Aprendo l’udienza generale del 7 ottobre, il Papa ha annunciato la ripresa delle catechesi sulla preghiera, precedentemente interrotte per approfondire la cura del creato. In tale contesto, la figura del profeta Elia emerge come centrale. Come spiega il Papa, la preghiera è la linfa che alimenta costantemente la sua esistenza, rendendolo uno dei personaggi più cari alla tradizione monastica, tanto che alcuni lo hanno eletto come padre spirituale della vita consacrata a Dio.
Elia è l’uomo di Dio, che si erge a difensore del primato dell’Altissimo. Eppure, anche lui è costretto a fare i conti con le proprie fragilità. Il Santo Padre osserva che nell’animo di chi prega, il senso della propria debolezza è più prezioso dei momenti di esaltazione. Nella preghiera si alternano momenti di entusiasmo e momenti di dolore, aridità e prova, che non devono essere temuti. La preghiera è un lasciarsi portare da Dio e lasciarsi anche "bastonare" da situazioni difficili e tentazioni. Questa realtà si ritrova in tante altre vocazioni bibliche, anche nel Nuovo Testamento, come in San Pietro e San Paolo.
Da Elia si può trarre anche un altro insegnamento: egli è l’uomo di vita contemplativa e, allo stesso tempo, di vita attiva, preoccupato delle vicende del suo tempo, capace di scagliarsi contro il re e la regina. Abbiamo bisogno di credenti zelanti, che agiscano con il coraggio di Elia davanti a persone con responsabilità dirigenziali. Elia ci mostra che non deve esistere dicotomia nella vita di chi prega: si sta davanti al Signore e si va incontro ai fratelli a cui Lui invia. La preghiera è un confronto con Dio e un lasciarsi inviare a servire i fratelli. Il Pontefice ricorda che si celebra la memoria della Beata Vergine Maria del Rosario, la quale nelle sue apparizioni ha spesso esortato alla recita del Rosario, specialmente di fronte alle minacce incombenti sul mondo.
Il Contesto Storico e la Missione di Elia

Il profeta Elia è il protagonista di una storia che inizia in 1 Re 17 e si conclude in 2 Re 2. Egli svolge il suo ministero nel regno del Nord, nel IX secolo a.C., durante il regno di Acab, figlio di Omri. Acab fece ciò che è male agli occhi del Signore, più di tutti quelli prima di lui. Non gli bastò imitare il peccato di Geroboamo, figlio di Nebat, ma prese anche in moglie Gezabele, figlia di Etbàal, re di quelli di Sidone, e si mise a servire Baal e a prostrarsi davanti a lui. Erse un altare a Baal nel tempio di Baal, che egli aveva costruito a Samaria.
In una civiltà agricola, Baal era una figura di grande seduzione, dio del temporale, della pioggia e presiedeva alla fertilità della terra e alla fecondità del bestiame. In questo contesto di sincretismo religioso e di gravi ingiustizie, Elia compare e scompare improvvisamente nella storia dei re, ma la sua figura è di grande peso in tutto il profetismo biblico. L'apparire improvviso di Elia è un espediente narrativo per lasciare al lettore la scelta di come leggere le sue vicende.
Il nome di Elia significa "Dio è Signore" e riflette il suo ruolo. Elia dichiara ad Acab che nel paese non vi sarà più pioggia «finché non lo dirò io», sfidando Baal, dio della fertilità e della pioggia, sul suo stesso terreno. L'iniziativa sembra partire da lui, e sebbene egli faccia un giuramento, sembra parlare a titolo del tutto personale, creando una tecnica narrativa di ironia e fraintendimento.
La Sfida sul Monte Carmelo

Il racconto di 1 Re 18,1-46 presenta l'incontro tra il re Acab e il profeta Elia, culminando nella grande sfida sul Monte Carmelo tra Elia e i profeti di Baal alla presenza di tutto il popolo, e la conseguente cessazione della siccità.
Preliminari e Confronto
- Dopo tre anni di siccità, Elia incontra Abdia, ministro del re Acab e timorato di Dio, che aveva salvato i profeti di Yhwh dalla persecuzione di Gezabele. Abdia, pur temendo la reazione del re, riferisce ad Acab della presenza di Elia.
- L'incontro tra Acab ed Elia avviene come comandato dal Signore. Acab accusa Elia di essere la «rovina di Israele», ma Elia contrattacca con la stessa accusa, motivando: «perché avete abbandonato i comandi di Yhwh e tu sei andato dietro ai baalim».
- Elia lancia la sfida di un confronto spettacolare tra lui e i profeti di Baal e Asherah sul monte Carmelo. Il suo «zelo» prevale sulla parola ricevuta inizialmente da Dio, volendo prima chiarire chi sia la vera causa di sventura per Israele.
