Tra gli artisti contemporanei emergenti, la produzione di Fabrizio Evangelisti risulta significante nella capacità di inserire nelle opere ritratti di uomini e donne che simboleggiano l’oppressione della società contemporanea. La sua ricerca artistica studia e critica un problema che affligge l’uomo odierno: l’Inquadramento dell’anima.

La poetica del quadrato nero
Sebbene il quadrato nero che fa da sfondo alle opere di Evangelisti possa evocare l'estetica del pittore suprematista Kazimir Malevič, l’artista chiarisce che non vi è una diretta ispirazione. Analogamente agli intenti dell’astrattismo, il quadrato nero è espressione delle sue emozioni, ma non cerca l’estrema semplificazione geometrica o la non rappresentazione del reale. Il quadrato è, soprattutto, una rappresentazione simbolica di una società opprimente.
I soggetti che interagiscono con il quadrato sono figurativi, ispirati alla realtà, e raccontano le esperienze quotidiane dell'artista. La società in cui viviamo non dà spazio alle molteplici forme di un’anima; al contrario, la deforma e la inquadra affinché sia incasellabile nei suoi meccanismi.

Tecnica e percorso creativo
L’artista predilige la tecnica dell’olio su tela, lavorando su formati tassativamente quadrati di 100x100 cm. La malleabilità delle mescole e la lenta asciugatura permettono di modificare il processo creativo e assecondare i continui ripensamenti. Il linguaggio visivo si fonda sul contrasto tra il bianco e il nero, con sequenze di scatole prospettiche che provocano un profondo senso di turbamento.
Opere significative
- Mai Inquadrato (2015): Un ritratto autobiografico dove il quadrato nero è stretto e il personaggio si sforza di rimanere in superficie, cercando di non affondare nell'oscurità.
- Vieni a giocare con noi (2015): Rappresenta il lato manageriale dell'artista, corrotto dall'inquadramento, che tenta di insidiare un'anima ancora non compromessa.
- Continuous Improvement (2016): Analisi del top manager che ha sostituito il proprio cuore con il quadrato nero, simbolo di una dipendenza totale dal lavoro e dal carrierismo.
- L’orchestratore (2018): Metafora di chi dirige le risorse umane con cinismo, cospirando nell’ombra per mantenere il potere.
- Anelando carogne (2016): Un avvoltoio attende le anime morte a causa dell'inquadramento, rappresentando il punto di arrivo di una vita sacrificata alla logica del sistema.

L'artista tra due vite
La figura di Fabrizio Evangelisti è segnata da una dualità profonda. Da un lato la sua carriera professionale come manager in un'azienda nel campo della “Difesa”, dall'altro la sua sensibilità artistica fatta di amore, ispirazione e poesia. Spesso l’artista vive veri e propri cortocircuiti emotivi: se nella vita lavorativa è la parte razionale a orientare le scelte e la gestione dei rischi, nell'arte riversa le proprie angosce e il bisogno di comunicare.
Evangelisti si definisce un autodidatta, fortemente predisposto al disegno. La sua arte nasce da un interesse sentimentale verso la pittura, convertito in una rappresentazione neofigurativa necessaria alla comunicazione. Il suo lavoro non è solo anatomia, ma una denuncia sociale che utilizza il volto e l'essenziale per indagare stati d’animo di particolare intensità.
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L'influenza del contesto urbano
Roma, città d'origine dell'artista, gioca un ruolo fondamentale nella sua ispirazione. È un luogo pieno di contraddizioni, dove bellezza, storia e spiritualità si contrappongono costantemente al degrado e alla volgarità. Questa tensione costante alimenta la ricerca introspettiva dell'artista, rendendo le sue opere specchi di una solitudine contemporanea che accomuna l'uomo moderno.
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