità cristiane; momenti non solo sporadici di formazione condivisi con altri membri del Popolo di Dio; una più ampia partecipazione di persone di varie vocazioni alla formazione dei futuri pastori, con particolare attenzione all’apporto delle donne e delle famiglie; l’acquisizione di competenze indispensabili per una Chiesa sinodale, come l’ascolto, il dialogo, la corresponsabilità e il discernimento ecclesiale.
Il documento proposto fornisce dapprima un quadro ecclesiologico-pastorale alla luce del quale rivedere e attuare secondo la "novità" sinodale la formazione presbiterale. Esso mette a fuoco la figura della Chiesa e, rispettivamente, quella dei presbiteri. La comune missione di tutti i battezzati si regge su una grande varietà di doni, che per la loro indole evangelica, fruttificano nella comunione del Popolo di Dio, di sua natura missionario. In rapporto a questo sviluppo sinodale dell’ecclesiologia conciliare, l’identità dei presbiteri va delineata in chiave relazionale e comunionale. Se il riferimento a Gesù Cristo Capo, Servo e Pastore è fondante, esso sarà davvero fecondo perché, valorizzando la dimensione ecclesiologica del ministero ordinato, lo concepisce "nel e dal" Popolo di Dio.
Sulle note sempre preziose di Presbyterorum Ordinis prende forma pertanto una conversione al servizio, per la quale la fraternità del Popolo di Dio non è seconda né secondaria per l’identità dei ministri ordinati. Tantomeno allora, nel processo formativo al ministero, la fraternità della comunità cristiana può essere disertata o al più vissuta sporadicamente. Essa non è mero scenario, ma luogo vitale, terra buona da cui germoglia e cresce l’identità dei presbiteri.
Piste Operative per una Formazione Rinnovata
Le "Linee-guida" del nuovo documento italiano precisano diverse piste operative:
- Coltivare il nesso tra rapporto con Cristo e vita fraterna: Definire un numero sufficiente di seminaristi e di formatori. All’interno del Seminario, se la comunità è sufficientemente ampia, si costituiscano "gruppi di vita" che consentano un accompagnamento più personalizzato e favoriscano un’esperienza effettiva di condivisione fraterna.
- Formazione a un esercizio sinodale del ministero: Per iniziare all’acquisizione di attitudini e competenze relative alla corresponsabilità e al discernimento comunitario si approfondisca già dalla tappa propedeutica il Documento finale del Sinodo.
- Conduzione sinodale della formazione sacerdotale: Poiché il ministero sacerdotale riceve la sua identità ultimamente cristologica "nel e dal" Popolo di Dio, la formazione ad esso non può non avere il Popolo di Dio, nella sua configurazione carismatico-gerarchica, come suo soggetto proprio. Presupposto su cui investire maggiormente è la formazione dei formatori, con particolare riguardo alla loro capacità di vivere in fraternità e operare sinodalmente. Non basta procedere nella prassi già avviata del coinvolgimento di religiosi, religiose, laici e laiche competenti nell’insegnamento accademico e pratico, ma si tratta di includere donne preparate e competenti come corresponsabili a tutti i livelli della formazione, anche nell’équipe formativa.
- Corresponsabilità differenziata: Per l’elaborazione della "Ratio Nationalis" e del progetto formativo dei singoli Seminari i Vescovi devono promuovere l’apporto di persone di diverse vocazioni. Nella cura e nell’accompagnamento dei cammini di vocazione si deve riconoscere e sostenere, anche attraverso Centri vocazionali, la vitalità di laici e laiche, delle famiglie, di educatori e catechisti. La valutazione periodica del cammino dei candidati non deve restare appannaggio esclusivo dei responsabili ultimi della formazione; più aperto deve diventare il coinvolgimento di quanti condividono gli ambienti in cui i candidati abitano, studiano, operano.
- Passione apostolica e missione: Non può mancare l’annuncio e il servizio ai poveri all’interno di una complessiva sensibilità al grido delle periferie e del pianeta. Nell’andare missionario e nell’intero cammino della formazione si deve coltivare una fraternità ecumenica e interreligiosa. Inoltre, l’abitare la condizione umana non può che agevolare una formazione omiletica e catechetica che insegni a coniugare il cuore del Vangelo con il vissuto delle folle. I processi formativi provvedano a offrire competenze, strumenti, soprattutto criteri per muoversi pure nella cultura digitale seminandovi il Vangelo. Tratto prezioso dell’iniziazione alla missione sia anche una rigorosa formazione alla cultura della tutela, ponendo le condizioni per una più decisa prevenzione di abusi di ogni tipo.
Il prefetto della Congregazione per il Clero indica dunque tre "parole chiave" per cogliere la visione di fondo del documento:
- Umanità: abbiamo bisogno di sacerdoti "dal tratto amabile, autentici, leali, interiormente liberi, affettivamente stabili, capaci di intessere relazioni interpersonali pacificate e di vivere i consigli evangelici senza rigidità, né ipocrisie o scappatoie".
- Spiritualità: il prete non è un "organizzatore religioso o un funzionario del sacro, ma è un discepolo innamorato del Signore, la cui vita e il cui ministero sono fondati nell’intima relazione con Dio".
- Discernimento: il Papa aveva manifestato la preoccupazione che nei seminari "è tornata a instaurarsi una rigidità che non è vicina a un discernimento delle situazioni".

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