I commenti di Ermes Ronchi al Vangelo offrono una prospettiva profonda e contemplativa sui testi sacri, illuminando il messaggio cristiano per la vita quotidiana. Attraverso le sue riflessioni, Ronchi invita i lettori a riscoprire la presenza di Dio nella storia e nell'esperienza umana, sottolineando temi centrali come l'amore, il servizio, la speranza e la preghiera instancabile.
Il Mistero Pasquale: Dal Cammino di Emmaus alla Tomba Vuota
La Rivelazione di Gesù sulla Via di Emmaus
Nel racconto della III Domenica di Pasqua, Anno A, si narra di due discepoli in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme. Essi conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Tuttavia, i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Dio si avvicina sempre, viandante dei secoli e dei giorni, e muove tutta la storia. Egli cammina con noi, non per correggere il nostro passo o dettare il ritmo, ma prende il nostro passo, senza nulla di obbligato, purché uno cammini.
Gesù raggiunge i due viandanti, li guarda e li vede tristi, rallenta e chiede: "che cosa sono questi discorsi?". Ed essi gli raccontano la sua storia: una illusione naufragata nel sangue sulla collina. Lo avevano seguito, lo avevano amato, dicendo: "noi speravamo fosse lui...". Questa è l'unica volta che nei Vangeli ricorre il termine speranza, ma solo come rimpianto e nostalgia, mentre essa è «il presente del futuro» (san Tommaso); come rammarico per le attese di potere tramontate. Per questo «non possono riconoscere» quel Gesù che aveva capovolto al sole e all'aria le radici stesse del potere. Ed è, come agli inizi in Galilea, tutto un parlare, confrontarsi, insegnare, imparare, discutere, lungo ore di strada.
Giunti a Emmaus, Gesù mostra di voler «andare più lontano», come un senza fissa dimora, un Dio migratore per spazi liberi e aperti che appartengono a tutti. Allora nascono parole che sono diventate canto, una delle nostre preghiere più belle: "resta con noi, perché si fa sera". I discepoli hanno fame di parola, di compagnia, di casa. Lo invitano a restare, in una maniera così delicata che par quasi siano loro a chiedere ospitalità. Poi, la casa non è detto niente di essa, perché possa essere la casa di tutti. Dio non sta dappertutto, sta nella casa dove lo si lascia entrare. Il viandante si ferma; era a suo agio sulla strada, dove tutti sono più liberi; è a suo agio nella casa, dove tutti sono più veri. Il racconto ora si raccoglie attorno al profumo del pane e alla tavola, fatta per radunare tanti attorno a sé, per essere circondata da ogni lato di commensali, per collegarli tra loro: gli sguardi si cercano, si incrociano, si fondono, ci si nutre gli uni degli altri.
Lo riconobbero allo spezzare il pane. Lo riconobbero non perché fosse un gesto esclusivo e inconfondibile di Gesù - ogni padre spezzava il pane ai propri figli - chissà quante volte l'avevano fatto anche loro, magari in quella stessa stanza, ogni volta che la sera scendeva su Emmaus. Ma tre giorni prima, il giovedì sera, Gesù aveva fatto una cosa inaudita, si era dato un corpo di pane: prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Lo riconobbero perché spezzare, rompere e consegnarsi contiene il segreto del Vangelo: Dio è pane che si consegna alla fame dell'uomo. Si dona, nutre e scompare: prendete, è per voi!

L'Alba della Risurrezione e la Fede delle Donne
La Pasqua ci viene incontro con un intrecciarsi armonioso di segni cosmici: primavera, plenilunio, primo giorno della settimana, prima ora del giorno. Una cornice di inizi, di cominciamenti: inizia una settimana nuova, inizia il giorno, il sole è nuovo, la luce è nuova. Il primo giorno della settimana, al mattino presto, le donne si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Luca si è dimenticato il soggetto, ma lo sanno tutti che sono loro, le donne, le stesse che il venerdì non sono arretrate di un millimetro dal piccolo perimetro attorno alla croce. Quelle cui si è fermato il cuore quando hanno udito fermarsi il battito del cuore di Dio. Quelle che nel grande sabato, cerniera temporale tra il venerdì della fine e la prima domenica della storia, cucitura tra la morte e il parto della vita, hanno preparato oli aromatici per contrastare, come possono, la morte, per toccare e accarezzare ancora le piaghe del crocifisso. Le donne di Luca sono una trinità al femminile (R. Virgili): vanno a portare al Signore la loro presenza e la loro cura. La presenza è l'altro nome dell'amore.
Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Il loro amico e maestro, l'uomo amato che sapeva di cielo, che aveva spalancato per loro orizzonti infiniti, era chiuso in un buco nella roccia. Hanno visto la pietra rotolare. Tutto finito. Ma loro, Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo e «le altre che erano con loro» (Lc 24,10), lo amano anche da morto, per loro il tempo dell'amore è più lungo del tempo della vita. Ma il sepolcro è aperto, come un guscio di seme; vuoto e risplendente nell'alba, e fuori è primavera. Non capiscono.
Davanti alla tomba vuota, davanti al corpo assente, è necessaria una nuova annunciazione. Ed ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui. È risorto». Che bello questo “non è qui”! Lui è, ma non qui; lui è, ma va cercato fuori, altrove; è in giro per le strade, è in mezzo ai viventi, è “colui che vive”, un Dio da sorprendere nella vita. È dovunque, eccetto che fra le cose morte. Si è svegliato, si è alzato, è vivo: è dentro i sogni di bellezza, in ogni scelta per un più grande amore, è nei gesti di pace, nel pane spezzato, negli abbracci degli amanti, nella fame di giustizia, nel grido vittorioso del bambino che nasce, nell'ultimo respiro del morente. E chi vive una vita come la sua avrà in dono la sua stessa vita indistruttibile.
La resurrezione di Cristo
Gli angeli ricordano alle donne: «Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: “Bisogna che il Figlio dell'uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”». Non bastano gli angeli; il segno che le farà credere è un altro: «Ricordatevi come parlò quando era in Galilea». Ed esse, con lui dalla prima ora (Lc 8,1-2), “si ricordarono delle sue parole” (v.8). E tutto esplode: le donne credono, perché ricordano. Credono senza vedere; per la parola di Gesù, non per quella degli angeli. Credono prima di vedere, come ogni discepolo. Hanno custodito le sue parole, perché le amano: in noi vive solo ciò che ci sta a cuore, vive a lungo ciò che è molto amato, vive per sempre ciò che vale più della vita. La fede delle donne diventa immediatamente “annuncio” (v.9) e “racconto” (v. 10) agli undici e a tutti gli altri. Questa è la straordinaria doppia missione delle discepole: «annunciarono tutto questo», che è la buona notizia, Vangelo del Vangelo, kerigma cristiano agli apostoli increduli; e poi “raccontavano” queste cose, che è la trasmissione, la narrazione prolungata delle testimoni oculari dalle quali Luca ha attinto il suo vangelo (Lc 1,2) e ce l'ha trasmesso. Come per le donne nell'alba di Pasqua così anche per noi la memoria amorosa del Vangelo, amare molto la sua Parola, è il principio per ogni incontro con il Risorto. Pasqua vuol dire passaggio: abbiamo un Dio passatore di frontiere, un Dio migratore. Non è festa per residenti o per stanziali, ma per migratori, per chi inventa sentieri che fanno ripartire e scollinare oltre il nostro io. Quello che occorre è l'umanità di Dio, che non se ne sta lontano, ma entra nel nostro panico, nel nostro vuoto, visita il sepolcro, ci prende per mano e ci trascina fuori.
Insegnamenti per la XXIX Domenica del Tempo Ordinario
Il Servizio come Gloria: La XXIX Domenica (Anno B)
Nel Vangelo della XXIX Domenica del Tempo Ordinario, Anno B, si legge di Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, che si avvicinarono a Gesù dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Alla domanda di Gesù su cosa volessero, risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù risponde con una bellissima espressione che mette a fuoco la differenza cristiana: «Tra voi non è così!». Gli altri dominano, ma non così tra i discepoli. Essi si metteranno a fianco delle persone, o ai loro piedi, e non al di sopra. Gli altri opprimono; voi invece solleverete le persone, le tirerete su per un'altra luce, altro sole, altro respiro. La storia gloriosa di ciascuno non è scritta da chi ha avuto la capacità di dominarci, ma da chi ha avuto l'arte di amarci: questa è la gloria della vita. Gesù è venuto per dare la sua vita in riscatto per la moltitudine. Egli riscatta l'umano, ridipinge l'icona di cosa sia la persona, cosa sia vita e cosa no, tira fuori un tesoro di luce, di sole, di bellezza da ciascuno. Libera il volto nuovo dell'umanità, riscatta l'umano dagli artigli del disumano; riscatta il cuore dell'uomo dal potere mortifero dell'indifferenza. Gesù è il guaritore del peccato del mondo, che ha un solo nome: disamore.

