L'Eremo delle Allodole in Umbria: Storia, Caratteristiche e Spiritualità

L'Eremo delle Allodole, situato tra le colline d'ulivi nella zona tra Campello sul Clitunno e Trevi, in Umbria, è un luogo di profonda spiritualità e di storia singolare. Questo antico eremo, raggiungibile per un tratto solo a piedi, è apparso strano a un cattolicesimo severo ma anche a una società affrettata e a un mondo religioso attivista o dotto. L'eremo francescano di Campello è una macchia bianca nel verde della montagna che sovrasta le Fonti del Clitunno. Risale all'anno mille, ma le prime notizie sicure si hanno nel Trecento. È stato visitato da San Francesco e da San Bernardino da Siena, mentre la grotta su cui sorge è del V secolo e pare fosse abitata da eremiti venuti dalla Siria.

Veduta panoramica dell'Eremo delle Allodole immerso nella Fascia Olivata umbra

Le Origini e la Fondazione di Sorella Maria

La storia recente dell'eremo inizia nel 1920, quando Sorella Maria, una suora francescana, si sente chiamata ad abbandonare l'istituto di vita in cui viveva per cercare una nuova forma di vita, meno strutturata e più aperta all'incontro. Conosciuta come "sorella Maria" o "Maria Pastorella", nelle lettere si firmava francescanamente "la Minore". Tutto ha inizio, attorno al 1920, quando Sorella Maria, francescana missionaria e superiora del gruppo di religiose che nell'ospedale angloamericano di Roma si occupava dell'assistenza dei feriti della prima guerra mondiale, dopo 18 anni di convento, si sente chiamata a uscire dall'Istituto per vivere una vita meno strutturata, più aperta all'incontro. Non c'è contestazione nel suo gesto. Vuole solamente una vita fraterna, regolata e custodita dalla disciplina religiosa, senza voti o alcun legame canonico, per mantenere vivo il senso di libertà proprio dei figli di Dio. Dopo aver vagato per diversi luoghi, si stabilisce in Umbria. Nel 1923 scopre per la prima volta l'eremo, allora quasi un rudere, e se ne innamora. Decide di acquistarlo e di restaurarlo, ma non ha mezzi. L'eremo viene comprato e ristrutturato soprattutto grazie al denaro procurato da Sorella Amata, di fede anglicana, che Maria chiama "la mia prima compagna di preghiera". Nel 1926, nella festa di santa Maria Maddalena, Sorella Maria arriva all’antico eremo già abitato da eremiti e poi Francescani. Vi si era stabilita nel 1926 e qui è morta nel 1961 ed è stata sepolta in un semplice cimitero, sovrastante l'eremo, chiamato "campicello di pace".

La Visione Spirituale di Sorella Maria

Sorella Maria fissò alcune coordinate della nuova esperienza: vita fraterna, regolata e custodita dalla disciplina religiosa, senza voti, tutto per mantenere vivo il senso di libertà proprio dei figli di Dio. Maria non aveva soldi, né salute, né protezione, e affermava: «Noi dobbiamo accettare in tutto la povertà. Non solo nell’incertezza costante del domani, ma anche nell’umiliazione dei debiti. E dobbiamo aver fede, aver fede, aver fede che riusciremo poco alla volta, goccia a goccia a dare ai creditori. Io non ho un capo di casa cui ricorrere. E ho figliole cui provvedere. E non ho nulla, come la vedova, solo un po’ d’olio nel vasetto, per la lampada che non deve spegnersi mai. Ma dinanzi a me c’è Uno più grande di Eliseo. Egli moltiplicherà la goccia di olio nei vasi, mi dirà: và, vendi l’olio, paga i creditori; e del restante sostentati tu e le tue.»

L'eremo fu restaurato intorno al 1930 da Sorella Maria, la quale fondò un ordine monastico che dialogò con le religioni del mondo secondo i precetti francescani di pace e fratellanza. Lo scopo della vita in comune era, e lo è tutt'oggi, vivere come Gesù e servire tutti. Le sorelle non hanno nessuna pretesa di voler fondare una nuova congregazione: desiderano soltanto essere cristiane recuperando lo spirito monastico antico. Si rifanno esplicitamente a Santa Chiara e a San Francesco. Vivono la clausura senza chiusura. C'è una disciplina senza apparato di autorità e senza aiuto dei mezzi tradizionali, come i voti o la regola. Non sono né "monache" né "suore", ma solo "donne" che cercano di vivere come Gesù, con essenzialità e semplicità. Anche se non sono monache nel senso specifico della parola, lo sono nel senso essenziale. Osservano i quattro punti cardini del monachesimo: la preghiera, lo studio, il lavoro, la comunione fraterna.

