La disputa lacerante sorta all’indomani del 1797 per ricercare e attribuire le responsabilità politiche della fine della Repubblica di Venezia scatenò un dibattito la cui eco, rimasta in sordina durante il Regno Italico, riprese vigore durante il Congresso di Vienna. A essere riproposta sui tavoli della capitale imperiale non fu solo la questione della forma di governo cui Venezia, con il resto del Veneto, avrebbe dovuto soggiacere.
Meno ufficiale, ma non meno urgente, era la scelta della classe dirigente cui affidare il governo dei domini asburgici in Italia, in laguna piuttosto che all’ombra del duomo di Milano. Tale scelta risentiva inevitabilmente del clima di sfiducia, spesso di aperta opposizione, vissuto nei confronti dell’antica aristocrazia marciana. Quanto questa eredità ideale pesasse nell’elaborazione del lutto che proprio allora si stava componendo tra gli epigoni del patriziato e, più in generale, nei sostenitori del modello repubblicano, sarebbe stato chiaro nel Vormärz, il periodo compreso tra il 1815 e il marzo del 1848.
Fu allora, quando il mito positivo del buon governo della Serenissima venne recuperato con l’aiuto fondamentale della borghesia professionale - in specie quella mercantile e forense -, che iniziò quella rivalutazione positiva - sia pure in chiave antiaustriaca - del patrimonio istituzionale veneziano, che i suoi più diretti interpreti non erano stati in grado di difendere. Ma, dopo Campoformido e nei primi mesi del 1798, la presa d’atto della fine dello Stato marciano era ancora troppo onerosa per tutti.

La Crisi della Vecchia Classe Dirigente e l'Avvento Asburgico
Con l’arrivo dell’Austria, il ruolo istituzionale e politico della vecchia classe dirigente fu messo in crisi nella sua stessa natura, equiparato nel rango alla nobiltà del resto dell’Impero, che non conosceva ulteriori distinzioni di lignaggio. A sintetizzare dubbi e incertezze di quegli anni fu, all’inizio del secolo, Alessandro Balbi, un barnaboto democratico e filofrancese durante i mesi della Municipalità.
Indirizzandosi ora a Francesco II, Balbi auspicava l’abolizione del privilegio patrizio perché su esso poggiava la rivendicazione al governo delle classi dirigenti veneziane. «Sostituendo alla sua aristocratica, sovrana nobiltà una nobiltà provinciale vassalla; abolendo un titolo rivoluzionario e surrogandone un altro né vile, né raro, né invidiabile […] Voi, o Sire, con un colpo di penna dareste un esempio di giustizia a tutto lo stato veneto e […] Vi fareste applaudire dall’Europa».
Divenuto suddito asburgico, Balbi aveva sostituito il destinatario degli encomi e degli opuscoli densi di opportunismo, volti a farsi accreditare presso il nuovo sovrano, mantenendo inalterata la polemica contro gli antichi governanti della Serenissima, apostrofati come «nulli in tutto». Altrettanto avrebbe fatto, nel 1806 e nel 1814, con Napoleone e ancora con Francesco I, pur mostrando, nel tempo, un’indubbia predilezione verso il modello viennese, alla luce del quale riuscì a riabilitare anche il passato repubblicano, indicando nell’Austria e nel suo dominio la realizzazione ultima del destino e della felicità dei popoli veneti.
L'Ascesa di Venezia: Come una Città sull'acqua ha Dominato il Mediterraneo
Il Giuramento di Sottomissione e la Nuova Nobiltà
Almeno su un punto Balbi aveva colto nel segno: a rendere tutti ugualmente sudditi degli Asburgo era stato il giuramento di sottomissione pronunciato da patrizi veneziani, radunati in un simulacro del maggior consiglio, nobili di terraferma, capifamiglia cittadini e rurali, in segno di dedizione formale e sostanziale al nuovo sovrano. Se da un lato quindi il giuramento segnerà, nel 1815, la premessa giuridica al ritorno del Veneto nei domini asburgici, dall’altro esso aveva provveduto a porre sullo stesso piano le diverse aristocrazie dell’ex Stato marciano: ricchi patrizi e barnaboti, titolati imperiali e membri dei consigli delle città di terraferma erano, ormai, tutti semplicemente nobili.
