Nel contesto cristiano, la tradizione eremitica affonda le sue radici nel deserto egiziano nel III secolo, con figure emblematiche come San Paolo di Tebe e Sant’Antonio Abate. Anche l’eremita Gervasio e i monaci Basiliani seguirono queste prime forme di vita ascetica e contemplativa, sviluppatesi anche in altre culture come in Asia, legate all’Induismo, al Taoismo e al Buddismo già a partire dal VI secolo a.C.
I monaci Basiliani, seguaci di San Basilio il Grande, arrivarono nel Salento durante il periodo di dominazione bizantina, portando con sé la loro tradizione e il loro culto.

Contesto Storico: Persecuzioni e Migrazioni
La presenza basiliana nell'Italia meridionale fu profondamente influenzata da eventi storici di vasta portata. Nel 726, l’imperatore bizantino Leone III Isaurico emanò un editto che ordinava la distruzione delle immagini sacre e delle icone in tutto l’Impero. Questo provocò la demolizione di mosaici, affreschi e icone, accompagnata dall’uccisione di molti monaci.
La persecuzione costrinse migliaia di monaci a fuggire dall’Oriente, trovando rifugio nelle regioni meridionali dell’Italia e nel Salento. Allo stesso modo, l’avanzata musulmana spinse gruppi di popolazioni greche, africane e siriane a lasciare le proprie terre già nel VII secolo.
Per quanto riguarda il Salento, l'insediamento di diversi gruppi di monaci basiliani avvenne in tre ondate migratorie, dettate da necessità storiche e affinità naturali che la regione aveva con i loro territori d'origine:
- Nel VII secolo, l’espansione musulmana provocò la fuga dei monaci greci dall’Africa e dalla Siria.
- Nell’VIII secolo, la lotta iconoclasta di Leone III Isaurico determinò la seconda ondata di monaci basiliani che approdarono in Salento.
- Infine, l’ultima ondata, tra il IX e X secolo, è relativa a monaci basiliani scacciati dai musulmani arrivati in Sicilia.
I monaci basiliani, particolarmente avversati perché nei loro monasteri custodivano le icone, giunsero a Otranto e poi si diffusero in tutto il Salento.
La Vita negli Eremi Rupestri Basiliani
I monaci Basiliani, per sfuggire alla persecuzione, si nascosero in luoghi solitari come grotte, foreste e pendii collinari, adattandoli a dimore e luoghi di preghiera. All’ingresso di queste laure veniva posta un’immagine della Madonna chiamata “Vergine Portinaia”, vista come protettrice del rifugio.
Le celle degli eremiti erano piccole grotte scavate nella roccia più tenera, accessibili tramite una cavità dall’alto. Al loro interno si trovava il “giacitoio”, dove i monaci riposavano, e una cripta con pareti affrescate adibita alla celebrazione della messa, o delle cappelle con nicchie che richiamavano le absidi. Non mancano esempi di basiliche anche a cinque navate, come quelle scoperte vicino a Bari e a Matera.

Il Ruolo dei Monasteri dopo la Persecuzione
Dopo la fine della persecuzione iconoclasta nell’843, i monaci iniziarono ad abbandonare gradualmente i loro rifugi e a erigere chiese e monasteri nei luoghi più importanti. Questi centri divennero presto vitali per la cultura e la società locale, occupandosi dell’istruzione dei giovani e degli adulti, e insegnando tecniche agricole e di pesca.
I monaci introdussero varie piante in Basilicata, come la quercia Vallonea, il gelso e il carrubo, contribuendo all’incremento della coltura dell’olivo. In Calabria, la riconquista bizantina impresse nuovamente i segni dell'ellenismo, grazie anche all'azione religiosa dei monaci basiliani che, espulsi dalla Sicilia dagli invasori arabi, riuscirono a riconvertire le popolazioni locali e i profughi greci dall'isola in una comunità ordinata, ricreando una società di tipo greco nell'Italia meridionale. L'avvento dei monaci basiliani portò poi a un progresso delle tecniche agricole che si riflesse non solo nella qualità degli ortaggi, ma migliorò anche la produzione della carne di maiale e di capra, di cui si cominciarono ad usare tutte le parti, senza sprechi.