Giacomo e Giovanni, i “figli del tuono”, gli avevano chiesto, con quel tono da bambini: "Vogliamo che tu ci faccia quello che vogliamo noi...". Gli altri apostoli si indignano, lo fanno per rivalità, per gelosia, perché i due fratelli hanno tentato di manipolare la comunità. Ma Gesù non li segue, va avanti, salva la domanda dei due e anche l'indignazione degli altri: Li chiama a sé, nell'intimità, cuore a cuore, e spiega, argomenta. Questo perché dietro ad ogni desiderio umano, anche i più storti, c'è sempre una matrice buona, un desiderio di vita, di bellezza, di armonia. Ogni desiderio umano ha sempre dietro una parte sana, piccolissima magari. Ma quella è la parte da non perdere. Gli uomini non sono cattivi, sono fragili e si sbagliano facilmente. «Anche il peccato è spesso un modo sbagliato per cercarti» (D. M. Turoldo).
L'ultima frase del Vangelo è di capitale importanza: «Sono venuto per servire». Questa è la più spiazzante autodefinizione di Gesù, la più rivoluzionaria e contromano, ma che illumina di colpo il cuore di Dio, il senso della vita di Cristo, e quindi della vita di ogni uomo e ogni donna. Un Dio che, mentre nel nostro immaginario è onnipotente, nella sua rivelazione è servo. Da onnipotente a servo: una novità assoluta. Alla domanda "Perché Dio ci ha creati?", molti ricordano la risposta del catechismo: "Per conoscere, amare e servire Dio in questa vita, e goderlo nell'altra". Gesù capovolge la prospettiva, le dà una bellezza e una profondità che stordiscono: siamo stati creati per essere amati e serviti da Dio, qui e per sempre. Dio esiste per te, per amarti e servirti, dare per te la sua vita, per essere sorpreso da noi, da questi imprevedibili, liberi, splendidi, creativi e fragili figli.
La Preghiera Perseverante: La Parabola della Vedova (XXIX Domenica Anno C)
Nella XXIX Domenica del Tempo Ordinario, Anno C, Gesù diceva ai suoi discepoli: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: "Fammi giustizia contro il mio avversario". Per un po' di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: "Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi"». E il Signore soggiunse: «(...) Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente (...)». Per mostrarci che bisogna pregare sempre senza stancarsi, Gesù ci invita a scuola di preghiera da una povera vedova. Lungo tutto il Vangelo, il Maestro rivela una predilezione particolare per le donne sole e le rende strumento di verità decisive.
C'era un giudice corrotto in una città e una vedova si recava ogni giorno da lui chiedendo: "Fammi giustizia!". Che bella immagine di donna forte, dignitosa; che non si arrende all'ingiustizia e nessuna sconfitta l'abbatte. In questa donna, fragile e indomita, Gesù mostra due cose: il modo di chiedere (con tenacia e fiducia) e il contenuto della richiesta. La vedova chiede giustizia a chi fa la giustizia, chiede al giudice di essere vero giudice, di essere se stesso. E così accade nel nostro andare da Dio: pregare è in fondo chiedere a Dio di darci se stesso. Ed è tutta la prima parte del Padre Nostro: "sia santificato il tuo nome...", "sia fatta la tua volontà". Che è come chiedere Dio a Dio: "donaci te stesso!". Il grande mistico Meister Eckhart diceva: "Dio non può dare nulla di meno di se stesso". E Caterina da Siena aggiungeva: "ma dandoci se stesso ci dà tutto".

Ma allora perché pregare sempre? Non perché la risposta tarda, ma perché la risposta è infinita. Perché Dio è un dono che non ha termine, mai finito. E poi per riaprire i sentieri. Se non lo percorri spesso, il sentiero che conduce alla casa dell'amico si coprirà di rovi. Vanno sempre riaperti i sentieri del Dio amico. Ma come si fa a pregare sempre? A lavorare, incontrare persone, studiare, dormire e nello stesso tempo pregare? Innanzitutto pregare non significa recitare preghiere, ma sentire che la nostra vita è immersa in Dio, che siamo circondati da un mare d'amore e non ce ne rendiamo conto. Pregare è come voler bene. Se ami qualcuno, lo ami sempre. Qualsiasi cosa tu stia facendo non è il sentimento che si interrompe, ma solo l'espressione del sentimento. «Il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace. Se tu desideri sempre, tu preghi sempre. Quand'è che la preghiera sonnecchia? Quando si raffredda il desiderio» (sant'Agostino).
Pregare sempre si può: la preghiera è il nostro desiderio di amore. Ma Dio esaudisce le preghiere? Sì, Dio esaudisce sempre, ma non le nostre richieste bensì le sue promesse (Bonhoeffer): il Padre darà lo Spirito Santo (Lc 11,13), io e il Padre verremo a lui e prenderemo dimora in lui (Gv 14,23). Non si prega per ricevere ma per essere trasformati. Non per ricevere dei doni ma per accogliere il Donatore stesso; per ricevere in dono il suo sguardo, per amare con il suo cuore.