Eppure, nel 1798, l’ambiguità persisteva anche a corte, se le istruzioni inviate a Venezia raccomandavano l’assunzione, nei ranghi del governo provvisorio, di «nobili patrizi possessori», ovvero dell’antica classe dirigente con evidente esclusione di coloro che possessori non erano, i barnaboti. Strumentale, dunque, il livore di Balbi verso l’élite aristocratica, ma diffidenza e ostilità verso i patrizi erano sentimenti conosciuti a Vienna già dal 1798, nonostante molti di loro, primo fra tutti Francesco Pesaro, avessero trovato riparo nella capitale, sin dal fatidico maggio 1797.
Il Primo Governo Provvisorio: Figure e Amministrazione
Non fu dunque un caso che la responsabilità del primo governo provvisorio fosse affidata a Giuseppe Pellegrini, un funzionario lombardo proveniente, come tanti altri, dalla Repubblica Cisalpina. Figlio di Antonio, economista e amministratore tra Milano e Vienna, a fianco di Firmian, Pellegrini si era formato nella Lombardia giuseppina di fine Settecento. Membro del dipartimento d’Italia, a Venezia era giunto via Vienna, sull’onda migratoria dei funzionari asburgici in fuga dai francesi. Suo fu il ruolo di commissario civile, a fianco del generale Wallis, per dare attuazione al trattato di Campoformido.
I decreti emanati da Wallis tra il 6 febbraio e il 31 marzo 1798 riportavano indietro la situazione storica alla data del 1° gennaio 1796, anteriore all’ingresso delle truppe francesi nei confini dello Stato marciano. Esclusi gli esponenti più compromessi con la Municipalità, a partire dal 1° ottobre 1798 buona parte dei posti di comando venne progressivamente affidata a uomini che potevano vantare la tradizionale trafila nella burocrazia asburgica. Da capitale, Venezia era diventata capoluogo delle province «austrovenete» e qui trovavano posto il governo con i suoi dicasteri, il magistrato camerale, la direzione generale di polizia, i tribunali revisorio e d’appello, oltre a quelli di commercio e di sanità e alle istanze inferiori, presenti anche in periferia.
Rappresentanti dell’aristocrazia veneziana, anche «non possidente», almeno sino al 1801, ve n’erano ovunque, soprattutto nelle corti di giustizia. Al governo, presieduto da Pellegrini, trovarono infatti posto tre patrizi, due dei quali - Agostino Barbarigo e Paolo Antonio Crotta, nati nel 1725 - assai avanti negli anni, mentre il terzo - Pietro Zen, nato nel 1751 - era di gran lunga più giovane. A capo della direzione generale di polizia vennero sistemati due ex inquisitori di Stato e consiglieri dei dieci come Zuanne Zusto (1718-1800) e Girolamo Ascanio Molin (1738-1814).
Era come se fosse stato riesumato un simulacro di quelle magistrature repubblicane, dove i due si erano seduti più volte tra il 1771 e il 1796, con l’intento di incutere timore sugli ultimi «giacobini» che ancora non avessero preso la via dell’esilio. Zusto, nel 1797, era stato preposto alle ultime difese dei lidi contro improbabili attacchi francesi; assai malandato e quasi sordo, sarebbe morto di lì a due anni. Molin invece restò in carica fino all’organizzazione definitiva (1803). Personalità di ben altra rilevanza politica e culturale, Molin, oltre ad aver percorso un ricco cursus honorum nelle istituzioni repubblicane, era membro di numerose accademie grazie a una produzione storico-letteraria manierata e arcadica, ma non corriva, e soprattutto in virtù di un sincero mecenatismo che aveva fatto della sua villa bassanese un vitale centro di artisti e letterati.
