"Memorie del Presbiterio": Analisi di un Romanzo Incompiuto e Visionario

"Memorie del presbiterio", un'opera a firma degli scapigliati Emilio Praga e Roberto Sacchetti, occupa un posto a sé nel panorama letterario italiano. Sebbene possa apparire come un innocuo esercizio di scuola, elegante nella scrittura ma nulla più, il romanzo è piacevole e persino coinvolgente, al pari dei "gialli" degni di questo nome, pur mantenendosi a un livello apparentemente superficiale, adattato a gusti semplici ed elementari. Tuttavia, celato nei toni lievi di un'avventura che inizialmente ha il carattere della novella edificante, il romanzo persegue una verità ben più complessa, interrogandosi sulla possibilità stessa della verità attraverso diversi gradi di consapevolezza.

La Genesi Complessa: Emilio Praga e Roberto Sacchetti

La storia di "Memorie del presbiterio" è intrinsecamente legata alle vicende personali dei suoi autori. Nel 1875, all'età di trentasei anni, Emilio Praga moriva a Milano, lasciando un vuoto d'affetti nell'animo degli amici e un romanzo incompiuto dal titolo "Memorie del presbiterio". Questo romanzo, solitamente attribuito a Praga, fu in realtà terminato da Roberto Sacchetti a causa della morte prematura del primo.

Sacchetti, purtroppo, non fece in tempo a vederne l'uscita in volume, in quanto si spense anch'egli in giovanissima età, a soli trentaquattro anni. Nel frattempo, il romanzo era stato pubblicato a puntate sulla rivista milanese Il Pungolo nel 1877. A tal proposito, Sacchetti stesso racconta l'impresa:
"Da molti anni il Pungolo di Milano, che aveva acquistato la proprietà del racconto, lo prometteva ai suoi lettori; il Praga a lunghi intervalli lo ripigliava, aggiungeva alcune pagine nelle quali lasciava libero il freno alla sua immaginazione ineguale, splendida a lampi, al suo sentimento profondo e malato, bizzarro e delicatissimo; ne ingarbugliava l’intreccio, poi, stanco, l’abbandonava ancora. S’illudeva sempre di arrivare al fine e non l’avrebbe forse finito mai. Il Pungolo dovendo finalmente pubblicarlo, il Direttore Leone Fortis, amico di Praga e mio, propose a me di finirlo. Non potei dirgli di no, ma l’impresa mi sgomentava. Il meglio dell’opera stava nelle delicatezze di sentimento e di forma, in quel particolare profumo di poesia e di affetto che Emilio solo possedeva. L’intreccio poi era una disperazione, una matassa arruffata donde non usciva alcun filo buono. Fu allora ch’io ti pregai di rileggere il manoscritto, e tu, più pronto ed immaginoso di me, cavasti in una notte quel filo ch’io disperavo trovare. La tua soluzione io ho adottato esattamente nella catastrofe del romanzo."

Il tentativo di Praga fu, dunque, in un certo senso "fallito" perché non portò a compimento il libro. Sebbene l'autore avesse idee abbastanza chiare su come dovesse sciogliersi nel finale, egli, forse affogato nelle nebbie dell'alcool, non ebbe la forza, la voglia o la possibilità di finirlo. Roberto Sacchetti terminò il romanzo discostandosi piuttosto evidentemente dallo stile di Praga, rendendo il tutto più netto e meno sfumato, ma lasciando intatta la forza delle sorprese narrative introdotte a suo tempo dall'autore.

Ritratto di Emilio Praga, scrittore e pittore esponente della Scapigliatura milanese

L'Ambientazione Idilliaca e la Brusca Disillusione di Sulzena

La storia di "Memorie del presbiterio" è quella di Emilio, un giovane ventenne con la valigia del pittore sulle spalle, che intraprende un cammino per montagne e convalli che lo porta in un piccolo paese delle Alpi, Sulzena, ospite del curato. L'ambientazione è inizialmente un paesino delle Alpi circondato da una natura rigogliosa, perfetta e gentile, popolato da persone che nei modi e nel carattere sembrano rispecchiare l'equilibrio di quell'idilliaco angolo di mondo. Questa felicità di una natura viva, brillante e profumata lascerà però il posto a una difficile e sofferta scoperta del male, proprio in quei luoghi che lo fanno sentire così in armonia con se stesso, ma che si riveleranno saturi di corruzione e violenza.

