La storia della Chiesa annovera figure di Papi emerse da contesti inaspettati, ma pochi casi sono tanto singolari quanto quello di un povero eremita elevato al soglio di Pietro. Piero da Morrone, noto come Celestino V, apparve come la risposta perfetta alla diffusa insofferenza verso la Chiesa troppo ricca del Medioevo e alle profonde crisi interne. La sua vicenda, intrisa di spiritualità e intrighi politici, rappresenta uno degli episodi più affascinanti e controversi del XIII secolo.

La Vita Eremitica di Pietro da Morrone
Origini e Vocazione
Nato come Pietro Angelerio da Morrone, o Pietro del Morrone, in Molise tra il 1209 e il 1215 (alcune fonti indicano Isernia come luogo di nascita), era il penultimo di dodici figli in una famiglia contadina. Presto orfano di padre, fu avviato dalla madre agli studi ecclesiastici. Fin da giovane, Pietro scorse nel silenzio e nella bellezza della natura la dimensione favorevole a contemplare il Creatore per servire i fratelli. Attratto dalla vita monastica, entrò nell’Ordine benedettino.
A 24 anni divenne sacerdote, ma presto scelse la vita eremitica sul Monte Morrone in Abruzzo, e successivamente sui monti della Maiella. Preghiera, penitenza e digiuno scandivano le sue giornate. Non mancarono le tentazioni, che Pietro vinse aggrappandosi alla croce. Seguiva un rigido schema di vita dedicato all’ascesi e alla meditazione, corroborate da una dieta ferrea e l’uso di strumenti come il cilicio. Spesso rifuggiva la popolarità per ritirarsi in qualche luogo isolato come eremita.
La Fondazione dell'Ordine dei Celestini
La sua fama di santo, saggio e guaritore crebbe, attirando numerosi seguaci. I contadini lo inseguivano adoranti ogni volta che lui cambiava grotta per non essere assillato dalla folla. Attratti da lui, in tanti lo seguirono, e presto nacque il primo nucleo degli Eremiti della Maiella. Pietro da Morrone fondò così un ordine religioso, detto dei Celestini, che godette della benevolenza del cardinale Latino Malabranca e del re di Napoli Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo.
Il suo ordine fu riconosciuto come legittimo da ben due Papi: Urbano IV nel 1263 (con il nome di Ordo Spiritus Sanctus) e Gregorio X. Per convincere quest’ultimo, che voleva limitare la fondazione di nuovi ordini religiosi, Pietro si recò a piedi fino a Lione. Qui, pur arrivando a Concilio concluso (riferendosi alle restrizioni nate con il Concilio di Lione del 1264), riuscì a farsi ricevere dal pontefice e a ottenere la conferma del suo ordine, che si espanse in Abruzzo, Molise e Francia, rimanendo attivo fino al XIX secolo. In Europa si diffuse la sua fama di uomo di Dio e a lui accorrevano da ogni dove per ottenere consiglio e guarigioni. A tutti indicava la conversione del cuore come via per la pace, in un momento storico dilaniato da tensioni, conflitti e pestilenze.

Il Conclave e l'Elezione Inattesa
Lo Stallo della Sede Vacante
Il 1292 segnò la morte di Papa Niccolò IV. Seguirono ben 27 mesi di Sede vacante, un periodo di grande incertezza all'interno del mondo ecclesiastico romano. Il collegio cardinalizio, formato da soli dodici cardinali (o undici in alcune fasi), era spaccato a metà fra i fautori dei Colonna e i loro avversari storici, gli Orsini. Questa ostilità rese le trattative inconcludenti, portando a una pericolosa instabilità nella gestione della Chiesa e delle sue amministrazioni. I pochi porporati subirono varie pressioni, prima fra tutte l’ingerenza politica di Carlo II d’Angiò, re di Napoli, che necessitava di una figura papale amica per vincere e primeggiare nella Guerra del Vespro ancora in corso. Anche la preoccupazione dei fedeli, che vedevano una Chiesa allo sbando e senza una guida, contribuì a invocare a gran voce l’elezione di un papa riformatore.