Eremo delle Carceri - Il Rifugio Spirituale di San Francesco ad Assisi

"Le Allodole": La Comunità e il Suo Spirito

Da novant'anni, all'eremo, sulla scia di Sorella Maria, vivono con continuità alcune sorelle. I vicini le chiamano "lodolette", le "allodole", secondo un'espressione di Sorella Maria: «Loda l'allodola Dio, quando si solleva in alto e quando cade a terra». Fin dalle origini, le donne della comunità vengono chiamate "allodole". Vivono insieme per aiutarsi con il lavoro, con l'affetto, con la preghiera comune. Accettano la carità da tutti e, a loro volta, la praticano con i molti poveri che bussano alla porta dell’eremo. Le "allodole" cercano di vivere una cura attenta ad ogni particolare e ad ogni oggetto «come fosse vaso sacro». Sorella Maria diceva che questo era il «sacrum facere», l'essenza della religiosità: non una serie di atti, ma un perenne stato d'animo per fare le cose più semplici come atto d'amore, e questo diventa preghiera senza fine. Padre Giovanni Vannucci, un grande amico della comunità, affermò: «Il compito religioso è tutto nel raggiungere la pura semplicità». E la «pura semplicità», per le Allodole, è la scoperta del granello di senape in noi stessi, la liberazione da tutte le erronee sovrastrutture personali e sociali che ne soffocano la crescita, è un cuore dilatato che permette di avvicinare ogni essere, da Dio alla fogliolina fragile, con amore e devozione completa.

Pratiche Quotidiane e Filosofia di Vita

Al centro della vita quotidiana, le donne pongono il silenzio, che Sorella Maria amava definire «il guardiano che permette la comunione con Dio e con i fratelli». Esso prepara la preghiera, alimenta la contemplazione, abitua al dominio di sé. All'eremo risuona come una nota di pace ed è un aiuto per chi vive tra il continuo parlare e il rumore della vita quotidiana. Non solo il "silenzio sacro", dalle 10 alle 9 e un quarto del mattino, ma anche quello lungo la giornata che rende più attenti al lavoro e allo studio. Una seconda norma è data dalla comunione con i poveri che, attraverso il fraterno interessamento ai loro bisogni, è sempre stato per loro un impegno sacro. Le sorelle vivono anche l'impegno dell'ospitalità. Infine, vi è l'agape, l'amore fraterno, che costituisce la disciplina di queste donne: è considerato il regno di Dio fra di loro e dentro di loro. È già l'immersione nel cielo e la vita senza fine. L'agape significa «amore» e i primi cristiani l'adoperavano per indicare il convito fraterno in cui facevano memoria della cena del Signore. A queste consuetudini, se ne aggiungono altre che hanno il compito di esprimere il senso di gioia e di festa che deve risuonare nella vita comune dell’eremo: i sorteggi di santi da imitare e di virtù da perseguire durante l’anno; le feste con i pastori della zona; i cambi d’abito ai passaggi di stagione (grigio d’inverno, azzurro d’estate per sottolineare l’armonia con il cielo); le attenzioni particolari e raffinate per le sorelle malate; il gusto, in alcune occasioni speciali, per la cura della mensa. Il vezzo di chiamare la “stanza dei gigli” il guardaroba, “San Basilio” la cella, Tarcisio, Santa Chiara, Angelo Raffaele i tavoli del refettorio.

