L'Eremo del Vivo è un complesso ecclesiastico monumentale situato in località Vivo d’Orcia, frazione di Castiglione d’Orcia, in provincia di Siena. È costituito da due elementi distinti: la Pieve di San Marcello e l'Oratorio di San Bartolomeo, noto anche come l'Ermicciolo.
La pieve di San Marcello e l’annesso oratorio di San Bartolomeo, oggi noti come l’Eremo del Vivo, si trovano in località Vivo d’Orcia, nel comune di Castiglione d’Orcia in provincia di Siena. Quello che oggi erroneamente viene chiamato Eremo era in realtà un monastero dei Camaldolesi, mentre la chiesa detta Ermicciolo era l’eremo vero e proprio. Questo complesso porta il nome del vicino torrente, nella parrocchia di S. Marcello del Vivo, nel Compartimento di Siena.

Le Origini e la Fondazione Camaldolese
San Romualdo e la Nascita dell'Eremitaggio
Le origini della comunità camaldolese al Vivo d’Orcia sono conosciute grazie ad un documento che, anche se di difficile datazione, si colloca tra il 1127 e il 1144 che narra, in data non precisata ma della prima metà dell’XI secolo, di un tale Lamberto da Briccole e due suoi compagni che scelsero questo sito come luogo di ritiro. Solo in seguito si recarono a Camaldoli e pronunciarono la loro confessione all’ordine. Tornati al Vivo fondarono una vera e propria comunità.
La sua istituzione risale al principio del secolo XI, quando l’imperatore Arrigo I, nell’anno 1003, concesse con vari beni questo locale a San Romualdo, che per qualche tempo lo abitò, e vi stabilì la riforma Camaldolese. Negli annali dei Camaldolesi, si legge che San Romualdo fondò nelle terre senesi, in Val d’Orcia, un eremo nell’anno 1004 d.C. Questo eremo, creato in mezzo al bosco, è proprio la caratteristica chiesa in stile romanico detta Ermicciolo, la quale si trova vicino alle sorgenti del fiume Vivo. Successivamente, sempre San Romualdo, fondò più a valle anche il monastero per poter accogliere gli eremiti facenti parte della stessa congregazione.
Il Monastero era di grandi dimensioni e al suo interno aveva anche una chiesa, consacrata a San Marcello. San Romualdo rappresenta una figura mitica; si narra infatti che sia vissuto per oltre 120 anni e che avesse trascorso quasi 100 anni come eremita, fondando vari eremi in Italia. Alcuni scrittori credono che il Santo avesse scelto proprio il Vivo per la somiglianza con Camaldoli, dove sono presenti boschi rigogliosi, una sorgente di acqua fresca e la possibilità di creare un eremo vicino alla sorgente e un monastero più a valle, proprio come a Camaldoli.
Però c’è una leggenda che intriga maggiormente i turisti. La leggenda dell’Eremo narra che mentre San Romualdo e i monaci vagavano per i boschi cercando un posto dove costruire delle celle per gli eremiti, furono sorpresi da un acquazzone violento. Riuscirono a salvarsi perché furono in grado di salire su una piccola altura, però rimasero circondati dall’acqua per più di tre giorni. Si salvarono perché si cibarono di castagne. Al terzo giorno, San Romualdo disse ai compagni di viaggio che avrebbero mangiato cose più gustose. Poche ore dopo, dal nulla, apparvero infatti tre angeli, travestiti da contadini, con cibarie preziose per gli eremiti. Questo è il vero motivo per cui il Santo decise di fondare un eremo e un monastero al Vivo d’Orcia.
"Il santo del giorno" - san Romualdo
Sviluppo e Affermazione della Comunità Monastica
L'Eremo fu pure privilegiato, nel 1166, dall’imperatore Federigo I, che confermò il diploma di Arrigo I e ne accrebbe il patrimonio. In seguito, per bolla del pontefice Eugenio III del 13 gennaio 1147, fu questo Eremo aggregato alla badia di S. Pietro in Campo, posta sulla ripa destra dell’Orcia, allorché i Benedettini di Campo abbracciarono la riforma degli Eremiti di Camaldoli.