La storia completa dell'Impero bizantino | Documentario a colori
Insediamenti Eremitici e Cenobitici Basiliani nell'Italia Meridionale
Il Monachesimo Basiliano nel Salento
La vita in grotta, particolarmente diffusa durante l’epoca preistorica, ma mai completamente abbandonata nelle epoche successive, fu ripresa nel periodo bizantino, durante il quale si ritornò ad abitare negli insediamenti rurali. Gli insediamenti rupestri furono molto diffusi nelle campagne del Salento in età bizantina, e si svilupparono spesso in prossimità di siti abitati da monaci basiliani. L’opera cospicua compiuta dai monaci basiliani fu fondamentale nella ricostruzione della vita locale e nella convivenza tra popoli diversi.
Gli Eremi e Cenobi Basiliani in Calabria
La Calabria è particolarmente ricca di testimonianze della presenza basiliana, con numerosi eremi e cenobi spesso mimetizzati nel paesaggio montano o rupestre.
Eremi e Cenobi Noti:
- Il monastero dei Santi Sergio e Bacco a Drapia: la storia di Drapia è intimamente legata a questo famoso monastero, attorno al quale trovarono rifugio e protezione i primi scampati alle incursioni saracene, dando così vita al nucleo abitativo. Il cenobio, eretto dagli albori dell’VIII secolo, è stato abitato fino al 1421, quando fu abbandonato per l’incombente minaccia di un cedimento del sottosuolo che, di fatto, farà rovinare l’intera struttura.
- La grotta di San Leo o Santu Liu: situata nel territorio del Monte Poro, alle pendici della fiumara Ruffa, in un luogo notevolmente scosceso e di difficile accesso. È una delle poche grotte eremitiche basiliane preziosamente affrescate presenti in Calabria. Dedicata a San Leo (santo calabro-greco vissuto nel X secolo) e di origine medievale, non presenta tracce di muratura o di pavimento, ma ha il soffitto intonacato e la parete di fondo, interamente decorata, suddivisa in cinque riquadri rettangolari disposti verticalmente. Del primo, che raffigura l’Epifania, rimangono piccoli frammenti; il secondo, che rappresenta un santo Pontefice, si conserva ancora in discrete condizioni; il terzo, che raffigura il Crocifisso sorretto dal Padre Eterno, per quanto rovinato è, nell’insieme, ancora integro; il quarto raffigura una Madonna con Bambino del tipo Galaktotrophousa ed è posto più in alto rispetto agli altri.
- L'antico monastero di Sant’Isidoro: tra le frazioni Carìa e Brattirò, in un luogo chiamato “Santu Sidoru”, si trovano i resti, purtroppo sepolti e in attesa di essere riportati alla luce, di questo cenobio. Sorto nell’VIII secolo ad opera di monaci basiliani, era addossato a una verde collina che sovrasta la città di Tropea.
- La grotta dei Tavolari: prende nome dall’omonimo strapiombo in cui si apre, poco distante da una località chiamata San Giovanni, dove sino al 1700 vi era un monastero bizantino. È l’unica superstite, ancora pressoché intatta, di una serie di grotte ubicate nella stessa area, scavate ed utilizzate come laure dai monaci anacoreti basiliani nel X-XI secolo.
- Il santuario della Madonna delle Fonti: poco sotto l’abitato di Spilinga (dal greco spélinka, caverna), è stato edificato a ridosso di una grotta, già frequentata in passato come laura eremitica basiliana.
- La grotta di San Leoluca: è assai probabile che l’ampia cavità scoperta alcuni anni orsono in una località denominata Malacuruna, nei pressi dei ruderi di un antico monastero basiliano, sia proprio la grotta in cui San Leoluca, patrono di Vibo Valentia, secondo la tradizione, avrebbe vissuto gli ultimi anni della sua vita terrena (morì nel 995).