L'Influenza Politica e la Profezia
A questo punto irruppe sulla scena Pietro da Morrone, ottuagenario eremita rifugiatosi anni addietro sui monti abruzzesi. Dall’isolamento in cella, Pietro da Morrone fece pervenire ai porporati una lettera di "rimbrotto", indicando la necessità di eleggere un "pastore" per la Chiesa e la profezia dell’imminente castigo divino, evitabile solo con l’elezione del Sommo Pontefice entro pochi mesi. La missiva, forse non priva di risvolti politici e scritta dopo aver avuto contatti con Carlo II d’Angiò (del quale Pietro era suddito), fu letta e resa nota ai porporati dal cardinale Malabranca. La fama dell’eremita, noto per i miracoli e l’integra condotta spirituale, spinse gli elettori a individuare proprio in lui il candidato ideale per il superamento dello stallo.
L'Accettazione del Pontificato
L'11 luglio 1294, i cardinali deputati all'elezione del nuovo pontefice, riuniti nel conclave, scrissero una lettera all’indirizzo dell’eremita con la quale lo informavano e, al contempo, lo supplicavano di farsi carico della Chiesa. I cardinali inviarono al neo-eletto due pergamene, attualmente conservate negli Archivi Vaticani: il decreto di elezione e la lettera di supplica. Raggiunto nella sua spelonca in Maiella da una delegazione di prelati, Pietro in un primo momento rifiutò, esclamando: "Chi sono io per farmi carico di un così grande peso, di un così tanto potere? Io non sono in grado di salvare me stesso, come potrò salvare il mondo intero?". Tuttavia, poi comprese che era Dio a chiamarlo a una responsabilità tanto alta. L'elezione di questo monaco eremita, più che da ispirazione divina o dal volere dei fedeli, fu principalmente vista come un compromesso: un papa di ottant'anni sarebbe stato il perfetto pontefice di transizione, permettendo di ritrovare un equilibrio all'interno della curia per nuovi accordi futuri. L’idea di avere un papa manovrabile convinse tutti, e per primo Benedetto Caetani.
Il Pontificato di Celestino V: Sfide e Difficoltà
L'Incoronazione e le Prime Decisioni
Pietro da Morrone respinse l’invito dei cardinali a raggiungere Perugia e, il 29 agosto 1294, memoria di San Giovanni Battista, scortato da re Carlo si recò a L’Aquila seduto su un asino, per ricevere la tiara nella grande chiesa di Santa Maria a Collemaggio, da lui stesso eretta qualche anno prima. L'ingresso in città su un semplice asino, non tanto per sottolineare l’umiltà della sua figura quanto per ricordare l’entrata di Cristo a Gerusalemme, fu accolto da due ali di folla plaudente. Il 15 o il 16 agosto ricevette il pastorale e l’anello pontificio, scegliendo il nome di Celestino V.

Ma subito i cardinali, e Benedetto Caetani in primis, iniziarono a sospettare di aver fatto un errore "grande come il regno di Napoli". Celestino V decise di fissare la sede della sua corte papale non a Roma, ma a Napoli, da Carlo D’Angiò, suo grande elettore. Questa decisione, insieme ad altre, evidenziava una marcata ingerenza politica di Carlo II d’Angiò nelle decisioni papali. Il pontefice era l'alto signore del Regno di Sicilia secondo gli accordi di Menfi del 1059 ed era stato Clemente IV a sancire come legittimo Re di Sicilia Carlo I contrapponendolo a Manfredi, figlio di Federico II. Così facendo, il regnante angioino sperava di avere un Papa dalla sua parte, in grado di condizionare la politica della penisola oltre che quella religiosa.
L'Ingerenza di Carlo II d'Angiò
La pressione del sovrano si fece sentire nelle nuove nomine del collegio cardinalizio. Celestino V nominò immediatamente dodici nuovi cardinali, di fatto raddoppiando il collegio e sconvolgendo gli equilibri fra le famiglie romane. Su dodici, ben sette erano francesi e solo cinque italiani. Inoltre, piazzò membri del suo ordine dappertutto, come abati (due dei quali a capo delle importanti abbazie di Montecassino e San Vincenzo del Volturno), e favorì i suoi fraticelli in ogni modo. I cardinali entrarono in fibrillazione, e in molti criticarono aspramente la decisione del Papa di affidarsi alla protezione di Carlo d’Angiò e di trasferire la sede della Curia a Napoli. Ben presto Celestino si rese conto di essere ostaggio della corona e di non essere libero nell’esercizio del ministero, strattonato da chi in Curia sperava di trarre vantaggi dalla sua inesperienza di governo. Era evidente che Pietro del Morrone non fu un papa competente, non aveva la giusta preparazione per sopportare le pressioni esterne dei cardinali e della corte angioina e non ebbe vicino neanche consiglieri onesti per guidarlo nelle scelte di governo.
La storia di Papa Celestino V | In Viaggio nella Storia: Medioevo
La "Perdonanza" e il Primo Giubileo
Celestino V scelse il nome di Celestino V e indisse il primo Giubileo della storia, noto come "Perdonanza". Con un provvedimento che prevedeva la possibilità di un’indulgenza plenaria, un perdono per i propri peccati per tutti coloro che avessero compiuto un pellegrinaggio a Collemaggio, luogo della sua incoronazione. Questo Giubileo, con cadenza annuale, precedette di qualche anno quello ufficiale proclamato nel 1300 dal suo successore Bonifacio VIII. Ancora oggi si celebra l’evento con un corteo storico che raggiunge la basilica di Collemaggio.
Il Grande Rifiuto e le Dimissioni
La Crisi e la Decisione di Abbandonare
Piero da Morrone sui monti della Maiella era abituato a resistere a tutto, ma le corti erano un’altra cosa. La pressione psicologica per fare il Papa era fortissima; essere Celestino V era un inferno. Si fece costruire una cella per meditare in un recesso del palazzo e continuò la sua dieta fatta di erbe e digiuni, ma non era sufficiente. Di fatto, era prigioniero dei suoi doveri. Nella piccola cella di Castel Nuovo, divenuta sua dimora a Napoli, matura la decisione di rinunciare al Pontificato. Stanco e demoralizzato, il 14 novembre del 1294, Celestino si ritirò in una celletta di legno per meditare, spinto dalle difficoltà sempre manifeste nel gestire il suo ruolo di pontefice.
Il Ruolo di Benedetto Caetani
Celestino chiamò Benedetto Caetani, consulente legale della curia ed esperto di diritto canonico, per chiedergli se un Papa potesse dimettersi e ritornare ad essere il vecchio Pietro da Morrone. Caetani, che non aspettava altro, gli disse di sì. Rincuorato dalle parole del Caetani, che preparò per lui anche la formula della rinuncia, Pietro fu sostenuto dal parere del cardinale nella sua decisione. La rinuncia era considerata un atto volontario di un uomo che comprese i propri limiti e le proprie debolezze, sovrastato dalla difficoltà di bilanciare le richieste della corte angioina e la salvaguardia della dignità delle istituzioni ecclesiastiche. Erano inoltre forti le sue esigenze spirituali, schiacciate dalle prepotenze di Carlo II e dall’invadenza della Curia, che lo portarono ad abbandonare le vesti di papa per riappropriarsi di quelle monacali più vicine alla sua vocazione e al suo carattere.
L'Atto di Rinuncia
Con le parole «Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della Plebe, al fine di recuperare la tranquillità perduta abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all'onere e all'onore che esso comporta», il 13 dicembre 1294 Celestino lasciò i paramenti sacri e si rivestì del vecchio saio. I cardinali accettarono le dimissioni con un sospiro di sollievo.

