"Si chiamava Gesù" di Fabrizio De André, una canzone emblematica del cantautore genovese, è inclusa nel suo album “Volume 1” del 1967. Negli anni ’60, il panorama musicale italiano stava evolvendo rapidamente, e Fabrizio De André emergeva come una voce distintiva, capace di fondere poesia e musica. “Volume 1” rappresenta uno dei suoi primi tentativi di esplorare temi religiosi, anticipando l’approccio più maturo e riflessivo che caratterizzerà “La Buona Novella” di alcuni anni dopo.

De André e la Spiritualità: Un Anarchico con l'Anima Mistica
Sono quarantadue, quasi una su tre, le canzoni in cui De André parla espressamente di Dio o di Cristo. Da ateo, da anarchico, da blasfemo a volte, ma sempre con quella spiritualità che ha diviso la Chiesa e gli ascoltatori. Si è beccato querele, scomuniche, anatemi, ma ha anche aperto il mondo della canzone ai temi mistici, al dibattito sul destino, la vita e la morte, il paradiso e l’inferno.
Il Dialogo con il Divino e l'Umano
Fabrizio, che tornerà tre anni dopo sul tema con un intero album, La Buona Novella, si sentiva un po’ Gesù e non faceva molto per nasconderlo (il “Gesù Cristo privato” di Dori Ghezzi). Anche nella sua vita, la ricerca a volte esasperata degli estremi più perversi, viziosi e plebei, lo vedeva rampollo ribelle di buona famiglia vestire di bianco per distinguersi dagli altri ragazzini. Frequentava compagnie alternative, prostitute, alcolizzati, filosofi, anarchici, e andava a vivere con un intellettuale paraplegico, Piero Repetto, e con un poeta cieco, Riccardo Mannerini, emanando un fascino messianico con la sua faccia sofferta e il lungo ciuffo a coprire l’occhio semichiuso per un problema alla palpebra. «Quello è stato il mio vero cruccio e il motivo per cui non apparivo mai in pubblico. Poi a 35 anni ho fatto una semplice operazione e ho smesso di essere timido», confessava.
In una delle sue ultime canzoni, "Khorakhané", ricanta decine di volte il verso finale “dal punto di vista di Dio” con la motivazione: «Così è troppo forte, devo cantarla ancora più piano, io non posso permettermi di pronunciare la parola Dio ad alta voce, devo cantarla fra me e me».
È significativo notare che la sua produzione artistica inizia con “Preghiera in Gennaio” (Volume I, anno 1966) e si chiude esattamente trent’anni dopo con “Smisurata Preghiera” (Anime Salve, anno 1996), due brani che possono essere considerati vere e proprie preghiere.
Gesù come "Uomo Inumano": Il Cuore del Messaggio
Il testo di “Si Chiamava Gesù” è un vivido ritratto di Gesù come un essere umano, piuttosto che una figura divina. De André descrive Gesù in termini terreni, evidenziando la sua mortalità e la sua natura umana. La canzone inizia con le parole “Venuto da molto lontano / a convertire bestie e gente”, suggerendo l’impatto di Gesù sul mondo senza attribuirgli una natura soprannaturale.
Fra tutte le affermazioni, la più importante riguarda la completa umanità di Gesù e la negazione della sua origine divina e della sua capacità di levare il male dal mondo: non intendo cantare la gloria... di chi penso non fu altri che un uomo, come Dio passato alla storia... De André non professa la divinità del Cristo, ma nei gesti e nelle parole dell'uomo raccontato dagli evangelisti non può non vedere la traccia di qualcosa che va oltre una logica meramente umana: "inumano", dice, a proposito del perdono pronunciato da Gesù nei confronti di chi l'ha messo in croce, laddove un altro avrebbe potuto dire "divino" o "soprannaturale".
