Il Rito del Faro è una tradizione antica e profondamente simbolica, caratteristica della Chiesa ambrosiana, che continua ad affascinare ancora oggi. Questa celebrazione, nota anche per la sua spettacolarità, si svolge in occasione delle feste dei Santi Martiri titolari delle chiese.

Il Rito del Faro per San Vittore: Tra Fede e Comunità
L'antico Rito del Faro si ripete, per esempio, nella Basilica dedicata a San Vittore, il santo soldato e protettore di Varese. Per la festa popolare e per quella liturgica, il prevosto accende il grande pallone di bambagia che simboleggia il martirio di Vittore. La tradizione vuole che si possa interpretare la fiammata: un fuoco propagatosi veloce e vigoroso fa sperare bene.
Una giornata completamente dedicata alla comunità si è svolta, come esempio, domenica 5 maggio 2019 a San Vittore Olona in occasione del santo patrono. La santa messa delle 11 è stata molto intensa e partecipata, alla presenza di autorità civili e militari. Al termine della funzione religiosa, le celebrazioni sono proseguite presso il Centro Sacra Famiglia, a causa del maltempo che impediva di rimanere in piazza, dove erano presenti numerose associazioni come l'oratorio, il Gruppo scout Legnano 1, l'Aeroplano, Una casa per Pollicino, Gruppo Amichevolmente, il Comitato accoglienza bambini di Chernobyl e il gruppo missionario. Qui si è svolto anche il rinfresco, il cui ricavato delle vendite benefiche e le offerte raccolte con l'aperitivo sono state destinate alla Caritas per sostenere famiglie in difficoltà nell’ambito del progetto Zaccheo.
L'educatrice della comunità pastorale S. Antonio abate, Elena Anselmi, ha spiegato che «chi ha partecipato si è divertito tra balli e giochi», e «il riscontro coi genitori è stato buono per le prove che hanno animato le piazze intorno alla basilica facendo misurare i ragazzi con la realtà del centro cittadino alla scoperta di Arco Mera Battistero o Bernascone». L'esperienza mediata dai pupazzi ha permesso ai piccoli di capire come lavora chi presta il primo soccorso.
Il prevosto ha raccontato che sono stati «giorni intensi e di positiva presenza», in cui «è emerso uno spaccato della città e il tentativo di fare raccordo tra rioni, tra realtà che si occupano di solidarietà, di uscire da forme individualiste e l’incontro di fatto della società religiosa e civile». Ha considerato l'evento «tutto sommato positivo, considerate le avversità metereologiche», nonostante l'iniziativa in piazza Podestà sia stata «un po’ deludente» per la partecipazione giovanile, un punto «da ripensare per il prossimo anno». Il rito del faro, in quell'occasione, è stato celebrato due volte: una domenica, alla presenza delle autorità civili, e una nel giorno del patrono, alla presenza dei parroci e dei sacerdoti originari. L'ultimo evento è stato il Concerto di san Vittore con musiche di W. A.
La Storia di San Vittore Martire
Vittore si trovava nei pressi di Lodi all’epoca della persecuzione di Diocleziano contro i cristiani (303 d.C.). In quel periodo, fu accusato e processato a causa della sua fede e imprigionato. Fuggito dal carcere, venne nuovamente catturato e successivamente decapitato, venendo ricordato proprio perché non smise mai di testimoniare la propria fede con coraggio.

Il Rito per Santo Stefano a Sesto San Giovanni: Un'Altra Prospettiva di Significato
Anche a Sesto San Giovanni, durante una messa gremita di fedeli, si ripete la tradizione di ogni Santo Stefano, festeggiato il 26 dicembre. Il pallone di ovatta sospeso nell’aria prende fuoco, e la fiamma alta e omogenea è spesso interpretata come un buon auspicio, come accadde in un 2015 che preannunciava un anno positivo e fortunato per la città. Volgarmente detto “pallone di Santo Stefano”, in realtà si chiama “rito del faro” ed è una tradizione che avviene in tutte le chiese dedicate al Santo, come la basilica di Sesto. Oltre a segnare un auspicio per l’anno imminente, il rito ha un significato molto più profondo, come ricordato durante la celebrazione: «La sfera rappresenta il mondo e come questa brucia in pochi attimi divorata dalle fiamme, così passa anche la vita terrena». Questa festa è anche in ricordo di un martire, anzi, del primo martire cristiano: Stefano, accusato di blasfemia per le sue predicazioni e lapidato intorno al 36 d.C., il cui martirio è descritto negli Atti degli Apostoli.
Significato Teologico e Svolgimento del Rito del Faro
Il rito del faro è una celebrazione assai nota anche a motivo della propria spettacolarità. Il suo significato profondo è espresso dal fuoco: il pallone si consuma e si distrugge, così come i Martiri che hanno vinto «grazie alla testimonianza del loro martirio; poiché hanno disprezzato la vita fino a morire» (Ap XII 11). Il prevosto don Giovanni Brigatti ha anche ricordato i martiri di oggi, sottolineando come sia giusto condividere il loro dramma.