- La grotta di San Gregorio: sul litorale di Caminia nel golfo di Squillace, è il luogo dove, secondo la tradizione, approdarono miracolosamente trascinate dalla marea le reliquie del Santo taumaturgo provenienti dal Medio Oriente durante l’iconoclastia dell’VIII secolo.
- Il santuario della Madonna della Grotta: situato all’interno di tre cavità rocciose che si affacciano sul golfo di Policastro, probabilmente abitate sin dal Paleolitico superiore e più avanti nel VII-VIII secolo sede di un importante cenobio basiliano. A partire dal XVI secolo è divenuto un luogo di culto così significativo per le popolazioni locali tanto da determinare via via la nascita di un nuovo agglomerato urbano: Praia a Mare.
- Il complesso rupestre di Bombile: dopo la frana che nel 2004 ne ha distrutto e sepolto sia la chiesa che le grotte o celle, quel che ne rimane è formato solamente da alcune pareti interne della cappella e dalla statua della Madonna, oggi conservata nella chiesa dello Spirito Santo. Il santuario si trovava suggestivamente incassato a metà altezza della parete di arenaria del profondo vallone appena fuori l’abitato, e l’accesso era assicurato da un’ardita scalinata di 142 gradini. Le notizie sulle sue origini sono piuttosto scarse: il ritrovamento di frammenti di affreschi bizantini datati tra l’XI e il XII secolo e la conformazione della struttura monastica fanno ipotizzare che si trattasse di una laura basiliana successivamente (agli inizi del XVI secolo) riadattata al culto cattolico-latino come vera e propria cappella rupestre, con altare e statua mariana. Nel 1891, la grotta venne arricchita d’una baroccheggiante cripta affiancata da due nicchie e di un portale d’accesso con colonne corinzie e capitello in pietra tufacea.
- La piccola grotta della Madonna del Riposo: è una delle laure o asceteri rupestri ricavate al di sotto del castello e del borgo antico (Brancaleone Superiore), in passato abitate da monaci anacoreti basiliani.
- Le grotte di San Grolio o di San Florio: il cui culto risulta attestato a Samo già nel III secolo, si trovano nell’attuale territorio di Casignana e sono delle caverne, poco profonde e a più piani, interamente scavate nella roccia arenaria.
- La grotta dei Saraceni: si apre nella parete calcarea di un colle in contrada Gujune, subito dopo la famosa Pietra di Sant’Anania. È stata adibita a laura cenobitica da un gruppo di monaci anacoreti italo-greci, come testimoniato dal muro in pietra a protezione dell’accesso in cui, ancora oggi, sono visibili le tracce di un affresco raffigurante la Sacra Famiglia.
- L’eremo di Santa Maria della Stella o santuario di Monte Stella: situato in una grotta che si apre nelle viscere del monte omonimo (vi si accede scendendo una lunga scalinata di 62 gradini scavata direttamente nella roccia), è un luogo di culto assai antico. Viene citato per la prima volta in un manoscritto greco con le opere di santo Efrem diacono, a conferma della matrice bizantina dell’eremo; più avanti, alla fine dell’XI secolo, in epoca normanna, diventa monastero minore; nel 1522, viene trasformato in santuario indipendente, con la contemporanea collocazione della statua della Madonna della Stella o della Scala; e infine, nel 1670, in occasione dell’abbandono dei monaci basiliani, ancorché rimanga sotto l’egida dell’ordine di San Basilio fino a tutto il 1946.
- I resti del romitorio di Sant’Elia il Giovane: si trovano nella valle delle Saline, tra Capo delle Armi e Pentedattilo, e sono quelli di uno dei due cenobi eremitici fondati dal Santo siciliano.