Il testo sintetizza la storia e la figura di Gesù, visto non come un Dio sceso in terra, ma come un uomo che, grazie alla forza del suo amore per i propri simili, supera i limiti stessi dell'umanità ("Penso non fu altri che uomo / come Dio passato alla storia / ma inumano è pur sempre l'amore / di chi rantola senza rancore / perdonando con l'ultima voce / chi lo uccide tra le braccia di una croce").
La Riflessione Filosofica di Silvano Zucal
Il filosofo Silvano Zucal ha commentato questa visione definendo Gesù come "Uomo inumano!". Egli la considera una «potentissima definizione cristologica! Uomo in-umano, non dis-umano, né sovrumano. Un concetto più ricco di un intero volume di dogmatica». Secondo Zucal, solo perché Gesù ha compreso tutto dell'uomo, solo perché ha capito e fatta propria la sua abissale miseria, Gesù di Nazareth può essere riconosciuto come il Cristo. Il racconto dell'umanità di quell'incredibile uomo può aprire uno squarcio alla sorpresa, portando il filosofo contemporaneo a proclamare, come il centurione stupito: "Costui davvero era Figlio di Dio!". De André stesso, come un "centurione", riconosceva nella figura del Nazareno un amore "alto" e "altro", che sfuggiva alle normali categorie.

Il "Prodromo" de "La Buona Novella" e l'Allegoria del '68
Considerata a posteriori un prodromo de La Buona Novella, la canzone "Si chiamava Gesù" contiene in effetti un elemento chiave - l'umanizzazione della figura di Cristo - che poi troverà forma compiuta e matura nel capolavoro di De André, pubblicato tre anni più tardi. Questo brano è un susseguirsi di pensieri che delineano già il tema meglio sviluppato in seguito nell’album.
Nel 1970, su idea del produttore discografico Roberto Dané, De André lavorò per oltre un anno ai testi di un disco basato sui Vangeli apocrifi, che a novembre 1970 sarebbe diventato l'album La Buona Novella. «Quando scrissi La Buona Novella - spiega Fabrizio De André - era il 1969. Si era quindi in piena lotta studentesca e le persone meno attente [...] compagni, amici, coetanei, considerarono quel disco come anacronistico. Mi dicevano: “Ma come? Noi andiamo a lottare nelle università e fuori dalle università contro abusi e soprusi e tu invece ci vieni a raccontare la storia [...] della predicazione di Gesù Cristo”».
De André chiarì che «Non avevano capito che in effetti La Buona Novella voleva essere un’allegoria [...] che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazaret e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi».
Gli Aspetti Sociali e l'Umanizzazione dei Vangeli
Nonostante questa lettura, l'autore Walter Muto sottolinea che non si può immaginare un De André cristiano. In quest’opera, gli aspetti più «sociali» di Gesù che incontrano l’anarchico De André, così come gli aspetti più umani di tutti i personaggi, inclusa la Vergine Maria, vengono ancor più «umanizzati», resi più terreni. Questa è d’altronde la caratteristica dei Vangeli apocrifi, che sono stati il punto di partenza del lavoro. Riscoprire e riascoltare oggi La Buona Novella significa mettersi davanti alla croce e rivolgersi a tutti gli altri crocifissi della storia, a tutte le morti innocenti.

Genesi Musicale e Collaborazioni
Le musiche di "Si chiamava Gesù" sono state scritte assieme da Gian Piero Reverberi e Vittorio Centanaro. Centanaro (1929-2011), chitarrista e compositore classico, nonché profondo conoscitore di sonorità medievali e rinascimentali, non fu accreditato per l'assenza alla SIAE, nonostante fosse già autore musicale de "La guerra di Piero". Le sue influenze permeano l'arrangiamento e le cadenze del brano stesso, che così acquista il sapore di un'antica melodia trovadorica. La musica crea un’atmosfera meditativa che complementa perfettamente il testo. La melodia è semplice ma efficace, enfatizzando la voce espressiva di De André e la forza delle parole.
