Il tema dell'inferno è cruciale poiché esso si pone dinanzi a noi come la misura della possibilità reale di un radicale e definitivo fallimento della nostra esistenza: è il "per sempre" di questo fallimento. Con le parole di Sant'Alfonso Maria de' Liguori: «abbiamo una sola anima: persa questa è perso tutto; abbiamo una sola eternità: persa questa è persa per sempre».
Questo argomento ci riguarda profondamente in quanto esseri umani e figli di Dio. L'inferno è una possibilità reale perché l'uomo è libero; la libertà, massima espressione della natura umana e frutto della sua dignità spirituale, implica la capacità di aderire consapevolmente alla verità e al bene, ma anche di contraddirli, rendendo la dannazione eterna la massima contraddizione di tale libertà. Anche la retta ragione riconosce l'esigenza dell'inferno, proprio in virtù della sapienza e bontà di Dio.

Le Radici Bibliche della Dottrina sull'Inferno
Già nella sua predicazione, Giovanni il Battista aveva annunciato che il Messia ha in mano il ventilabro con cui pulisce la sua aia: egli raccoglierà il buon grano nel proprio granaio e brucerà lo scarto con un fuoco inestinguibile (cfr Mt 3,12). Gesù stesso mette in guardia più volte dal pericolo di finire nella Geenna, il fuoco inestinguibile (cfr Mc 9,48). San Giovanni nell'Apocalisse descrive il fumo del tormento dei dannati che salirà per i secoli dei secoli (Ap 14,11).
La Natura Definitiva e le Pene dell'Inferno
Lo stato di dannazione è necessariamente "definitivo", e tale definitività va intesa in due sensi. Anzitutto, la condizione di dannazione è definitiva in quanto tale, cioè l'inferno non avrà mai fine. È indubbio che Gesù non scherzasse quando affermava che nella Geenna si è tormentati da un verme che non muore e da un fuoco che non si estingue (cfr Mc 9,48).
In secondo luogo, è definitiva la volontà di ogni singolo dannato di permanere nella dannazione. L'inferno, secondo l'insegnamento cattolico, non è uno spazio fisico o un luogo circoscritto, ma piuttosto uno stato dell'anima: uno stato di lontananza da Dio, caratterizzato da odio e contrasto nei suoi confronti, risultato del rifiuto divino. È la disperazione di un'anima che è senza Dio e sa di non vederlo mai più; i forconi e le fiamme sono una rappresentazione inadeguata di fronte alla profondità di questa disperazione.
Le Due Pene Fondamentali: Pena del Danno e Pena del Senso
L'inferno è anzitutto «separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l'uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1035); questa privazione è chiamata “pena del danno”. Per comprendere la portata di questa privazione, occorre rendersi conto che se nella vita terrena il vuoto di Dio può essere mitigato dall'immersione nei beni materiali o in altri surrogati, una volta trascorsa la scena di questo mondo, l'uomo si trova di fronte alla verità di se stesso, ovvero che tutto in lui dice relazione al Creatore.
Ma nell'inferno i dannati subiscono anche la pena di un «fuoco eterno» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1035), e questa è ciò che chiamiamo “pena del senso”. La sintesi di queste due pene si manifesta così: al momento della morte, l'anima del malvagio, separata dal corpo, entra in una nuova dimensione; sola con se stessa, sarebbe naturalmente spinta alla ricerca di una relazione, ma nessuna relazione è possibile: non con Dio, da cui è inesorabilmente separata; non con altre creature, poiché non ha più i sensi corporei che sono i veicoli naturali della relazione, né l'unione con Dio, da cui deriva l'unione spirituale con tutti coloro che sono uniti a Dio.
L'inferno è uno stato, una vita in cui nessuno entra e nessuno pronuncia il mio nome. I dannati (demoni, angeli maledetti, uomini e donne che rifiutano l'amore di Dio) sperimentano due tipi di terribili sofferenze. La pena della dannazione è una lacerazione profonda, perché l'uomo è fatto per l'amore, per la vita eterna, per vedere Dio, e Lo rifiuta con tutto il suo essere! Il dolore del senso è un'altra sofferenza: il dannato, soggetto a tutti i suoi desideri infiniti, è schiavo dei suoi peccati. Lui che esaltava l'onnipotenza, il godimento assoluto in un cattivo uso della sua libertà, ora è assoggettato a tutto questo godimento. Fondamentalmente si rende conto di essere schiavo del suo peccato e di esserne legato. Questa dipendenza lo brucia e lo schiaccia.