- Le grotte basiliane della Rocca Armenia: una coppia di grotte che si apre nella parte più bassa della Rocca Armenia, il primitivo luogo che favorì la nascita del borgo medievale di Bruzzano, oggi abbandonato.
- L’asceterio di Pietra Cappa o delle Rocche di San Pietro: è la singolare grotta con sembianze antropomorfe che si apre all’interno di un monolite-sfinge, l’imponente monumento naturale che domina l’intera vallata ai piedi dell’Aspromonte.
- La grotta di San Jeiunio: colui che fu definito l'“angelo dei basiliani”, è un’angusta e sperduta cavità naturale che si apre sull’omonimo monte. Fu questa la sede della laura eremitica dove il Santo condivise con altri monaci una vita di penitenza, preghiera e contemplazione.
- L’eremo di San Nicodemo: è la piccola grotta che si apre nel Monte Kellerana, poco distante dal luogo dove sono state rinvenute le mura di un antico edificio di culto (probabilmente il cenobio dallo stesso fondato), in cui il Santo visse nell’ultimo periodo della sua vita (morì nel 990). Nicodemo, di origine calabrese, si avviò piuttosto giovane alla vita ascetica nel celebre monastero greco-bizantino di San Fantino di Taureana, scoprendo ben presto la vocazione per la penitenza, la preghiera e il digiuno nelle solitudini montane.
- La grotta di Sant’Arsenio: un’apertura della rupe alle pendici del Monte San Demetrio, al centro di un territorio fertile e ricco d’acqua, in posizione dominante e facilmente difendibile. È il luogo scelto dai monaci anacoreti Arsenio ed Elia, cosiddetto Speleota, ove ritirarsi in preghiera e penitenza.
- La grotta (o cupola) di San Silvestro: avvolta in una fitta vegetazione nel cuore dell’Aspromonte, poco oltre il passo delle Due Fiumare, è una cavità trasformata in una sorta di grande abside dai monaci basiliani che intorno al XII secolo popolarono i boschi dell’acrocoro.
- I resti dell’insediamento rupestre, noto come “romitorio della Madonna della Scala”: si trovano presso la Timpa del Salto, poco distante dall’omonimo santuario e dall’abitato di Belvedere di Spinello.
- La grotta di Sant’Elia lo Speleota: alta 40 metri e profonda 30, posta sulla sommità di una collina nei pressi di Melicuccà, è il luogo dove, intorno all’anno 904, si ritirò in eremitaggio il Santo assieme ai due fedeli discepoli Cosma e Vitale, dopo aver lasciato il monastero delle Saline. In poco tempo l’aumento del numero dei monaci rese necessario scavare altre grotte e ampliare l’ambiente principale della cavità per agevolare il crescente flusso di pellegrini. Ancora oggi si possono rinvenire i resti delle piccole celle che, dopo il crollo del corridoio interno, sono rimasti nel fondo della spelonca e ai lati dell’ingresso. Altra testimonianza è l’acqua prodigiosa fatta scaturire dal Santo che, a distanza di oltre mille anni, scorre ancora.
- L’eremo di Sant’Elia il Vecchio: si erge a circa 400 metri d’altezza in una fitta pineta. Fondato dai monaci basiliani nell’XI secolo (poi, nel XVII, ampliato dai carmelitani) presenta una struttura in pietra mai ultimata rispetto al progetto originario, eppure con una cupola così perfetta da conservarsi fino ai giorni nostri.
- Il santuario della Madonna delle Armi (dal greco “delle grotte o degli anfratti”): sulle pendici del Monte Sellaro a 1.015 metri d’altitudine, è una delle architetture sacre medievali più ardite e pregevoli presenti nel territorio calabrese. L’attuale santuario è stato eretto intorno al 1500 al posto di un antico cenobio basiliano (citato come “Asceterio delle Armi”) del X secolo, poi divenuto, a partire dal 1192, il monastero femminile di Santa Maria delle Armi.