Sospetto Ecclesiastico e Apertura Ecumenica

Finché Sorella Maria ha vissuto, l'eremo è stato in sospetto alla Chiesa, considerato strano e non inquadrato nelle istituzioni. Avevano amicizie fuori dai quadri consuetudinari: anglicani, protestanti e non cattolici. Soprattutto, sull'eremo aleggiava la figura del modernista romano, Ernesto Buonaiuti, scomunicato dalla Chiesa nel 1926. Nel 1919, Maria lo aveva incontrato in una clinica, gli aveva confidato il suo desiderio di una vita evangelica fuori dai quadri conventuali e nacque un'amicizia intensa rimasta viva negli anni. Maria scriveva, chiamando Buonaiuti con il soprannome di Ginepro: «Sentivo che la mia umile via di semplicità era assai diversa da quella di Ginepro. Ciò che mi unisce a Ginepro è il vincolo dell'affetto. Considero questa amicizia quasi un ponticello tra la Chiesa visibile da cui il povero Ginepro è proscritto...». Nel 1928, la diocesi di Spoleto decretò l'ostracismo per l'eremo, che appariva poco chiaro sotto il profilo della disciplina ecclesiastica: «Si fa noto che nell'ex convento francescano sopra Pissignano in questa arcidiocesi, è vietato a tutti i sacerdoti di celebrare la santa Messa e di compiere qualsiasi altra funzione sotto pena di sospensione a divinis». Fu una lunga stagione di diffidenza. Per 40 anni le sorelle vivono la loro "vita semplice", circondate dal sospetto ecclesiastico, ma visitate da tanti amici.

Sorella Maria non si misurava con i dibattiti teologici e l'eremo, nonostante l'isolamento ecclesiastico, non divenne un ghetto, anzi allargò le sue amicizie e divenne un punto di riferimento fuori da confini troppo stretti. Maria incontra Gandhi a Roma; è in corrispondenza con il dottor Schweitzer, medico e missionario in Gabon, e con tanti altri. Scriveva nel 1936: «Io non ho scelto una religione. La mia religione è la comunione con chi amo e con chi soffre... La mia fede è nel potere unico dell'affetto». La storia dell'eremo è particolare perché le allodole - ben prima del Vaticano II - hanno accolto l'amico e il contrario. Via via nella fraternità hanno coabitato cattoliche, anglicane, episcopaliane. Un ecumenismo ante litteram qualche volta visto con sospetto. Ancora nel 1942, Sorella Maria scriveva: «per me - la fraternità riverente verso le chiese cristiane... verso ogni esperienza religiosa sincera, seppur diversa dalla nostra, è mandato inflessibile ed anche luce sul cammino». Ed ancora: “Siamo discepoli dinanzi a Cristo e dinanzi ai Santi. Noi impariamo dal Poverello, da San Benedetto, da Gandhi, da Budda… Importante è essere discepoli, imparare da tutti e venerare il patire di tutti”. Padre Vannucci scrisse un giorno che: «L'eremo è stato uno dei doni più grandi che il Signore mi ha concesso, la terra dove il sogno e la missione del monachesimo trovano un compimento che aiuta a sperare e a vivere».

Ritratto di Sorella Maria (immagine stilizzata)

L'Ospitalità e il Suo Significato

Le sorelle, nel piccolo eremo, ospitano gli amici, accolgono i poveri e pregano per tanti e per il mondo: «Noi preghiamo per i lontani, noi cerchiamo di renderli presenti tra noi… Vogliamo accostarci riverenti agli oppressi, ai tormentati, agli stanchi, ai soli…». L'ospite, all'eremo, è accolto con festa. Si suona la campana al suo arrivo e alla sua partenza. Non gli si chiede quali siano le sue convinzioni. Le “allodole” accolgono gli ospiti che le vanno a trovare o che vogliono passare là qualche giorno in silenzio e in raccoglimento. I visitatori sono invitati a fare la stessa vita delle “allodole” che pregano anche all’aperto, “in madre natura”, nel giardino o nei boschi attorno all’eremo. All’inizio gli ospiti potevano venire sempre, ora si è pensato di limitare il periodo di accoglienza da Pasqua alla festa dei Santi, per permettere un tempo più tranquillo per la rigenerazione della comunità. Lo spirito di questa ospitalità è sintetizzato splendidamente in una lettera della fondatrice a Don Orione.

