La storia del Brasile coloniale è intrinsecamente legata all'opera dei missionari gesuiti, tra i quali spicca la figura di Fernão Cardim. Gesuita di origine portoghese, Cardim fu non solo un attivo religioso, ma anche un fondamentale cronista, le cui osservazioni e scritti offrono una preziosa testimonianza sulla vita e le culture del Brasile tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo.

L'Arrivo dei Gesuiti in Brasile e i Precursori di Cardim
L'insediamento dei gesuiti in Brasile ebbe inizio nel 1549, quando, sotto la guida di Manuel da Nóbrega, arrivarono a Salvador di Bahia. La loro missione principale era convertire gli indigeni al cattolicesimo, adottando un approccio di colonizzazione più razionale rispetto alle pratiche puramente predatorie di molti coloni dell'epoca. Il governo generale per la colonia fu istituito nello stesso anno con la fondazione di Salvador.
Manuel da Nóbrega: Pioniere e Statista
Manuel da Nóbrega, formatosi in diritto canonico all'Università di Salamanca e Coimbra, fu inviato in Brasile nel 1549 per fondare l'Ordine. Nelle sue Cartas, inviate al Provinciale e ai confratelli di Lisbona, emerge un quadro storico e informativo mirato alla catechesi. La sua vita in Brasile può essere divisa in due periodi distinti:
- Primo Periodo (Superiore delle Missioni, Vice Provinciale, Provinciale): Nóbrega svolse un intenso lavoro missionario, dedicandosi alla conversione dei pagani, all'educazione dei bambini e degli adulti, e alla salvaguardia della libertà degli indios. Difese gli indigeni, ma anche i coloni bianchi dalla "barbarie" di alcune tribù, come i Caetés, noti per aver divorato il primo vescovo del Brasile, Sardinha, e i suoi uomini. Studiò gli indios, accettando molti dei loro costumi, ma cercando di moderare la poligamia e l'antropofagia, e di abituarli alla vita del villaggio. Nel 1554, insieme a Padre Anchieta, fondò il collegio dell'altopiano di Piratininga, nucleo della futura città di San Paolo.
- Secondo Periodo (1559-1570): Nóbrega assunse un ruolo più politico, diventando uno "statista". Nel 1560, compì un viaggio con il governatore Mem de Sá nel sud del Brasile, mirato a rafforzare la presenza portoghese e facilitare l'espansione territoriale e la conversione. Sebbene avesse temporaneamente cessato di scrivere lettere durante questo periodo, riprese a farlo per difendere gli indios. I suoi scritti, raccolti in opere come le Cartas do Brasil, sono considerati fondamentali per la storia e l'etnografia brasiliana.
José de Anchieta: Linguista e Etnografo
Nato a São Cristóvão de Laguna (Canarie) nel 1534, José de Anchieta entrò nella Compagnia di Gesù a diciassette anni e accompagnò Nóbrega in Brasile nel 1549. Cofondatore del villaggio di Piratininga nel 1554, visse a stretto contatto con gli indios, dedicandosi all'apostolato e alla catechesi. La sua conoscenza approfondita del clima e della natura brasiliana si riflette in opere come la famosa Epistola quam plurimarum rerum naturalium quae S. Vicenti (nunc S. Pauli) provinciam incolunt del 1560.
Anchieta è celebre per aver pubblicato nel 1595 l'Arte de gramática da língua mais usada na costa do Brasil, la prima grammatica di una lingua indigena (il Tupi), che diede origine alla linguistica dell'America portoghese. Le sue lettere, relazioni e cronache, raccolte in volumi come Cartas, informações, fragmentos históricos e sermões (1933), sono fonti inestimabili di dati su flora, fauna e costumi indigeni.
La Vita e l'Opera di Fernão Cardim
Fernão Cardim nacque a Viana de Alvito, in Portogallo, intorno al 1548. Entrò nella Compagnia di Gesù nel 1566. Nel 1582 fu designato come compagno del Padre Visitator Cristóvão de Gouveia e si imbarcò per il Brasile il 5 marzo 1583, arrivando a Bahia il 9 maggio. Cardim rimase in Brasile come segretario del Visitator e ricoprì in seguito le cariche di Rettore dei Collegi di Bahia e del Rio de Janeiro, diventando uno dei religiosi più influenti nella Provincia del Brasile.
Gli Scritti di Cardim: Cronache di un'Epoca
Le opere di Cardim si collocano tra le più importanti cronache del Cinquecento per la storia della colonizzazione brasiliana. Tra queste spiccano:
- Do Clima e a Terra do Brasil (c. 1584)
- Do Princípio e Origem dos Índios do Brasil e de seus costumes, adoração e ceremoniais (c. 1584)
- Narrativa Epistolar de uma viagem e missão jesuítica
I primi due manoscritti, sottratti da corsari che lo imprigionarono, furono pubblicati in inglese a Londra nel 1625 con il titolo A Treatise of Brasil written by a Portugall which had long lived there. Solo nel 1881 e 1885 furono pubblicati in portoghese, mentre la Narrativa Epistolar apparve per la prima volta nel 1847. Un'edizione unificata dei suoi tre principali scritti, Tratados da Terra e Gente do Brasil, fu pubblicata nel 1925.
La Narrativa Epistolar è particolarmente ricca di dettagli personali e informazioni sull'economia e la società coloniale, inclusi il numero degli zuccherifici, la produzione di zucchero, la composizione demografica (bianchi, indios, neri), i mezzi di sussistenza, i vestiti e i divertimenti. Cardim stesso notò la "dolce vita" di Pernambuco, che trovò più vanitosa di Lisbona. La sua Informação da missão do Padre Cristóvão de Gouveia às partes do Brasil, ano de 83, offre un resoconto delle sue esperienze tra il 1583 e il 1590 nelle varie Capitanerie.