Se nel documento del 1113 si parlava di eremo, nella bolla pontificia di Onorio II del 1125 figura un monastero intitolato a San Pietro, successivamente ancora compare con la dedicazione a San Benedetto. Nel 1136, papa Innocenzo II conferma a Camaldoli il monasterium Sancti Petri in Vivo Montis Amiati. Nel 1144, papa Celestino II, cercando di stemperare i disaccordi che vedevano coinvolte le due comunità, quella di Camaldoli e quella del Vivo, in una lettera stese una sorta di regolamento sull’elezione del priore e sull’uniformità liturgica. Nel 1147, papa Eugenio III confermò le designazioni di papa Celestino.
Nel 1181 venne donata all’Eremo di San Benedetto del Vivo la cappella senese di Santa Cristina con i suoi beni e i suoi diritti, e fin dal 1216 il capitolo dell’eremo si riunì in ecclesia Sancte Mustiole de Vivo apud Senas. Nel 1218, iniziò la costruzione di un vero e proprio monastero cittadino.
Declino e Passaggio ai Cervini
Verso il 1337, per causa di alcuni pascoli, i Salimbeni, signori di Castiglion d’Orcia, fecero assalire dai loro vassalli l’Eremo del Vivo, che devastarono e misero a ruba. Lo che costrinse quei romiti a rifugiarsi nel monastero delle Rose della loro Congregazione a Siena. In seguito, il patrimonio dell’Eremo del Vivo e della Badia di Campo fu incorporato al monastero delle Rose, sino a che nel 1438 venne alienato ai principi di Farnese. I Camaldolesi, dopo la morte di San Romualdo, continuarono a vivere nel monastero per molti altri anni fino all’abbandono, nel medioevo.
Lo stato di declino del monastero e dell’eremo viene testimoniato da papa Pio II nel 1462 che, in occasione di una gita alle sorgenti del Vivo, trovò i due insediamenti deserti. Divenuto proprietà dei Farnese, nel 1538 papa Paolo III Farnese cedette il monastero, ormai abbandonato, ed i beni rimanenti al Cardinale Marcello Cervini di Montepulciano, poi papa Marcello II, che lo lasciò ai suoi nipoti e discendenti.
Nel XVI secolo la famiglia Cervini divenne proprietaria delle terre della congregazione grazie proprio al cardinal Cervini, divenuto successivamente Papa per soli 22 giorni. Monastero dell’ordine camaldolese, venne acquistato dalla Famiglia Cervini nel 1517. Da quel momento in poi il monastero si è trasformato ed è divenuto la Contea dei Cervini. L’antica struttura del monastero è stata demolita, ma al suo posto è stato creato un imponente palazzo. Un edificio maestoso di bellissima fattura tardo medievale che tanto bene si coordina con l’ambiente adiacente. Questo è l’Eremo: una piccola contea formata da alcune case, una chiesa e un palazzo pieni di storia. La memoria delle antiche gesta e della leggenda, vengono sussurrate ancora oggi dagli alberi che la circondano.

Descrizione Architettonica e Ambientale
La Pieve di San Marcello
La Pieve di San Marcello è oggi completamente trasformata anche nell’orientamento. La comunità che si costituì sulle rive del torrente Vivo doveva essere strutturata in modo simile a quella di Camaldoli. Della chiesa del monastero inferiore rimane traccia nella rimaneggiata chiesa dedicata attualmente a San Marcello in onore del papa Marcello II Cervini. La chiesa fu ricostruita sulle rovine di quella di San Pietro (chiesa monastica), come testimonia l’aspetto cinquecentesco presente in facciata quando ne venne modificato anche l’orientamento.
Venne consacrata nel 1726 ed è dedicata al pontefice Marcello II, eletto Papa nel 1555. È a navata unica, gli altari sono in stile barocco sormontati da tre dipinti di tono popolaresco e decorativo del XVIII secolo. Sull’altare a sinistra è una tavola raffigurante la Madonna del Rosario del 1793. Alla fine del Seicento (1687, come riporta un’iscrizione nell’altare maggiore) risale la costruzione dei tre altari che si conservano all’interno e della parte alta del campanile, ma permangono ancora elementi medievali come nella parte bassa del campanile stesso. La facciata della chiesa di San Marcello presenta lo stemma della famiglia Cervini.

