Don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, ha lasciato un'eredità spirituale e pastorale che, a vent'anni dalla sua scomparsa, rimane profondamente attuale. La sua figura è stata quella di un pastore attento a tutto e a tutti, capace di coniugare una vita interiore intensa con un impegno profetico nel mondo. La sua visione si è sintetizzata nella formula «convivialità delle differenze», un principio che ha guidato il suo agire e la sua riflessione teologica.

Già negli anni '90, Don Tonino Bello esprimeva preoccupazione per la direzione che stava prendendo la costruzione europea. Egli notava come l'esperienza della nuova Europa si presentasse con "tristi presagi", avendo "più il sapore di una convivenza economica, di una cassa comune che di una casa comune". Questo preannunciava un'Europa che sembrava svilupparsi "non tanto in una convivialità di differenze quanto attorno al marco e probabilmente attorno a grandi nazioni che renderanno la nostra vita standardizzata un po’ sulla loro".
Per Don Tonino, l'Europa non doveva essere un' "Europa dei mercanti", ma un' "Europa dei fratelli" che si trovano tutti quanti insieme a vivere la loro identità aperta per aprirsi anche all’accoglienza degli altri. Affrontare "tempi difficili" richiedeva, secondo lui, una grande speranza e un impegno collettivo per il cambiamento, superando l'indifferenza attraverso uno sguardo "contemplativo" capace di interiorizzare la realtà senza esserne sopraffatto.
La Spiritualità come Radice dell'Impegno Profetico
Le scelte coraggiose di Don Tonino Bello, il suo impegno per la pace, l’accoglienza degli immigrati e la carità "sine modo" per gli ultimi, affondavano le loro radici in un rapporto speciale con Dio nella preghiera. La sua vita interiore era la sorgente della sua carica profetica e della sua passione per la giustizia. Era spesso nel cuore della notte che si raccoglieva in preghiera, scrivendo lettere, omelie e discorsi, quei testi bellissimi che venivano poi pubblicati sul settimanale diocesano.
Don Tonino ci ha lasciato un'idea originalissima di preghiera, sintetizzata nella parola "contemplattività". Egli ripeteva che il vero cristiano è un contemplattivo perché il suo rapporto con il Signore non va vissuto come fuga dal mondo e dai problemi quotidiani. La preghiera non doveva essere una realtà di contorno, un "merletto che si aggiunge al panno della propria giornata", ma la trama stessa dell'esistenza, capace di resistere alle difficoltà e alle sofferenze.
Il suo vissuto interiore si manifestava in maniera efficace durante la celebrazione dell'Eucaristia o quando si univa alla preghiera del suo popolo, specialmente negli incontri di Quaresima e Avvento con i giovani, dove le sue parole vibranti rivelavano il suo cuore contemplativo e la forza del suo impegno.
La "Convivialità delle Differenze": Principio Architettonico
La "convivialità delle differenze" è un principio fondamentale del pensiero di Don Tonino Bello, richiamato da Mons. Vito Angiuli come "principio architettonico" della sua teologia. Questo concetto non parte dall'analisi della realtà, ma da una prospettiva teologica che interpreta la storia, propone una visione e orienta l'impegno. Per Don Tonino, la convivialità delle differenze si fonda sul mistero della Trinità, che è modello ed energia vitale di comunione e accoglienza reciproca. Non si tratta di una visione meramente sociologica o politica, ma di una riflessione che legge la storia con gli "occhi della fede", approfondendo i misteri rivelati alla luce della tradizione ecclesiale e in dialogo con la sensibilità contemporanea.
Prospettive del Principio Architettonico
Don Tonino sviluppava il principio della convivialità delle differenze in diverse prospettive:
Prospettiva Antropologica
La famiglia è vista come icona e agenzia periferica della Trinità, un luogo dove si sperimentano le relazioni e si educa al rispetto della diversità e all'accoglienza dell'altro. È il "primo laboratorio dove avvengono le sintesi vitali sui valori della pace", dove i rapporti devono essere guidati dalla reciprocità e specificità. I genitori, come "riserva critica" contro discriminazioni e abusi di potere, e i bambini, come "parametro realistico" per rettificare la condotta, contribuiscono a un ideale di pace.
Prospettiva Pastorale
A livello pastorale, la parrocchia deve acquisire una dimensione personale, pluralista e missionaria. Non è un feudo o un club privato, ma una comunità di persone unite in Cristo, aperta all'interno e all'esterno, disponibile ad accogliere le diversità. Deve essere una "Chiesa che non fa discriminazioni, una Chiesa che ha il cuore tenero, di carne, non di pietra. Una Chiesa che non è arcigna. Una Chiesa che non esclude", come lui stesso affermava. L'Eucaristia è l'"epicentro" e la forza della missione, rendendo la parrocchia un "luogo pericoloso dove si fa memoria eversiva della Parola di Dio".
Prospettiva Irenologica (della Pace)
La convivialità delle differenze è la definizione più appropriata della pace, superando il concetto di pace come semplice assenza di guerra o acquisizione di giustizia. La pace, in questa visione, accetta e valorizza le diversità, non omologa e non annulla il prossimo, ma lo esalta e lo accoglie come valore. Questa formula ha il vantaggio di far capire l'analogia tra la pace e la vita trinitaria, che è "convivialità di più persone, uguali tra loro, ma anche distinte, che vivono a tal punto la comunione dal formare un solo Dio". La pace significa superare la "legge di Caino", ovvero il rifiuto della differenza, della convivialità e della fraternità.