Per celebrare il rito, molto semplice, è necessario preparare un pallone di bambagia con anima metallica, se possibile sormontato da una corona e da una palma. Il globo, così composto, viene ancorato al soffitto e posto all’inizio del presbiterio. All’inizio della Messa, la processione introitale si ferma prima delle balaustre e vengono cantati i 12 Kyrie in groemio Ecclesiae, seguiti dalla sallenda propria, il Gloria Patri e la ripetizione della stessa a mo’ di antifona. Mentre vengono nominate le tre Persone Divine tutti fanno inchino alla croce astile posta in testa alla processione e rivolta al celebrante, al Sicut erat tutti fanno inchino al celebrante e riprendono il cammino verso l’altare. A questo punto viene portato al celebrante un bastone sufficientemente lungo (è sufficiente un bastone per i ceri) con cui incendiare il pallone di cotone. Borgonovo avverte che aggiungere parole come Sic transit gloria mundi è un arbitrio tratto dalla Messa d’incoronazione papale senza alcuna attinenza. Una volta consumato il pallone, la Messa ha inizio.
Nelle terre ambrosiane, i Martiri più venerati e famosi sono i Santi Nazaro e Celso, Protasio e Gervasio, Vittore, Nabore e Felice, Stefano, Sebastiano, Tecla e Agnese: ad essi sono intitolate le chiese più antiche dell’arcidiocesi, a partire dalla città di Milano. Non è raro, nelle parrocchie più zelanti, che questo rito sia ancora praticato in occasione delle feste patronali.
Origini Storiche e Evoluzione del Rito
Secondo lo studioso Archdale King, il rito potrebbe essere nato nelle catacombe, illuminando le tombe dei martiri. La prima menzione, però, si ha, secondo le ricerche di Monsignor Navoni, nel VII secolo, in cui un documento cremonese cita «corona et pharum» da incendiarsi per la festa di San Sisinio martire. Le cronache liturgiche del chierico Beroldo ci raccontano che, nel XII secolo, la croce astile era sormontata da una candela, con la quale, giungendo in prossimità del presbiterio, il chierico dava fuoco ad un pharus, una corona di candele che si accendevano l’un l’altra grazie ad un anello di bambagia.
La Devozione Popolare e la Continuità di una Tradizione
L’entusiasmo popolare per questo rito è stato descritto nei versi di Padre Carlo da Milano OFM Cap., al secolo Domenico Varischi (1903-1990), assistente spirituale dell’Università Cattolica. Un breve estratto da "Ricord de foeugh a Milan", ambientato nel 1914 e intitolato "El balon de la festa", racconta:
«Serom semper tucc denanz, nun bagaj,
visin la balaustra de l’altar
de la mia gesa de la Trinità
(quella veggia che adess han buttàa giò)
per vedè brusà el balon bianc coi stell.
Tutt i fest pussèe grand, el Prevòst vecc,
Corengia (che’l m’aveva battezzàa)
el rivava in corteo, el se fermava
in mezzo al presbiteri, el ceregòt Vago
(grass e bon como el pan) el ghe dava
la canna col candirin pizzàa in cima,
ma prima anmò de toccall, quel balon
el ciappava foeugh, e una gran fiamma
l’andava sù per aria, e poeu fiammell
vegniven anca giò, e chi diseva:
“L’è come el Spirit Sant a Pentecòst”.
E nun, col nas per aria, a bocca averta,
vedevom domà el fil de fer negher
de l’anima del balon tutt brusàa.»
La traduzione in italiano corrente di questi versi è:
«Eravamo sempre tutti davanti, noi ragazzi,
vicino alla balaustra dell'altare
della mia chiesa della Trinità
(quella vecchia che adesso hanno buttato giù)
per vedere bruciare il pallone bianco con le stelle.
A tutte le feste maggiori, il vecchio Prevosto,
Corengia (che mi aveva battezzato),
arrivava in corteo, si fermava
in mezzo al presbiterio, e il chierichettone Vago
(grosso e buono come il pane)
gli dava il bastone con il candelotto acceso in cima,
ma prima ancora di toccarlo quel pallone
prendeva fuoco e una grande fiamma
andava su, in aria, e poi venivano giù
anche le fiammelle e c'era chi diceva
"È come lo Spirito Santo a Pentecoste".
E noi, col naso per aria, a bocca aperta,
vedevamo solamente il filo di ferro nero
dell'anima del pallone tutto bruciato.»
L'autore parla al plurale di "feste maggiori", a dimostrazione che in molte parrocchie il rito era compiuto non solo per il patrono martire, ma anche per altri martiri cari alla devozione popolare, come San Sebastiano. Il testo menziona l’arrivo del prevosto alle soglie del presbiterio e l’incendio del globo, sebbene il significato del fuoco sia stato oggetto di riflessioni diverse rispetto a quella originale del martirio.