L'inferno non è un luogo, ma lo stato dell'anima che si trova lontano da Dio, in odio e in contrasto con Lui. È la disperazione che si prova nell'odio verso una persona, lo stato delle anime disperate. È l'esatto contrario della gioia, della pace e della felicità che si provano nel trovare la persona amata.

Libertà Umana e la Scelta dell'Inferno
Andare all'inferno è una possibilità sempre reale e incombente finché siamo in questo mondo, ma non è facile. Dio continua a chiamare il peccatore, anche ostinato, alla conversione, senza stancarsi mai; lo segue amorevolmente con la sua grazia, che sempre bussa alla porta del cuore impenitente per poter entrare e risanare la vita disordinata. Dunque è difficile, ma purtroppo non è impossibile.
La Chiesa, nel suo insegnamento, afferma l'esistenza dell'inferno e la sua eternità. Essa non l'ha inventato, ma lo dichiara come una conseguenza della libertà umana. «Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di Lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1033), poiché non si può essere amici di qualcuno e poi fare consapevolmente e deliberatamente ciò che a lui dispiace. «Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l'amore misericordioso di Dio - si legge ancora - significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta».
Le Parole di Papa Francesco sull'Inferno
Papa Francesco ha chiarito che l'inferno non è «una sala di tortura», ma consiste nell'essere lontani per sempre dal «Dio che dà la felicità», dal «Dio che ci vuole tanto bene». Ha sottolineato che l'inferno non è una condanna imposta, bensì una scelta: «All'inferno non ti mandano, ci vai tu, perché scegli di essere lì. L'inferno è volersi allontanare da Dio perché non voglio l'amore di Dio».
Il Pontefice ha anche detto che «il diavolo è all'inferno perché lui l'ha voluto» ed «è l'unico che noi siamo sicuri che sia all'inferno». A tal proposito, la Sala Stampa della Santa Sede ha chiarito che quanto riferito da un quotidiano in un articolo del 2018, con frasi attribuite al Papa sull'inferno, era «frutto di una ricostruzione» e «non una fedele trascrizione».
In sintesi, l'inferno è il libero rifiuto dell'amore di Dio, uno stato di solitudine assoluta in cui i dannati subiscono le due pene. È chiudersi in se stessi, rifiutare l'amore di Dio e la relazione con gli altri, scegliendo l'eternità del peccato, cioè il rifiuto volontario di Dio. Alla morte, l'inferno è il "sacramento nero" del peccato, del rifiuto dell'amore fino alla fine. È un'esigenza sia della giustizia che dell'amore di Dio.
Il peccatore assoluto è colui che rifiuta la salvezza di Dio. Noi siamo esseri liberi e abbiamo la possibilità dell'autodeterminazione: se decidiamo di stare con Dio, si entra nella comunione e nella salvezza. Se decidiamo di odiarlo e di allontanarci, siamo nell'inferno. Gesù ne parla nella parabola del Figliol Prodigo: il figlio, sperperato tutto, poteva tornare o non tornare; non tornando, sarebbe rimasto nell'inferno, ma è ritornato e questo gli ha dato la possibilità della comunione. L'inferno è la scelta che ciascuno compie, non è una condanna da parte di altri, ma una scelta personale.
Cristo Disceso agli Inferi (Shéol o Ade)
La Professione della Fede Cristiana
Nel Credo, la solenne professione di fede che accompagna la vita dei credenti, si ricorda che Gesù «fu crocifisso, mori e fu sepolto; discese agli inferi». Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega che Gesù «era disceso nelle regioni inferiori della terra. Colui che discese è lo stesso che anche ascese» (Ef 4,10). Il Simbolo degli Apostoli professa in uno stesso articolo di fede la discesa di Cristo agli inferi e la sua risurrezione dai morti il terzo giorno, perché nella sua Pasqua egli dall'abisso della morte ha fatto scaturire la vita: «Cristo, tuo Figlio, che, risuscitato dai morti, fa risplendere sugli uomini la sua luce serena, e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen» (525).
Il Significato della Discesa di Gesù
Le frequenti affermazioni del Nuovo Testamento secondo le quali Gesù «è risuscitato dai morti» (1 Cor 15,20) (526) presuppongono che, preliminarmente alla risurrezione, egli abbia dimorato nel soggiorno dei morti (527). È il senso primo che la predicazione apostolica ha dato alla discesa di Gesù agli inferi: Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti. Ma egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri (528).
