Il filosofo idealista tedesco Johann Gottlieb Fichte (Rammenau, 19 maggio 1762 - Berlino, 27 gennaio 1814) è una figura centrale nel passaggio dal criticismo kantiano all'idealismo. La sua riflessione è profondamente radicata nel problema della libertà e nella ricerca di un fondamento certo e sistematico per tutto il sapere, un "Grundsatz".
La "Dottrina della scienza" e i principi fondamentali
Fichte sviluppò la sua filosofia principale, la "Dottrina della scienza" (Wissenschaftslehre), un'opera che rivedette e integrò più volte a partire dal 1794. Questa non è solo un'opera, ma la visione filosofica generale del pensatore, incentrata sull'Io come attività pura e fondante.
I tre principi della "Dottrina della scienza"
Fichte articola il suo sistema attraverso tre principi fondamentali, che superano i principi puramente formali della logica aristotelica (identità, non-contraddizione, terzo escluso) conferendo loro un carattere sostanziale e materiale:
- L'Io pone se stesso: Il primo atto dell'Io è una posizione, una tesi. L'Io si autopone come esistente. Questo principio non afferma semplicemente che A è uguale ad A, ma che l'Io è uguale all'Io, evidenziando un'attività non solo formale ma sostanziale di auto-creazione. È l'identità semplice e incondizionata, il principio di se stessa.
- L'Io pone un non-Io: Poiché non esiste pensiero senza contenuto, una coscienza pensante si costituisce come tale solo in rapporto a oggetti "pensati". L'Io oppone a sé un non-Io, cioè un non-soggetto o oggetto. Questo non-Io è visto come qualcosa di estraneo e contrario all'essenza dell'Io, ma è posto dall'Io stesso.
- L'Io oppone, nell'Io, a un Io-divisibile un non-Io divisibile: L'Io, avendo posto il non-Io, si trova ad essere limitato da esso, e viceversa. Io e non-Io si limitano a vicenda. Questo processo, pur essendo tutto interno all'Io, genera la molteplicità del mondo (il non-Io divisibile) e dei singoli io empirici e finiti (l'Io divisibile). Il non-Io è l'ostacolo che l'Io si pone per potersi realizzare nel successivo superamento di tale ostacolo.
L'Io, per Fichte, è un soggetto unico e infinito, mentre gli io empirici sono manifestazioni particolari e finite dell'Io assoluto, definito anche Io trascendentale o egoità, non come individualità ma come concetto astratto del soggetto.

Il rapporto tra soggetto e oggetto
Il rapporto tra soggetto e oggetto è duplice, richiamando la distinzione kantiana tra ragion pratica e ragion pura:
- Da un lato, il soggetto determina l'oggetto (attività etica).
- Dall'altro lato, l'oggetto determina il soggetto (attività teoretica).
La conoscenza e l'immaginazione produttiva
Nella funzione conoscitiva, Fichte distingue tra immaginazione produttiva e immaginazione riproduttiva. L'immaginazione produttiva è una produzione originaria e inconsapevole in cui il soggetto pone l'oggetto. È un atto inconsapevole, perché, altrimenti, non si spiegherebbe perché, appena nati, non riconosciamo che il mondo non ha esistenza autonoma ma siamo noi a porlo e siamo convinti che esso esista indipendentemente da noi. L'immaginazione riproduttiva consente di riconoscere come propria produzione ciò che si è inconsapevolmente posto.
La difficoltà dell'io empirico a riconoscere l'oggetto come proprio prodotto deriva dal fatto che non è stato prodotto dall'io empirico stesso, ma dall'Io assoluto, di cui l'io empirico è una manifestazione. Per comprendere che il non-Io è una produzione del soggetto, entra in gioco l'intuizione intellettuale, ammessa da Fichte a differenza di Kant, poiché per il filosofo non esistono limiti esterni alla conoscenza e l'Io è assoluto.
Idealismo etico e la libertà
La filosofia di Fichte è un idealismo non solo soggettivo, ma anche etico. L'Io è uno slancio infinito, un'attività che si configura come libertà, poiché non può avere confini o costrizioni esterne. Il suo scopo è la realizzazione infinita della libertà. Gli ostacoli necessari a questa realizzazione sono posti dall'Io stesso inconsciamente, per permettere un superamento che è alla base dell'attività etica. Il male, in questa prospettiva, è l'inerzia, il non agire.
La tensione eccezionale della riflessione fichtiana è interamente incentrata sulla libertà. Fichte vede la libertà come il carattere distintivo dell'intelletto umano, la capacità di darsi una propria direzione e scopo, superando l'autonomia della ragione kantiana per arrivare a una ragione scopo di sé stessa. Il pensiero non è più un semplice presupposto dell'azione, ma diventa oggetto di sé stesso, con l'identificazione di essere e dover essere.