Nei settori tecnici di maggiore rilevanza, come il magistrato camerale e, più tardi, l’intendenza di finanza, l’Austria pose uomini di estrema affidabilità: la scelta ricadde su Stefano Lottinger, già intendente nella Milano asburgica, mentre ai patrizi restava pur sempre la direzione dell’Arsenale, assegnata ad Andrea Querini Stampalia. Zan Piero Grimani (1754-1820 ca.), già ambasciatore a San Pietroburgo, destinato alla presidenza del tribunale di sanità, si troverà improvvisamente, dopo la fugace apparizione di Pesaro, alla guida del governo (1799-1801) - spesso sotto tutela di rappresentanti asburgici come Christoph Alois von Roner o Filippo Ghisilieri - e restandovi come vicepresidente sino alla riforma di Bissingen (1803).
Completamente in mano all’aristocrazia era inoltre la congregazione nobile delegata, ibrida forma di organismo comunale - a capo non vi era un vero podestà - che si occupava, senza alcuna autonomia economica, di compiti tipici di un’istituzione municipale, dall’annona al militare, dalla manutenzione di strade e acque ai monumenti.
Le Sfide della Burocrazia e l'Integrazione Amministrativa
Ma un nuovo problema, non meno pressante del dualismo tra nobiltà e patriziato, era ben sintetizzato dalla domanda che, con forte senso di retorica, si poneva un altro poligrafo dell’epoca, Troilo Malipiero: «dovranno tutti essere impiegati quei che lo furono prima della fatal epoca 12 maggio 1797?». Al di là infatti delle distinzioni di censo e di rango, al di là delle opinioni politiche, quale doveva essere il criterio discriminante per assumere o riammettere in servizio giudici e consiglieri, funzionari e impiegati, direttori e segretari, aggiunti, cancellisti, contabili?
Il problema diveniva insolubile soprattutto nelle magistrature giudiziarie, dove le cariche erano sempre state rette gratuitamente dai patrizi. Si poneva quindi un ulteriore ostacolo: come dare uno stipendio a questa moltitudine? Destinando a tutti una specifica retribuzione, si sarebbe operata una sorta di intervento assistenziale verso aristocratici in bolletta e impiegati disoccupati dall’Austria. Ciò era ben chiaro a Pellegrini, al punto da ricordare al ministro degli Esteri, il barone di Thugut, «se mai sembrasse […] eccessivo il numero de’ subalterni […] che, dopo il numero degli impiegati provvisoriamente, è restato senza pane […] qualche migliaio di persone, che sfornite di qualunque risorsa presentano al pubblico un quadro spiacevole di miseria e di disperazione».
Reintegrare nel ruolo la mole di impiegati «buoni e non buoni, necessari e non necessari», già alle dipendenze della Repubblica, non era solo questione di equità o, al massimo, di ordine pubblico. Dietro al problema dello stipendio, si celava in realtà l’intenzione di dar vita a un corpo di funzionari per professione, com’era nella tradizione asburgica, e come avverrà solo a partire dal 1801.
Il Ritorno di Francesco Pesaro e le Aspirazioni Veneziane
La nomina di Pesaro colse di sorpresa persino l’entourage veneziano più vicino all’ex procuratore di San Marco. Pesaro, infatti, fuggito in Istria e di lì a Vienna alla vigilia del 12 maggio 1797, era stato tra i pochi - assieme a Francesco Labia - a non rientrare nel corso del 1798, nella convinzione che, così, fosse più facile preparare un trionfale ritorno. A Venezia aveva lasciato più detrattori che estimatori e tuttavia il suo arrivo fu salutato da nuove illusioni: al ricordo della fuga ignominiosa, alle voci che lo volevano denigratore interessato di Pellegrini, accusandolo di incapacità, si sovrappose l’attesa di quanti, dai nostalgici del corno dogale ai rappresentanti del ceto mercantile, confidavano che il suo arrivo potesse contribuire al rilancio della città.
Sin dalla nomina (19 gennaio 1799), fu subito chiaro che egli avrebbe dato corpo a un sentimento di rivalsa mai definitivamente sopito. Pur all’interno di una rinnovata e formale sottomissione all’Austria, l’antica classe dirigente cercava così di ritagliare, per Venezia più che per il Veneto, un originale spazio di autonomia, sconosciuto al resto dell’Impero. D’altro canto, inizialmente Vienna assecondò il progetto: a pochi mesi dall’ingresso delle truppe di Wallis, parve opportuno accattivarsi le simpatie di una parte consistente della città, facendo leva sul sentimento nazionale del patriziato e della collettività cittadina.