Accoglienza e Censura: Dalla Rai alla Radio Vaticana
L'approccio di De André ai temi religiosi generò reazioni contrastanti. «E mi stupii che un cantautore riscuotesse tanto interesse nel mondo ecclesiastico», confessava De André, «anche se è vero che la radio vaticana aveva lungamente programmato Si chiamava Gesù, che la Rai tenacemente rifiutava giudicandola blasfema».
Un episodio significativo avvenne nel 1968, quando Paolo Villaggio invitò l’amico Faber al programma tv "Quelli della domenica". De André accettò a condizione di cantare "Si chiamava Gesù", ma la Rai, volendo andare sul sicuro, gli concesse solo "La canzone di Marinella", e la partecipazione saltò.
La Canzone Di Barbara
L'Influenza di Don Piana e il "Gesù Umano"
La fortuna di Fabrizio fu anche quella di aver avuto Giacomino Piana (il don Birillo) come insegnante di religione al liceo. Piana aveva sottolineato che Socrate muore come uno scrittore disprezzando la vita, mentre Gesù muore da uomo e sente proprio il distacco dai suoi e sulla croce grida la sua disperazione: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato». Alla fine della lezione Fabrizio comunicò il suo apprezzamento a “quel Gesù così umano”. «Mi piace moltissimo 'Si chiamava Gesù'» confessò don Piana, «la conosco a memoria, è l’espressione profonda di quella lezione».
La Visione di De André: Rivoluzionario, Empatico, Poeta
Il più grande rivoluzionario di tutti i tempi: questo è stato Gesù secondo De André. «Gesù rimane un esempio da imitare» - dirà in una delle sue ultime interviste, al Secolo XIX, il 3 novembre 1997. Nonostante il pensiero ateo e il comportamento agnostico, Fabrizio si rivela, nella canzone, un gran fiero e rispettoso ammiratore del Figlio di Dio, a cui non a caso dedica parecchie altre canzoni e del quale tesse le lodi pubblicamente in interviste o parlando ai concerti tra un pezzo e l'altro.
De André è stato un pilastro della canzone italiana, nella scelta dei temi e nel modo in cui trattarli. La sua produzione poetica è incentrata quasi esclusivamente sui temi sociali: gli ultimi, i diseredati, i suicidi, i drogati, gli emarginati in genere. La sua politica, anarchica, sovversiva, disobbediente alla legge, viene trasformata in poesia.
Questo messaggio enorme attraversa tutti i suoi testi, dal suicida Michè al soldato Piero, fino a Cafiero Pasquale di Don Raffaè. Come nel "Pescatore", che narra di un uomo che incrocia casualmente un assassino affamato ed assetato e, ignorando i suoi problemi con la legge, gli dà da bere e da mangiare: un nuovo Cristo pescatore d’anime che versa il vino e spezza il pane e che perdona anche gli assassini. Aiuta chi va da lui con occhi enormi di paura e non chi si presenta con le armi. Questa è la politica di De André.
È proprio lui che, con il suo marchio speciale di disperazione, consegna alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità. È proprio lui che a distanza di tanti anni combatte una battaglia non ancora vinta del riscatto sociale: la cattiva strada percorsa durante tutto l’arco della sua carriera artistica come della sua vita privata. Sulla cattiva strada di "Bocca di Rosa", dei personaggi della "Città Vecchia", dell'impiegato alienato come del Cristo de La Buona Novella; sulla cattiva strada di "Sally" come su quella di "Princesa" c’è amore un po’ per tutti, perché in fin dei conti - ed è questo il messaggio deandreano - anche se non sono gigli, personaggi buoni, puliti, borghesi, sono pur sempre persone umane, figli vittime di questo mondo.
La poesia di De André ha più linguaggi, come quella dantesca, che poggiano su diversi livelli: il linguaggio semplice e orecchiabile della canzone, il significato letterale del testo e infine il significato più nascosto da svelare e da interpretare. Fabrizio tratta temi alti con un linguaggio accessibile a tutti, narrando le difficili vite dei semplici in modo profondamente umano.