L'Oratorio di San Bartolomeo (L'Ermicciolo)
L’oratorio di San Bartolomeo, denominato Ermicciolo, fu probabilmente la prima sede dell’Eremo del Vivo, la cui formazione è attribuita a San Romualdo all’inizio dell’XI secolo. Il piccolo edificio è ad unica navata conclusa con abside semicircolare. La chiesa di San Benedetto, ovvero l’Ermicciolo, o eremo superiore, è collocata in prossimità delle sorgenti del Vivo in un ambiente suggestivo all’interno del bosco di castagni. L’Ermicciolo è il nucleo più antico del paese, si incontra nella parte bassa dell’attuale abitato e fu eretto sulle rovine di un monastero camaldolese che fondò San Romualdo.
L’edificio, una piccola chiesa romanica, è realizzato a filaretto in bozze di trachite e si presenta a navata unica con abside semicircolare cieca decorata da arcatelle pensili che terminano su due lesene laterali e sostenute da mensole scolpite con soggetti vari. Da notare il ricco apparato decorativo della facciata che presenta nella parte superiore una serie di arcatelle pensili sostenute da mensolette e da due colonnette che dividono il complesso decorativo in tre parti. La facciata presenta, ai lati del portale, due semplici riquadri con motivo a scacchiera, effetto ottenuto con diverse tonalità di roccia vulcanica. Il buono stato di conservazione è la conseguenza di ristrutturazioni avvenute intorno agli anni ‘30 del Novecento che rispecchiano, abbastanza fedelmente, la struttura originale.

Il Borgo e il Palazzo Cervini
Dell’insediamento rimane il Borgo Principale, caratterizzato da antichi fabbricati, e la chiesa di San Marcello con lo stemma della famiglia Cervini in facciata. Il Palazzo Cervini, che domina l’Eremo, fu trasformato su progetto dell’architetto fiorentino Antonio da Sangallo il Giovane per volontà di Papa Marcello Cervini. Al complesso Cervini si accede attraverso un ponte in pietra sotto il quale scorre il torrente Vivo.
La famiglia Cervini continuò nei secoli la sua attività imprenditoriale sfruttando la corrente del fiume, permettendo la nascita della Cartiera, Ramiera, Oliera e un mulino per la farina. Così, già a partire dal 1600, oltre al popolare centro dell’Eremo, si formarono sicuramente altri nuclei di abitazioni, a monte dello stesso, in mezzo a castagni secolari.

Le Sorgenti del Torrente Vivo e l'Ambiente Naturale
A poca distanza dal centro abitato di Vivo d’Orcia, dove ai boschi di castagni succedono le faggete, si trovano le Sorgenti del Torrente Vivo. L’acquedotto, attivo dal 1914, attraversa la Val d'Orcia e la Val d’Arbia per giungere fino a Siena, fornendo ottima acqua ad un vasto territorio. Vicino alle sorgenti, lungo il sentiero, è situato l’Ermicciolo, il piccolo oratorio di San Benedetto.
La zona circostante il centro abitato di Vivo d'Orcia, di particolare interesse dal punto di vista ambientale, presenta una vegetazione caratterizzata da molteplici specie: dal leccio, al castagno, al faggio. La prima menzione storica del Vivo d’Orcia, si ha in un testo latino dove vengono citati il fiume, per l’appunto il Vivo, e gli eremiti: "…quibus obnoxia fuere monasterum et eremus ad Vivum…".