La Prova e il Giudizio
Elia si rivolge al popolo radunato da Acab, accusandoli di indecisione tra Yhwh e Baal: «Fino a quando danzerete a doppio ritmo?». Propone una sfida: la divinità che risponderà con l'invio del fuoco sarà riconosciuta come Dio. Mentre Elia è solo come profeta di Yhwh, i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta. La proposta viene accettata dal popolo.
I profeti di Baal invocano il nome del loro dio dal mattino fino a mezzogiorno, gridando e saltellando intorno all'altare, ma senza alcun effetto. Elia si fa beffe di loro: «Gridate con voce più alta, perché egli è un dio! Forse è soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato si sveglierà». Essi proseguono infliggendosi ferite e cadendo in uno stato di "trance", ma senza risposta.
Dopo il fallimento dei profeti di Baal, Elia comanda al popolo di avvicinarsi. Costruisce un altare con dodici pietre, lo riempie di legna e olocausto e lo irrora triplice con quattro giare d'acqua, fino a riempire un canaletto intorno. La sua preghiera, all'ora dell'offerta, è che si riconosca che Yhwh è Dio in Israele e che Elia è suo servo, e che il popolo torni a lui. Immediatamente, «cadde il fuoco del Signore e consumò l'olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l'acqua del canaletto. A tal vista tutti si prostrarono a terra ed esclamarono: "Il Signore è Dio, il Signore è Dio!"» (1 Re 18, 38-39).
La vittoria di Yhwh segna anche la fine della siccità. Elia ordina al popolo di afferrare i profeti di Baal e li fa uccidere presso il torrente Kison. Questa azione, sebbene sanzioni la vittoria di Elia, rimane comunque sconcertante per la sua violenza.
La Crisi, la Fuga e l'Incontro sul Monte Oreb

Nonostante la vittoria sul Carmelo, Elia si ritrova ancora in pericolo a motivo di Gezabele, che vuole ucciderlo. «Gezabele, conosciuto l’esito della sfida del monte Carmelo e la sorte dei suoi quattrocentocinquanta profeti, giurò di vendicarsi contro Elia e mandò a dirgli: «Gli dei mi facciano questo e anche peggio, se domani a quest’ora non avrò reso te come uno di quelli». Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Bersabea di Giuda, dove fece sostare il suo ragazzo. Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: «Ora basta Signore! prendi la mia vita, perché non sono migliore dei miei padri» (1 Re 19,2-4).
Bersabea, luogo legato alla storia di Abramo e Isacco, assiste al crollo psicologico di Elia. La reazione di Gezabele e la mancata difesa del popolo avevano prodotto nel profeta l’amara consapevolezza che nulla era cambiato; la grande sfida del Carmelo fu assolutamente inutile. «Tutto è stato vano - fa dire Neher a Elia - la sfida e la risposta, il tentativo e il trionfo; non siamo andati avanti di un sol passo, ed io non sono migliore dei miei padri; dopo, come prima, eccomi solo. […] A che pro proseguire il cammino, se è soltanto per fallire di nuovo?».
Dio interviene inviando a Elia un angelo che lo tocca e gli dice: «Alzati e mangia!». Elia vede vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve e tornò a coricarsi. L’angelo del Signore tornò, lo toccò e gli disse: «Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.
Acqua, fuoco, roccia e focaccia (farina e olio) attraversano la vicenda del profeta come filo conduttore, evocando di volta in volta la presenza provvidente di Dio, la sua gelosia, la sua collera e la sua premura. Elia, sebbene non se ne avveda, non vive per se stesso; il suo itinerario è quello che ogni membro del popolo dovrà percorrere per tornare al Signore. Egli è una sorta di guida nella notte. Lo sconforto, la stanchezza e la fame di Elia sono i sintomi che affliggono ogni uomo che si allontana dall’acqua della salvezza, dal pane della parola, dal fuoco dello zelo, dalla roccia che è Dio stesso, unica realtà solida e sicura in un mondo mutevole. I commentatori cristiani scorgeranno nella misteriosa focaccia un’anticipazione del mistero eucaristico.
La Voce del Silenzio Sottile

Giunto all’Oreb, il monte dove Dio apparve a Mosè nel fuoco di un roveto e dove il popolo ricevette le tavole della legge, Elia entrò in una caverna per passarvi la notte. Il Signore gli disse: «Che fai qui Elia?». Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita».
Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l’udì Elia si coprì il volto con il mantello e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco sentì una voce che diceva: «Che fai qui Elia?». Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita» (1 Re 19,9-11).