Il protagonista comincia il suo cammino patendo una feroce disillusione personale. L'entusiasmo che prova al suo arrivo in paese è di brevissima durata e crolla come un castello di carte non appena si rende conto che niente è come sembra, a partire dal luogo per finire con coloro che vi abitano, senza eccezioni.

Veduta di un villaggio alpino con case antiche, sotto un cielo plumbeo

La Ricerca Travagliata della Verità

Il brusco risveglio del protagonista è un approssimarsi alla conoscenza traumatico che consapevolmente ribalta la prospettiva "positiva" platonico-aristotelica, secondo cui la filosofia, intesa come ricerca del vero, nasce dalla meraviglia, un'attitudine cognitiva che ci spinge a rendere ragione delle cose. Da subito, dunque, la verità è vista come qualcosa di sfuggente, difficile da afferrare; non è un rassicurante approdo, bensì un'infida compagna di strada, dalla quale guardarsi.

La storia si avvolge su se stessa in spire sempre più soffocanti. Emilio, al quale tutti gli abitanti del paese confidano i propri segreti e il proprio punto di vista, non è più in grado di orientarsi in una vicenda labirintica che, come in un gioco di specchi, moltiplica a dismisura l'illusione di verità. Anche quando i misteri si chiariscono, ciò che resta, al personaggio principale così come al lettore, è un'amara sensazione di impotenza. L'ottocentesco ottimismo positivista, con la sua fede nella ragione e nella scienza, la sua capacità d'indagine e la pretesa infallibilità dell'intelletto umano (purché adeguatamente preparato), si smarriscono dunque in uno sperduto paesino di montagna.

Gallerie di Personaggi: Luci e Ombre di Sulzena

Sullo sfondo apparentemente idilliaco di Sulzena, in mezzo a un crocevia di elementi da cliché naturalistici, il piccolo pittore italiano, di cui non si sa il nome ma che con precisione racconta gli avvenimenti, si trova a fare i conti con una vicenda del tutto curiosa e pregna di violenza e angoscia. Il viaggiatore, evidente e chiara proiezione dello stesso Praga, crede sulle prime di trovarsi in mezzo a un paese popolato di "santi". Fa la conoscenza del curato, il presbitero Luigi, uomo dalla grande fermezza morale, dotato di bonomia e ospitalità. Dal curato si dipana un mondo semplice, in cui il "campanile" è la pars construens, con il contadino Baccio che si occupa della fontana della piazza e la puerpera Mansueta (un vero nomen omen alla maniera degli antichi) che tiene in ordine la locanda del curato.

Dall'altra parte emerge la pars destruens, il municipio impersonato dal tracotante sindaco Deboni e il viscido Don Sebastiano, curato dei paesi vicini, a evidenziare il conflitto mai risolto fra fede e potere. In mezzo a questi schieramenti sta il farmacista Bazzetta, strano individuo che sa tutto di tutti, che odia tutto e tutti e che non ha altro interesse se non quello del proprio tornaconto personale. Successivamente fa la sua apparizione il giovane studente di seminario, Aminta, bel nome che risuona della memoria del Tasso, virgulto gentile e a modo, schiacciato da una sorta di "patria potestà" che il sindaco sembra esercitare su di lui.

Le vicende di questi personaggi, nel prosieguo della narrazione, si intrecciano e si saldano progressivamente, facendoci riscontrare come in un paese che veniva appellato "novella Tebaide" per significare la purezza di spirito dei suoi abitanti, si annidino, neppure troppo nascostamente, i più torbidi segreti. Su tutto aleggia un mistero insoluto che lega come un marchio ancestrale tutti i personaggi, incarnato da un personaggio deceduto ma comunque sempre presente nei pensieri di tutti.

Struttura Narrativa e Innovazione Stilistica

"Memorie del Presbiterio" prende forma lentamente, attraverso alcuni momenti topici, segnati con la dicitura "Storia del Sindaco". In questi punti viene descritta, compiendo una deviazione dal solco cronologico dell'opera con ricchi flashback, la storia per filo e per segno del personaggio preso in disamina. La cosa notevole, per capire la finezza di questo ingranaggio letterario, è che il lettore non viene mai a sapere più di quanto sa il viaggiatore. Questo permette di identificarsi appieno in questo narratore che sfugge dal ruolo di semplice personaggio per il fatto di essere al contempo dentro e fuori dal racconto: è dentro perché impersona un personaggio sulla "scena", ma è anche fuori perché questo personaggio non ha quasi peso ai fini della vicenda, fungendo da concretarsi della coscienza critica dei reali protagonisti della storia, i quali si vedono agire di fronte a punti di rottura di quella falsa stasi rappresentata dal paesino da cartolina.