- I ruderi del santuario della Madonna degli Aramei o delle Armi: meglio conosciuto come santuario della Madonna di Lassù o Shën Mëria Këtje Lartë, dall’idioma albanese, si mimetizzano in mezzo alle rocce del Timpone del Corvo a 850 metri, poco sopra l’abitato di Ejanina a nord di Frascineto.
- La grotta dell’Angelo: la cavità che si apre sulla parete rocciosa della Timpa Simara nel territorio di Orsomarso, viene da alcuni studiosi indicata come l’eremo in cui dimorò il giovane (San) Nilo, allorquando si accompagnò al maestro esicasta, l’abate (San) Fantino.
- Il santuario della Madonna di Costantinopoli: addossato allo sperone di roccia che precipita sulla riva destra del fiume Lao, è uno tra i maggiori luoghi di culto calabresi. L’attuale costruzione del XVII secolo, probabilmente al posto di una preesistente chiesa tardo-medievale, presenta una pianta a T con tre navate e tre campate; alla sua destra, svetta un tozzo campanile a base quadrata.
- Le Grotte di Sant’Angelo o santuario rupestre di San Michele Arcangelo: indicano un interessante insediamento rupestre di matrice basiliana posto alle pendici del Monte Cozzo del Pellegrino. Il complesso consta di due cavità carsiche: l’una utilizzata da eremiti e asceti a partire, con buona approssimazione, dal VII secolo; mentre l’altra conserva evidenti tracce d’una remota presenza troglodita.
- La chiesa rupestre di Santa Maria o della Madonnella di Piedigrotta: interamente scavata nella roccia arenaria da naufraghi campani alla fine del Seicento per ringraziare la Madonna. La grotta si articola in più direzioni con stalagmiti scolpite in personaggi dell’iconografia sacra, distribuite in cavità-cappelle con volte affrescate.
- Il cosiddetto “dormitorio di San Bruno”: è il luogo dove il Santo pregava e dormiva durante la permanenza all’eremo di Santa Maria della Torre da lui fondato nel 1094.
- La grotta della Divina Pastorella: tra le tante laure basiliane presenti sul Monte Consolino, è degna di nota non solo perché nel 1115 viene dedicata a Santa Maria di Tramontana, ma anche perché agli inizi del Novecento verrà ufficialmente riconvertita in chiesa rupestre.
- La grotta di Sant’Angelo: sicuramente la più importante tra quelle presenti sul Monte Consolino, nella vallata dello Stilano, è la piccola cavità utilizzata in passato come laura dai monaci anacoreti basiliani.
- Timpa dei Santi: è sicuramente il più importante e antico dei due insediamenti rupestri presenti nel territorio di Caccuri.
- Le grotte di San Giovanni Calibyta: sono intimamente legate alla genesi di Caloveto, poiché, come sostenuto dagli storici, fu proprio un gruppo di monaci calibiti (seguaci del Santo greco) che tra l’VIII e il IX secolo, giunto in questi selvaggi luoghi della Sila per sfuggire alla persecuzione iconoclasta di Bisanzio, cominciò a scavare una serie di grotte o laure eremitiche dando così vita a un cenobio, prima e poi a un agglomerato di case.
- Davoli: avvennero numerosi insediamenti di Monaci basiliani che fondarono eremi e cenobi, il più famoso dei quali rimane quello in località Trono.
- Zungri: interessante insediamento rupestre di monaci Basiliani risalente ai secoli medievali.
- Joppolo: sembra che un gruppo di monaci Basiliani, provenienti dalla Sicilia, abbia assegnato il nome a questa cittadina, chiamando il posto in cui sbarcarono Sant'Euplo, loro Santo protettore.
- In un comune della Calabria, i monaci Basiliani assumevano un ruolo di primo piano nelle relazioni politiche, sociali e amministrative, distribuiti tra l'Abbazia di Peseca e l'Ospizio da San Leo presso Sorbo San Basile.