Il superamento della dicotomia fenomeno-noumeno
Fichte opera un superamento decisivo dell'opposizione kantiana tra fenomeno e noumeno. Per Fichte, volontà, soggetto e oggetto sono la stessa cosa, e il mondo intelligibile è la condizione del mondo dei fenomeni, costruito su di esso e fondato sull'Io. In questo modo, fenomeno e noumeno appartengono alla comune radice dell'Io volente. Questo approccio riconosce la coscienza come attività originaria e fondante, identità di coscienza e autocoscienza, essere e pensare, pensare e volere.
La "Disputa sull'ateismo" (Atheismusstreit) e la svolta religiosa
Nel 1798, Fichte perse la sua cattedra universitaria a Jena a causa di accuse di ateismo, scaturite dalla pubblicazione di un articolo intitolato "Sul fondamento della nostra credenza nel governo divino del mondo" nel "Giornale filosofico". In questo scritto, Fichte identificava Dio con l'ordine morale del mondo, una concezione che fu interpretata come irreligiosa. La "Atheismusstreit" segnò la sua espulsione dall'università di Jena.
Nonostante questo episodio, la filosofia di Fichte subì, in età avanzata, una deriva religiosa, nota come "Filosofia dell'Assoluto". Fichte sostenne che questa non era una rottura, ma una continuazione e una necessaria conseguenza del suo pensiero. In questa fase, pur mantenendo un distacco da una concezione tradizionale di Dio come "cosa" (l'essere supremo), ammette la necessità di un essere infinito (Dio) verso cui lo slancio infinito dell'Io possa tendere. L'Io non è più il principio supremo, ma un rispecchiamento di Dio, un essere supremo e infinito che si pone a fondamento dello slancio assoluto dell'Io. Questa fase è anche nota come "dottrina giovannea", per l'analogia con il Vangelo di Giovanni dove il Logos è il rispecchiamento di Dio.
3. Fichte: vita e opere
Il nazionalismo e l'eredità di Lutero
A partire dal 1800, Fichte rivede il ruolo dello Stato, abbandonando il precedente antistatalismo e sviluppando un'idea di nazione come totalità organica. Nei suoi "Discorsi alla nazione tedesca" (1808), scritti durante l'occupazione napoleonica, Fichte inneggia alla liberazione della Prussia e dichiara la superiorità della nazione tedesca per lingua, cultura e religione. La lingua tedesca è considerata pura, non contaminata dal latino, e la cultura tedesca è esaltata attraverso figure come Leibniz e Kant. La superiorità tedesca deriva dalla capacità di riconoscere il valore della libertà e il senso dell'infinito.
La concezione della storia di Fichte è la progressiva realizzazione della libertà umana, intesa come spontanea e consapevole adesione alla legge divina che governa il mondo. In questo, si ritrovano echi del panteismo, dallo stoicismo a Spinoza. La storia è un processo di emancipazione dall'istinto, dove l'uomo diventa libero riconoscendo che il suo libero arbitrio si conforma alla legge.
L'eredità di Lutero nella cultura tedesca
La Riforma protestante di Martin Lutero, iniziata con l'affissione delle 95 tesi a Wittenberg nel 1517, ebbe un impatto epocale sulla cultura, la società e la politica tedesca e europea. Lutero, secondo il filosofo Peter Sloterdijk, "inverte la geopolitica del sacro in Europa e le coordinate centrali del nostro rapporto con la trascendenza". La sua "dieta radicale" contro la Chiesa romana corrotta si basava sulla convinzione che nel rapporto con Dio contano solo la fede, le Sacre Scritture e il battesimo. Ogni battezzato era il proprio sacerdote, vescovo e papa, azzerando le differenze tra sacro e profano.
La traduzione della Bibbia in tedesco da parte di Lutero fu fondamentale per la lingua e la cultura tedesca, diventando il primo testo su cui generazioni di tedeschi impararono a leggere. La teologia luterana, intrisa di un "odio nevrotico contro Aristotele" e la scolastica, negava la capacità umana di sviluppare la "grande anima", affermando che solo la fede in Dio e nella Bibbia salva l'anima.
Lutero non smantellò il Purgatorio, ma lo trasferì nella vita terrena, radicalizzando la dottrina del peccato originale di Sant'Agostino. Questa visione ha avuto profonde ripercussioni sull'etica del lavoro in Nord Europa, contribuendo alla spaccatura tra Nord e Sud, con l'idea che il pentimento si amalgama all'etica del lavoro. La filosofia tedesca, dall'imperativo categorico kantiano all'idealismo di Fichte, Schelling o Hegel, è stata vista come una "metastasi della Riforma", segnata dai "secoli di biblicismo interiore dell'etica luterana".

Fichte e la sua collocazione nel Romanticismo
Fichte si inserisce pienamente nel panorama romantico, in particolare per la sua insistenza sulla libertà e sull'infinito. Il titanismo romantico, con il principio soggettivo che si espande all'infinito, trova riscontro nella sua concezione dell'Io come slancio illimitato. Tuttavia, Hegel criticherà il "cattivo infinito" di Fichte, rimproverandogli la mancanza della totalità in un'epoca romantica che aspirava a essa. Fichte, pur parlando di uno slancio infinito, non lo realizza mai nella sua totalità, rimanendo parziale, ancora vicino a Kant.
La sua evoluzione verso la religione, con l'ammissione di un essere infinito (Dio) a fondamento dello slancio dell'Io, riflette anche una tendenza romantica a superare la ragione illuministica, in alcuni casi sfociando in derive religiose o artistiche, come nel caso di Schelling.