La struttura del romanzo si compie a strappi, è nervosa e scorbutica come lo potrebbe essere un giovane artista quale era Emilio Praga. Sembra quasi che non abbia il tempo di soffermarsi per cesellare meglio la sua opera, che la lasci quasi barbaricamente incompiuta per dare più forte il suo segnale di alterità rispetto alle mode letterarie. Per poter davvero essere contemporanei, affermava Friedrich Nietzsche, non bisogna essere aderenti in maniera chirurgica al proprio tempo, ma si deve essere un poco "sconnessi". Quel "grado di separazione", in avanti o all’indietro, è la vera cifra della propria certificata contemporaneità. L’operazione è evidentemente quanto mai ardua, ma anche nei tentativi falliti o abortiti è insita la visionaria grandezza del tempo che si fa. Nelle "Memorie del Presbiterio" c’è il germe della visionaria grandezza di volersi fare interprete del proprio tempo e del proprio mondo.

La Scapigliatura

"Memorie del Presbiterio" nel Contesto Scapigliato e Oltre

Le "Memorie del Presbiterio" riflettono la volontà di un autore scapigliato di fondare un nuovo tipo di romanzo, che prende le mosse abiurando la lezione manzoniana (più apparentemente che nella realtà) per costruire un racconto che nasce dalle sensazioni e dalle impressioni di un "viaggiatore del mondo". L'autore non riuscì pienamente in questo intento per una serie di cause che vanno dalla propria condizione di bohèmien di provincia (e quindi inabile al concludere in modo fattivo qualsiasi cosa) a un ambiente culturale, quello delle Lettere italiane della seconda metà dell’Ottocento, rigorosamente abbarbicato in stilemi sorpassati e poco aduso alle novità.

Praga, con quest'opera, voleva costruire un romanzo che si adattasse a un vasto pubblico, ricorrendo a espedienti che in qualche modo si rifanno al romanzo d’oltralpe e agli ingredienti tipici del feuilleton (qualcuno ha addirittura fatto riferimenti al Poe). Ma la storia vuole anche essere un luogo non ligio agli schemi convenuti della moralità estetica tradizionale; vuole essere bizzarra, impertinente, scapestrata ma anche scabrosa, fuori da ogni misura. Non siamo di fronte a un Manzoni, e nemmeno alle storie di feuilleton più innovative, ma certo "Memorie del presbiterio" ha qualcosa di profondamente strutturale, pur rimanendo nostalgicamente ancorato all'amor fou dei feuilleton che sempre meno venivano inseriti nei giornali. È una traccia importante, seppure poi abortita, di un altro modo di realizzare il romanzo all’italiana, che non fu mai il romanzo “delle città” come quello inglese o francese, ma che non fu neppure soltanto “incubo del subconscio” come quello russo o tedesco.

La Provincia Rivelata: Orrori Nascosti e Insegnamenti Duraturi

Praga, un uomo sostanzialmente venuto dalla provincia ma che risiedé a Parigi negli eroici tempi di Hugo e Baudelaire, ci dona un grande insegnamento, condotto attraverso il seducente filtro di una prosa sghemba e dettata dalle impressioni più che dall’aderenza letteraria: la provincia nasconde mostri neppure paragonabili a quelli presenti in città. La città, per il suo ruolo di collante popolare moderno, pone tutto sotto la luce della trasparenza, si sa tutto all’interno delle metropoli. È in provincia che gli orrori si consumano in famiglia e solo a fatica vengono fuori. Le mille tragedie che non si sapranno mai, se non per averle origliate o per un vicino spione, che avvengono nelle case della provincia sono segno tangibile dell’orrore di questo mondo. Ecco perché è doveroso portare alla memoria tale libro.

Il viaggiatore/pittore che scala le Alpi è un italiano della seconda metà dell’Ottocento arrivato tardi per potersi fregiare del titolo di “eroe del Risorgimento” ma giunto troppo presto per potersi (auto)definire un decadente. Egli è un esule dalla vita, che può sfuggire alle bassezze e agli intrighi della città rifugiandosi sui monti, diventando testimone silenzioso e critico di un mondo nascosto.

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