La Scrittura chiama inferi, Shéol o Ade (cfr. Fil 2,10; At 2,24; Ap 1,18; Ef 4,9) (529) il soggiorno dei morti dove Cristo morto è disceso, perché quelli che vi si trovano sono privati della visione di Dio (cfr. Sal 6,6; Sal 88,11-13) (530). Tale è, nell'attesa del Redentore, la sorte di tutti i morti, cattivi o giusti (cfr. Sal 89,49; 1Sam 28,19; Ez 32,17-32) (531); il che non vuol dire che la loro sorte sia identica, come dimostra Gesù nella parabola del povero Lazzaro accolto nel «seno di Abramo» (cfr. Lc 16,22-26) (532). «Furono appunto le anime di questi giusti in attesa del Cristo a essere liberate da Gesù disceso all'inferno» (533).
«Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati (534) né per distruggere l'inferno della dannazione (535), ma per liberare i giusti che l'avevano preceduto» (536). «La Buona Novella è stata annunciata anche ai morti...» (1 Pt 4,6) (537). La discesa agli inferi è il pieno compimento dell'annunzio evangelico della salvezza. È la fase ultima della missione messianica di Gesù, fase condensata nel tempo ma immensamente ampia nel suo reale significato di estensione dell'opera redentrice a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, perché tutti coloro i quali sono salvati sono stati resi partecipi della redenzione (CCC 634).
Cristo, dunque, è disceso nella profondità della morte (537) affinché i «morti» udissero «la voce del Figlio di Dio» (Gv 5,25) e, ascoltandola, vivessero. Gesù, «l'Autore della vita» (538), ha ridotto «all'impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo», liberando «così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita» (Eb 2,14-15). Ormai Cristo risuscitato ha «potere sopra la morte e sopra gli inferi» (Ap 1,18) e «nel nome di Gesù ogni ginocchio» si piega «nei cieli, sulla terra e sotto terra» (Fil 2,10) (CCC 635).
Un'antica omelia sul Sabato Santo descrive così l'evento: «Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato ed ha svegliato coloro che da secoli dormivano. [...] Egli va a cercare il primo padre, come la pecora smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva, che si trovano in prigione. [...] Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio. [...] Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la Vita dei morti» (539).

Sintesi sulla Discesa agli Inferi
Con l'espressione «Gesù discese agli inferi» il Simbolo professa che Gesù è morto realmente e che, mediante la sua morte per noi, egli ha vinto la morte e il diavolo «che della morte ha il potere» (Eb 2,14) (CCC 636). Cristo morto, con l'anima unita alla sua Persona divina, è disceso alla dimora dei morti (CCC 637).
Come Evitare la Disperazione Eterna
Per le anime che rischiano di allontanarsi da Dio, l'unico modo per evitare la disperazione eterna è accettare la salvezza operata da Cristo. Chi accetta questa salvezza, entra nella possibilità di comunicare e di tornare in comunione con Dio e per questo evita l'inferno. Alcuni teologi sostengono che dopo la morte l'anima abbia un'ultima possibilità di confrontarsi con Dio, e lì avviene la scelta: sì o no. Se è sì, in qualche modo si entra nella salvezza. Se è no, ci si allontana da Dio, dalla sua comunione, ed si entra in uno stato di disperazione, cioè si vive in uno stato di inferno. L'inferno è dentro il cuore dell'uomo, dentro l'anima, nella sua mente, non è da qualche parte.
Nessuno vuole l'inferno per sé o per gli altri. Ricordare l'esistenza dell'inferno ci richiama alla nostra responsabilità. La grande domanda è: se moriamo oggi, siamo sicuri di essere salvati? Il nostro cuore è davvero incline verso Dio? Non preferiamo le creature e, alla fine, non preferiamo noi stessi a tutti gli altri?
Note:
- (525) Veglia pasquale, Preconio pasquale («Exsultet»): Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 168.
- (526) Cf At 3,15; Rm 8,11.
- (527) Cf Eb 13,20.
- (528) Cf 1 Pt 3,18-19.
- (529) Cf Fil 2,10; At 2,24; Ap 1,18; Ef 4,9.
- (530) Cf Sal 6,6; 88,11-13.
- (531) Cf Sal 89,49; 1 Sam 28,19; Ez 32,17-32.
- (532) Cf Lc 16,22-26.
- (533) Catechismo Romano, 1, 6, 3: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 71.
- (534) Cf Concilio di Roma (anno 745), De descensu Christi ad inferos: DS 587.
- (535) Cf Benedetto XII, Libello Cum dudum (1341), 18: DS 1011; Clemente VI, Lettera Super quibusdam (anno 1351), c. 15, 13: DS 1077.
- (536) Cf Concilio di Toledo IV (anno 633), Capitulum, 1: DS 485; Mt 27,52-53.
- (537) Cf Mt 12,40; Rm 10,7; Ef 4,9.
- (538) Cf At 3,15.
- (539) Antica omelia sul santo e grande Sabato: PG 43, 440. 452. 461.