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Prigionia e Ritorno
Nel 1598, Cardim fu eletto Procuratore della Provincia del Brasile a Roma. Durante il viaggio di ritorno, nel 1601, la sua nave, l'urca fiamminga "São Vicente", fu catturata da due navi di corsari inglesi comandate da Francis Cook. Insieme ad altri religiosi, fu imprigionato in Inghilterra, prima a Plymouth e poi a Gatehouse a Westminster. Da questo periodo di prigionia sono rimaste una decina di lettere, conservate a Hatfield House, scritte in latino e spagnolo, poiché Cardim non parlava inglese.
Dopo essere stato liberato, Cardim tornò in Brasile e riprese la sua attività missionaria. Ricoprì la carica di Provinciale tra il 1604 e il 1609 e contribuì alla redazione delle Ânuas (rapporti annuali) dell'Ordine, specialmente per la regione di Bahia. Morì ad Aldeia do Espírito Santo (oggi Camaçari, Bahia) il 27 gennaio 1625, dopo essere stato Rettore del Collegio di Bahia nel 1624, durante l'invasione olandese.
Le Popolazioni Indigene e l'Opera Missionaria
Gli scritti dei primi gesuiti, e in particolare le lettere di Manuel da Nóbrega, offrono una vivida descrizione delle popolazioni indigene del Brasile e delle sfide affrontate dai missionari. Al loro arrivo, i gesuiti trovarono una terra con culture proprie, riti semplici e leggende tramandate oralmente. Gli indigeni, vivendo spesso nella selva in capanne, non conoscevano l'uso del ferro e rappresentavano una "tabula rasa" su cui i missionari intendevano scrivere le virtù cristiane.
Descrizioni Geografiche e Culturali (dalle lettere di Nóbrega)
Nóbrega descrisse il Brasile come una terra vasta, con mille leghe di costa popolata da gente nuda, sebbene in zone più temperate le donne indossassero vesti di cotone. Il clima era mite, l'estate sopportabile e la terra molto umida a causa delle abbondanti piogge. La dieta locale si basava su frutta (non sempre buona come quella europea, ma con potenziale di crescita per quest'ultima), la mandioca (da cui si ricava la farina staple), pesce, molluschi, cacciagione e oche allevate. Nóbrega considerava la terra molto salubre, notando l'assenza di morti per febbre, solo per vecchiaia, "mal francese" o idropisia. Citò anche l'uso del tabacco per la digestione, sebbene i cristiani lo evitassero per non conformarsi agli indigeni.
Riguardo alle credenze indigene, Nóbrega osservò l'assenza di dottrine o monumenti. Inizialmente non riconobbe gli idoli, ma successivamente identificò i maracás (zucche rituali) e le "capanne sacre" come tali. Il timore reverenziale per il tuono, Tupã, suggeriva l'idea di Dio. Gli indigeni si meravigliavano del culto cristiano e credevano facilmente a ciò che veniva loro detto.
Cerimonie e Usanze Tribali
Nóbrega descrisse una cerimonia sciamanica annuale: un "feiticeiro" (stregone) arrivava da lontano, accolto con feste e danze. Le donne confessavano pubblicamente le loro mancanze coniugali. Lo stregone, parlando con voce infantile attraverso una zucca dalle fattezze umane, prometteva abbondanza, guarigioni, successo nella caccia e lunga vita, e persino la capacità di ringiovanire le donne anziane. Durante la cerimonia, le persone, in particolare le donne, tremavano e schiumavano dalla bocca, credendo che la santità entrasse in loro.
Tra le diverse tribù, Nóbrega menzionò i Goianeses, i Carijós (considerati i migliori della costa) e i Gaimurés (o Aimorés), che vivevano sui monti e si ritenevano "fratelli" dei portoghesi per la barba, a differenza di altri indigeni che si rasavano e si adornavano con ossa. Le tribù erano costantemente in guerra. I prigionieri venivano accuditi dalle figlie dei capi, poi uccisi e mangiati in cerimonie. Anche i figli nati dai prigionieri venivano talvolta uccisi e mangiati dalle proprie madri, una pratica che Nóbrega definì "abominevole". I nemici uccisi in battaglia venivano affumicati e consumati in feste, mosse da odio e vendetta, non da cupidigia.

Vita Sociale e Spirituale
I Tupiniques e i Tupinambás vivevano in grandi case di palma che ospitavano fino a cinquanta individui con le loro famiglie. Dormivano in amache di cotone vicino al fuoco, che serviva sia per il freddo che per allontanare i demoni. Tutto era in comune, soprattutto il cibo, che non veniva conservato. Anche queste tribù avevano i loro stregoni (pajé) che presiedevano cerimonie, curavano i malati e davano consigli in guerra. Questi sciamani erano considerati i peggiori nemici dei missionari, poiché convincevano i malati che i gesuiti inserissero oggetti estranei nei loro corpi.
Le usanze funerarie prevedevano la sepoltura dei defunti seduti in un'amaca, lavati e con cibo. Si credeva che le anime vagassero per i monti e tornassero alla tomba per mangiare e riposare. Le fosse erano rotonde, e per i defunti importanti si costruiva una capanna di palma. Avevano anche memoria di un diluvio universale, da cui si era salvata solo una vecchia su un albero alto. I missionari speravano di far abbandonare agli indigeni queste "cattive abitudini", sebbene ciò comportasse il rischio di conflitti.
Il Diálogo sobre a Conversão do Gentio di Nóbrega, composto tra il 1556 e il 1558, esalta il valore umano e cristiano della catechesi e si rivolgeva agli scolari gesuiti e ai coloni, fornendo una guida su come interagire con gli indigeni.