Sul Monte Carmelo, il Signore aveva risposto con una fiamma divorante. Sul Monte Oreb, Elia ripercorre le grandi teofanie con cui Dio aveva tratto il popolo dall’Egitto (vento d'oriente, terremoto, colonna di fuoco). Ora, però, Elia s’avvede che vento, terremoto e fuoco sono vuoti della presenza divina. Il Signore si rivela ad Elia in una voce di silenzio che svanisce, come potrebbe essere tradotta l’espressione ebraica Qôl demamâ daqqâ: voce del tenue mormorio.
La strada intrapresa sul Monte Carmelo nella lotta contro Baal si rivela fallimentare nel suo approccio violento. La risposta all'inquietante domanda del precedente capitolo - se Dio non avesse risposto non sarebbe accaduto nulla - è che il Signore non era in quel fuoco violento. È tempo che il popolo cresca, entri nell’adolescenza del suo rapporto con Dio. Il Signore non è nelle forze della natura ma parla al cuore. Il comando del Dio di Israele è uno solo: shemà Israel! Ascolta Israele, ascolta quella voce sottile di silenzio che parla al tuo cuore. Questo è il cuore del messaggio di Elia. Il silenzio di Dio non è semplicemente castigo, ma è un richiamo profondo, sottile che sale dal di dentro del cuore umano, nostalgia di quella brezza leggera che ventilava l’Eden.
Nel "silenzio della voce sottile", Elia incontra veramente Dio: come colui la cui potenza non è quella della forza naturale che distrugge, ma quella della parola inerme che parla con una voce che è quella del silenzio e sa attendere. In questo secondo incontro rivelativo, Elia capisce la sua colpa e comprende che il Dio che aveva difeso con la violenza era un falso Dio, perché il vero Dio non vince con la forza, ma con il silenzio dell'amore che sa attendere e soffrire, e soprattutto perché Dio non ha nemici ma solo figli e amici.
La Paternità Spirituale di Elia e i Carmelitani

Il 20 luglio, la Chiesa commemora S. Elia profeta, uno dei personaggi più affascinanti e misteriosi della storia, tanto grande da aver meritato di apparire, insieme a Mosè, sul Monte Tabor nella Trasfigurazione del Signore. Elia fu rapito dalla terra su un carro di fuoco (2Re 2, 1ss) e il suo spirito, comunicato al discepolo Eliseo (Ecc. 48, 12), si è poi manifestato lungo i secoli in diversi personaggi, come S. Giovanni Battista (Matt. 11, 14).
Attorno a lui e al suo discepolo Eliseo, sul Monte Carmelo sorse una comunità di eremiti conosciuti come "figli dei profeti". Dopo Cristo, questa tradizione fu continuata, costituendosi forse la più antica comunità monastica di cui si abbia notizia. Sulla scia di questi eremiti e richiamandosi alla spiritualità di Elia, nel XII secolo venne costituita una comunità religiosa sul Monte Carmelo, che dopo la caduta del Regno cristiano di Gerusalemme, dovette trasferirsi in Europa. Molti Papi nelle loro Bolle hanno riconosciuto questa paternità eliatica dell’Ordine Carmelitano, autorizzando i Carmelitani a rendere culto a Elia come il loro Fondatore.
Elia è ricordato anche per un’altra caratteristica: il suo spirito infuocato. Egli è paragonato al fuoco: «Sorse Elia, profeta ardente como il fuoco, e la sua parola bruciava come fiamma» (Ecc. 48, 1). Il grande esegeta P. Cornelio a Lapide, S.J., lo chiama «l’igneo Elia», evidenziando come la sua mente, lingua, cuore e mano fossero ignee. Questo fuoco corrispondeva alla virtù che Elia era chiamato a rispecchiare: l’ira santa. S. Basilio spiega che il Signore non condanna l'uso dell'ira per risolvere situazioni quando è necessario, e Elia, pieno di giusta e sapienziale collera, decretò ed eseguì la sentenza di morte contro i 450 sacerdoti della turpitudine e contro i 400 profeti dei boschi.
Molti storici si sono interrogati sulle cause del crollo della Cristianità medievale, riscontrando la perdita di antico zelo e l'affievolirsi della serietà e austerità, portando a un irenismo sregolato che ha seppellito ogni manifestazione di fermezza cattolica. La restaurazione della Cristianità passa necessariamente per un ritorno a questa fermezza, che trova in S. Elia un esponente archetipico.