L'Ospitalità come Stile Sociale e Teologico
La centralità dell’accoglienza e dell’ospitalità nella vita cristiana era un punto fermo per Don Tonino Bello. L'ospitalità non è solo una virtù, ma il tempo e lo spazio in cui, superando la paura e la mancanza di conoscenza dell’altro, Dio si rivela inaspettatamente. Diventa un locus theologicus, un luogo dove accogliendo reciprocamente gli altri, si accoglie Dio e i suoi angeli. Fin dall'antichità, come mostrano molte storie bibliche (da Abramo al popolo d'Israele come "stranieri"), l'ospitalità è stata un segno di civiltà e umanità. "Al forestiero che si accoglieva a casa non veniva chiesto né il nome né l’identità, perché era sufficiente trovarsi di fronte a uno straniero in condizione di bisogno affinché scattasse la grammatica dell’ospitalità".
Don Tonino sottolineava che l’ospitalità richiede ben più che permettere l’esistenza dell’altro; implica l'accoglienza dell'altro nella propria casa, nel proprio "io allargato". L'ospite ideale è colui che fa sentire l'altro totalmente a proprio agio, come se fosse a casa sua. L'ultima immagine di Dio che il Nuovo Testamento offre è quella di chi bussa alla porta e attende di essere accolto, e Gesù stesso è l'"essere ospitale" per eccellenza. Pertanto, se relazionarsi a Dio è accoglierlo, lo stesso atteggiamento è richiesto verso le altre persone, riconoscendo loro una qualità divina: "ero straniero e mi avete accolto".
Quando invece prevale l’atteggiamento difensivo, e la società si organizza secondo il detto latino «hospes hostis» (ogni straniero è nemico), si assiste a un inesorabile degrado. L'ospitalità implica rispetto, amicizia e umiltà, richiedendo di "rompere i residui di ostilità" e di esporsi all'enigma e al mistero dell'altro con attenzione e simpatia. Come diceva Emmanuel Levinas, "L’altro è un volto da scoprire, contemplare e accarezzare", riassumendo l'intera teoria morale cristiana: "Ama il prossimo tuo come te stesso".

Le "Tre P": La Critica di Don Tonino al Mondo
Nel suo messaggio sulla "I Domenica di Quaresima", Don Tonino Bello analizzava le "tentazioni delle tre P": profitto, prodigio, potere. Esse rappresentano la strumentalizzazione delle cose, di Dio e dell'uomo:
- Profitto: La tentazione di ridurre tutto a economia, a "ventre", convertendo sogni in assegni circolari e massimizzando il profitto. "Fa' che le pietre diventino pane".
- Prodigio: La strumentalizzazione di Dio a fini personali, chiedendo miracoli anziché impegno. "Gèttati dall'alto: Lui ti salverà".
- Potere: La volontà di crescere schienando il prossimo, negandogli dignità e libertà. "Ti darò in mano tutti i regni del mondo".
Gesù, secondo Don Tonino, reagisce con altre tre "P": Parola, progetto, protesta:
- Parola: "Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio". La Parola orienta i passi e spinge alla carità concreta: "spezza il tuo pane con l'affamato. Introduci in casa tua i miseri, senza tetto. Vesti chi è nudo".
- Progetto: "Non tentare il Signore Dio tuo". Non rinunciare a progetti storici precisi che richiedano impegno, fatica, intelligenza. Lottare per la pace e la giustizia con strategie adatte, senza pretendere miracoli da Dio, ma uscendo dal fatalismo.
- Protesta: "Vattene, Satana". Smascherare senza paura i despoti, opporsi al "vitello d'oro della produzione delle armi" e denunciare le strutture di peccato che opprimono i popoli. La Chiesa stessa deve guardarsi dalle insidie del potere, non ambendo ai "segni del potere", ma solo al "potere dei segni", condividendo la sorte degli ultimi e schierandosi con loro.
L'Eredità Duratura di Don Tonino Bello
Don Tonino Bello, il "fratello vescovo povero con i poveri", con il suo pastorale e la croce di legno di ulivo, è stato un esempio vivente dei principi che predicava. Il suo appartamento episcopale era aperto ai senzatetto e ai migranti, la sua porta sempre aperta anche "alla prostituta che gli aveva bussato alle quattro di mattina affamata e fradicia di pioggia". Come presidente di Pax Christi, sfidò i cecchini di Sarajevo, portando aiuti e consolazione alle vittime della guerra di Bosnia, in mezzo al "piccolo popolo di pacifisti".
Il suo testamento spirituale ai giovani è chiaro: "Non abbiate mai paura di essere carichi di utopie, di idealità purissime, soprattutto quelle che si rifanno ai grandi temi della pace, della giustizia, della solidarietà". La sua eredità è incarnata in chi lo ha conosciuto e continua a ispirare iniziative come la Fondazione Don Tonino Bello, l'editrice La Meridiana e numerose cooperative sociali. Monsignor Luigi Martella, suo successore, ha sottolineato la "pesante" eredità del vescovo, che lui stesso ha vissuto come un "fratello maggiore". Don Gigi Ciardo, parroco di Alessano, ricorda come Don Tonino insegnasse che il credente è "l'uomo dalle mani aperte, perché non trattiene mai nulla e nessuno; è l'uomo dalle mani protese, perché fa sempre il primo passo; è l'uomo dalle mani giunte, nella preghiera".
Il suo stile pastorale, pioniere nell'applicazione del Concilio Vaticano II, era quello di una Chiesa "della stola e del grembiule", che legge la Parola di Dio sfogliando anche il giornale. Egli invocava perdono per non aver saputo levare la voce contro leggi "poliziesche" nei confronti dei clandestini, esortando all'ospitalità della soglia. La chiave del suo operato è stata l'applicazione del Vangelo "sine glossa e sine modo", senza aggiunte né menomazioni, ma anche "senza confini e senza misura", offrendo una visione di un'Europa e di un mondo fondati non sul profitto o sul potere, ma sull'accoglienza incondizionata e sulla convivialità delle differenze.