La motivazione di un "pellegrinaggio" all'antico eremo sta tutta nel contatto che si può avere con la piccola comunità di donne, apparentemente tagliate fuori dalla storia eppure, nel corso degli anni, capace di tessere amicizie e relazioni straordinarie come quella con Ernesto Buonaiuti, l'intellettuale modernista scomunicato, o don Primo Mazzolari, con padre Turoldo, e con Paul Sabatier, uno dei più importanti biografi di Francesco, con Friedrich Heiler, Albert Schweitzer fino al Mahatma Gandhi, con il quale le sorelle ebbero una fitta corrispondenza e che, nel dicembre del 1931, durante il suo viaggio a Roma, trovò il tempo di passare mezz’ora di tempo con le “allodole”. Il legame con i tanti amici dell'eremo le rende interessate e partecipi ad ogni esperienza umana, come a voler dire che il volto dell’altro è l’icona di Dio più evidente. Un giorno Sorella Maria disse alla piccola comunità: «Sorelle, io vorrei che cantassimo fra noi e ripetessimo sui tetti, e tutti nel mondo ci sentissero: "Guai a chi vive solo per sé"». Guai a noi se vivessimo solo per noi. Noi non ci apparteniamo. Noi, di tutto ciò che abbiamo: la gioia della solitudine, della semplicità, della libertà cristiana, dell'unione fraterna... vogliamo far parte ai fratelli. E di tutti i pesi dei fratelli, del peso della miseria... A chi chiede cosa resterà della loro esperienza, la risposta fu: «L'eco di un canto di allodola in un cuore che l'ha ascoltata».

L'Eremo Oggi: Comunità e Accesso

Solo nel 1967, sei anni dopo la morte di Maria, il vescovo di Spoleto, Ugo Poletti (futuro Vicario di Roma con Paolo VI), si recò all'eremo, segnando un cambiamento nell'atteggiamento della Chiesa. Oggi sul monte sopra le fonti del Clitunno vivono alcune sorelle. Per molti anni, la comunità è stata formata da due sorelle: Brigitte, francese, presente da oltre 38 anni, e Daniela Maria, proveniente dall’esperienza della Comunità di Sant’Egidio, presente da 16 anni. Attualmente, la piccola comunità è formata da quattro sorelle. Vivono pregando e lavorando; cercano di essere il più possibile autosufficienti: fanno da sole il pane una volta alla settimana, lavorano al telaio, ricamano. Vivono una vita piuttosto austera: nel complesso non c’è l’acqua corrente. Da quando fu fondato ad oggi all’eremo sono cambiate molte cose, ma restano vive le scelte di fondo. Resta una vita semplice e fraterna, sobriamente e lietamente francescana. Gli ospiti che vanno all’eremo francescano non devono essere turisti, ma pellegrini che cercano il silenzio, la solitudine e la vita fraterna. L’ospitalità è aperta da Pasqua alla festa dei Santi e può accogliere 4 persone alla volta, ma non in gruppo. Le sorelle consigliano una permanenza di almeno 3 giorni e 3 notti. È necessario fissare in anticipo la propria presenza (Tel. 0743.521045).

Come Raggiungere l'Eremo

Per coloro che desiderano intraprendere un "pellegrinaggio" all'Eremo, si suggerisce un percorso escursionistico. L’escursione all’Eremo di Campello ha inizio a Trevi, in Piazza Garibaldi, presso la Fonte dei Cavalli. Procedendo per via Orti degli Spiriti, si giunge all’imbocco del Sentiero degli ulivi, dopo un breve tratto asfaltato. Da qui in poi, inizia il percorso all’interno della Fascia Olivata (FO), riconosciuta Patrimonio FAO, che si snoda per circa 90km di paesaggi. Questo tratto coincide in parte anche con la “Via di Francesco” e presenta la coltivazione con i caratteristici “MURETTI” a secco. Il cammino è allietato dai profumi delle erbe aromatiche tipiche, quali lavanda, rosmarino e timo serpillo. Continuando l'escursione lungo la fascia olivata, si può ammirare dalla strada ciò che rimane dell'acquedotto medievale di Trevi. Giunti in località Camponi, è possibile riempire le borracce d'acqua presso una fonte pubblica. Dopo circa 400 metri, una deviazione sulla destra conduce all'Eremo Francescano di Campello. Dopo aver attraversato un tratto ulivato, un breve tratto asfaltato condurrà alla Chiesina de “La Cura”, presso l’omonima località sopra Pigge, che è l’ultima frazione di Trevi prima di entrare nel comune di Campello. Lasciata la Chiesina de La Cura ci si dirige all’Eremo di Campello attraversando un tratto ulivato fino ad arrivare in un percorso boschivo ricco di piante di corbezzolo e di ginestre. Arrivati all’Eremo, è possibile segnalare l'arrivo suonando la campana con l’apposita leva metallica a muro e dal vecchio cancello in legno si inizierà a scorgere l’Eremo sullo sfondo. Oltrepassato il cancello ci si trova in un bellissimo piazzale alberato, in fondo al quale si trova una piccola chiesa romanica seminascosta dall’edera.

Mappa del sentiero escursionistico per l'Eremo delle Allodole

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