Pesaro, cioè, avrebbe potuto essere un ottimo traino verso una piena e complessiva osmosi delle classi dirigenti venete all’interno della monarchia asburgica e il censore necessario per liberarsi degli ultimi oppositori. Dotato di poteri più ampi di quelli di Pellegrini, il commissario straordinario si circondò, nelle stanze di Palazzo Ducale, di un buon numero di antichi compagni di toga e di giovani leoni: confermati Molin, Zusto, Grimani e Querini, alla commissione di Pellegrini e dei tre consultori (Barbarigo, Crotta, Zen) ne venne contrapposta un’altra presieduta dal fido Iseppo Priuli (1764-1822), a lui unito nell’esilio viennese, affiancato da tre assistenti: il nipote di Pesaro Zuanne Manin (n. 1774), Antonio Diedo (n. 1772) e Zuanne Contarini (n. [data mancante nel testo originale]).
Repressione e Resistenze Culturali
Ma il commissario andò oltre i compiti assegnatigli, non accontentandosi di distribuire i posti di comando all’interno del patriziato, ma dando il via a repressioni ingiustificate, che continuarono anche dopo la sua morte. In laguna, infatti, non soffiava aria di aperta opposizione verso l’Austria: in esilio la gran parte dei democratici, a Venezia erano rimasti personaggi di limitato respiro politico.
Pochi irriducibili, spesso ex municipalisti provenienti dalla piccola borghesia impiegatizia - segretari, scrivani, uscieri - o dai quadri inferiori dell’esercito, qualche artigiano o commerciante ebreo, il console francese Giuseppe Ferratini. C’erano poi i docenti dello Studio di Padova, verso i quali Pesaro nutriva particolari sentimenti di vendetta sin da quando, riformatore dello Studio, aveva avuto numerosi scontri con alcuni di loro, in particolare con il fisico Simone Stratico, più volte rettore tra il 1765 e il 1798.
Un senso di fronda, ispirato tuttavia più a uno snobismo filofrancese alla moda che non a un reale sentimento di opposizione verso gli Asburgo, si avvertiva anche negli esclusivi salotti di Isabella Teotochi Albrizzi, di Marina Benzon e, in parte, di Chiaretta Corner, che assieme al marito Alvise Zaccaria Contarini sposerà in pieno la causa austriaca solo dopo il 1815.
L'Evoluzione dei Salotti Veneziani
Erano questi, infatti, luoghi della sociabilità d’opposizione solo in senso molto lato: vi si ricevevano infatti i pochi intellettuali e le figure di un certo rilievo culturale ancora rimaste nei confini veneti, o quelli di passaggio in laguna, da Madame de Staël (a Venezia nel 1805) agli ufficiali italici che portavano notizie fresche sull’andamento della guerra. All’inizio dell’Ottocento, i salotti, a Venezia come a Milano, stavano evolvendosi da ritrovi mondani a circoli culturali, più spesso letterari.
Proprio Isabella Teotochi Albrizzi, Giustina Renier Michiel o Fanny Morelli, vicine all’ambiente accademico e artistico, erano riuscite a richiamare nei loro circoli persone di estrazione culturale e politica eterogenea, la cui presenza si giustificava in chiave formativa e informativa, come apparirà chiaro nell’arco del XIX secolo.
La fine di Pesaro (25 marzo) fu, dunque, tanto repentina quanto salutare. Infatti, se le persecuzioni nei confronti di avversari e democratici, pur eccessive, erano in linea con quanto operato in quelle settimane nella Milano riconquistata dagli austro-russi, come ricordano le Lettere sirmiensi di Francesco Apostoli, ancora più nociva fu l’eredità di anarchica e supponente autonomia innescata nei diversi dicasteri e nelle istituzioni di governo, sull’impronta presunta delle magistrature repubblicane, che trovò spazio soprattutto nell...