La Morte e l'Eredità di Celestino V
La Prigionia e la Scomparsa
Solo undici giorni dopo la sua rinuncia, il 23 dicembre 1294, Benedetto Caetani fu eletto papa a Napoli con il nome di Bonifacio VIII. Per Pietro da Morrone si preparava un brutto risveglio. Un papa che non è più papa resta sempre un pericolo in politica. Bonifacio VIII non lo voleva libero, nemmeno sui monti sperduti della Maiella, temendo che i Colonna potessero prenderlo prigioniero e costringerlo a rimangiarsi l’abdicazione. Così, Bonifacio fece arrestare il povero Pietro, suo predecessore e ora suo rivale, mentre questi cercava di raggiungere Vieste e di lì la Grecia.
Fu chiuso nella Rocca di Fumone, vicino a Ferentino, dove, in una cella angusta, l’eremita morì in preghiera il 19 maggio 1296. Sebbene le cause della morte siano quasi certamente naturali, complici l’età avanzata e la salute cagionevole (aveva più di ottant’anni), le voci di una morte violenta si sparsero per la penisola e non solo. La leggenda vuole che un sicario di Bonifacio lo abbia ucciso conficcandogli un chiodo nel cervello, una storia che sa tanto di leggenda nera. Un coinvolgimento di Bonifacio nella morte di Celestino è per i contemporanei un fatto quasi certo, tanto che nel 1297 iniziano a svilupparsi teorie sulla colpevolezza di Caetani.
La Canonizzazione e la Memoria Storica
Dopo la morte, Celestino divenne una figura quanto mai amata e la venerazione nei suoi confronti fece sì che la sua figura traslasse sul piano del mito, diventando osannato come pastor o papa angelicus. Riduttivamente passato alla storia per "il gran rifiuto" deplorato da Dante Alighieri nella Divina Commedia (Inferno, Canto III), egli è invece esempio di libertà evangelica e santità. Il re di Francia Filippo il Bello ne chiese la canonizzazione, soprattutto per sminuire Bonifacio VIII.
Celestino V fu infatti canonizzato da Clemente V nel 1313. I suoi resti mortali, conservati nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila, sono meta di costanti pellegrinaggi, a testimonianza della sua duratura eredità spirituale.