- Un altro comune della Calabria fu sede di monaci Italo-Greci-Basiliani fino all'anno 1750.
- A Pizzo, nel 1363 alcuni monaci basiliani costruirono un monastero nella zona.
- Presso Melicuccà, la grotta del monastero di Sant’Elia lo Speleolota, capostipite della famosa Comunità di monaci basiliani del Mercurion, è ancora visibile e meta di pellegrinaggi.
Il Cammino di San Nilo: Una Trama di Fede e Cultura
Lungo il Cammino di San Nilo, i luoghi di culto non si impongono mai allo sguardo. Non segnano il territorio con monumentalità, né cercano centralità. Appaiono spesso ai margini dei paesi, in posizione appartata, talvolta mimetizzati nel paesaggio. I luoghi di culto basiliani non nascono per dominare lo spazio, ma per abitarlo.
La storia dei luoghi di culto basiliani lungo il Cammino è inseparabile dal Mercurion, la grande regione monastica che, tra Calabria e Lucania, rappresentò uno dei centri più importanti del monachesimo italo-greco. I cenobi legati a questa tradizione non erano semplici luoghi di culto, ma spazi di trasmissione culturale, di copiatura dei testi, di gestione del territorio. Il sacro non era separato dal quotidiano: lo attraversava.
Tra i luoghi di culto basiliani citati, il cenobio di San Nazario occupa una posizione centrale. È qui che Nicola riceve la tonsura e il nome di Nilo, dopo un viaggio segnato da fughe e attraversamenti. La chiesa, oggi affidata alla cura della comunità locale, conserva questa memoria di passaggio. Non è un luogo di arrivo definitivo, ma di transizione, coerente con la spiritualità basiliana, che concepisce il cammino come condizione permanente.
Un’altra presenza significativa lungo il Cammino è rappresentata dai luoghi di culto dedicati a San Michele, spesso legati a contesti rupestri o a posizioni elevate. La guida ricorda anche il legame tra Grottaferrata e il cenobio di Santa Maria di Rofrano, donato nel XII secolo all’abbazia fondata da San Nilo, rappresentando una continuità concreta di questa tradizione nel Cilento.
Ciò che accomuna i luoghi di culto basiliani lungo il Cammino di San Nilo è la loro richiesta implicita: non chiedono di essere visitati, ma abitati, anche solo per un momento. Non offrono risposte immediate, né percorsi guidati. I luoghi di culto basiliani non sono tappe isolate, ma nodi di una trama più ampia che tiene insieme Rossano, il Mercurion, il Cilento e Grottaferrata. Il Cammino di San Nilo rende visibile questa continuità, non attraverso grandi segni, ma attraverso presenze silenziose.
L'Influenza dei Basiliani sulla Società e la Cultura Locale
L'azione religiosa dei monaci basiliani in Calabria ha impresso nuovamente i segni dell'ellenismo, riuscendo a riconvertire le popolazioni locali e i profughi greci in una comunità ordinata, ricreando una società di tipo greco nell'Italia meridionale. All'interno di questo territorio, i monaci basiliani assumevano un ruolo di primo piano nelle relazioni politiche, sociali e amministrative, distribuiti tra l'Abbazia di Peseca e l'Ospizio da San Leo presso Sorbo San Basile. In origine, molti complessi erano formati da celle dove i monaci basiliani eremiti conducevano una vita contemplativa.
Le vaste campagne, come quelle che occupano oltre 80 ettari, in passato sono appartenute all'ordine dei monaci Basiliani che vi edificarono torri, testimoniando la loro influenza anche nella gestione del territorio e delle risorse.
La presenza basiliana è anche legata alla storia di comunità come quella di Frascineto, dove è presente una Cappella dedicata alle Anime del Purgatorio e una mostra di costumi albanesi, interessante per uno studio sulle comunità Arbëresh, un esempio di sincretismo culturale in aree influenzate dal monachesimo italo-greco.
tags: #eremi #basiliani #in #valletucchii