Elia nella Spiritualità Sacerdotale e nell'Azione Cattolica

La figura di Elia è stata il fulcro di corsi di esercizi spirituali, come quello guidato da P. Gaetano Piccolo SJ per 51 presbiteri provenienti da tutta Italia, organizzato dalla Presidenza nazionale di Azione Cattolica e il Collegio Assistenti. Questi esercizi rappresentano un importante tempo di grazia per i presbiteri, un tempo di kairos per lasciarsi incontrare da Dio, dedicarsi alla preghiera prolungata e ritrovare entusiasmo e slancio nel servizio pastorale.
P. Gaetano Piccolo ha invitato a meditare sui racconti del ciclo di Elia, richiamando i partecipanti a un processo di identificazione e attualizzazione. Il profeta Elia, il cui nome significa "Dio è Signore", ha avuto il coraggio di dire la verità non venendo mai meno alla responsabilità della sua missione. La sua vicenda, svolta nel IX secolo sotto il re Acab, è parabola della vita del presbitero, chiamato a essere guida di comunità. Elia è proposto come punto di riferimento per riscoprire il significato pieno dell’identità sacerdotale, da incarnare in maniera credibile e radicale. L’obbedienza incondizionata alla Parola è il primo insegnamento del suo racconto, ponendosi come coscienza critica di un popolo che aveva abbandonato la fedeltà all'alleanza per il compromesso con gli idoli.
Elia, il Profeta di Fuoco che Libera dalla Pigrizia del Cuore
Con le sue riflessioni, P. Gaetano Piccolo ha guidato i partecipanti a percorrere lo stesso cammino di Elia, riscoprendo nelle prove le motivazioni che muovono la vita di un uomo e di un presbitero per giungere alla meta della felicità. Elia, con la sua predicazione, diventa scomodo di fronte all'idolatria e lancia la sfida sul Monte Carmelo. La sua storia ci spinge a non temere di essere trasformati dal fuoco dell'amore di Dio, a rendere testimonianza solamente per Dio, ascoltando la sua voce nella quiete e non nel frastuono.
L'Azione Cattolica propone riflessioni come "Che fai qui Elia? Nuove partenze, tra ieri e domani", affrontando l'episodio biblico del profeta che fa esperienza di Dio sul monte Oreb. Don Passoni spiega: «Nell’ultima notte, in una caverna, Elia incontra Dio. Non lo trova nel vento impetuoso, nel terremoto che abbatte le case, nel fuoco che brucia e consuma, ma nella “voce di un silenzio sottile”». Questo invita ad accogliere la novità della manifestazione di Dio, come l'avvio di un tempo nuovo, disponendosi ad accoglierlo con occhio vigile e cuore disarmato in un "passaggio d'epoca".
Il Significato di "Profeta"
Nel libro del Siracide la figura di Elia viene scolpita: «Allora sorse Elia profeta, simile al fuoco; la sua parola bruciava come fiaccola» (Sir 48, 1). Elia è il primo profeta nella storia d'Israele, il capostipite di una lunga serie. Per la Bibbia, il termine "profeta" non significa indovino, messaggero di cattive notizie o contestatore dell'ordine costituito, bensì colui la cui parola non proviene da lui ma da Dio. La sua parola è Parola di Dio: non parola su Dio ma parola di Dio. Il profeta è colui che, nel parlare, parla non di sé, dei suoi vissuti o dei suoi progetti, bensì di Dio, di quello che lui vuole e pensa sull'uomo e sulla storia.
La parola profetica «brucia come fiaccola»: perché, come il fuoco, scioglie le catene dell’io e della violenza che irretiscono la storia umana e, come la luce della fiaccola, illumina la notte dell'esistenza ridisegnandovi i sentieri della riconciliazione e della pace. Questa profezia, parola divina che brucia e che riscalda, che giudica e che illumina, non inabita solo alcuni grandi spiriti del passato, ma ogni donna e ogni uomo, ogni ragazza e ogni ragazzo, è in te e con te.
Nel "supermarket" del villaggio globale, corriamo il rischio di crearci un dio a nostra immagine e somiglianza. La critica beffarda di Elia ci ricorda che esiste una differenza irriducibile tra il vero Dio, di cui il profeta Elia custodisce la memoria, e il falso Dio, di cui i profeti di Baal sono la coscienza convinta ma illusoria. La differenza consiste nel fatto che il primo è il Tu personale o Volontà che si erge di fronte all'io, elevandolo all'altezza della responsabilità di fronte a Dio e al prossimo.
Preghiera
Vincere
dominare
imporre
ma anche
uccidere
annientare
annichilire:
questa è la storia
Signore.
Anche i tuoi profeti
a volte
hanno imposto la verità
con la forza
e se guardo
al mio cuore
con disincanto
quanta violenza vi trovo!
Fammi capire
Signore
che la tua verità
è l'amore
e che non devono esistere
nemici
ma solo
fratelli da amare.
Amen.