La frase biblica «Egli ha preso le nostre infermità e ha portato le nostre malattie» (Isaia 53:4), citata in Matteo 8:17, racchiude un significato profondo e complesso all'interno della teologia cristiana e dell'esegesi biblica. Questa affermazione si riferisce all'opera redentrice di Gesù Cristo, che si è caricato non solo dei peccati dell'umanità ma anche delle sue sofferenze fisiche e spirituali.
L'Adempimento della Profezia in Gesù
Il Vangelo di Matteo, narrando gli eventi della sera in cui molti indemoniati e malati furono portati a Gesù, afferma che egli, con la parola, scacciò gli spiriti e guarì tutti i malati. Questo avvenne affinché si adempisse quel che fu detto per bocca del profeta Isaia: «Egli ha preso le nostre infermità e ha portato le nostre malattie» (Matteo 8:16-17).

La sofferenza di Cristo fu a causa delle persone, le quali hanno peccato e sono prive della gloria di Dio (Romani 3:23). Quindi ha sofferto una volta per i peccati delle persone, in modo da condurre le persone a Dio (1 Pietro 3:18), ovvero in modo che potessero ereditare la vita eterna. Cristo ha portato i peccati delle persone nel suo corpo, sul legno della croce, affinché, morte al peccato, vivessero per la giustizia, e mediante le sue lividure sono state guarite (1 Pietro 2:24). Nel caso dei peccati, Cristo li portò nel suo corpo sul legno della croce e, portandoli nel suo corpo, li rimosse anche (1 Giovanni 3:5). Questo vale anche per quelle infermità che prese e quelle malattie che portò, le quali furono anche rimosse.
Il Servo di Yahweh e l'Agnello di Dio
Nel Vangelo di Giovanni, Giovanni Battista, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!». Secondo l’esegesi più probabile, il titolo vuol mostrare in Gesù il «Servo di Yahwe». Nei testi del profeta Isaia, il «servo» viene paragonato ad un agnello di cui viene sottolineata l’innocenza e l’umile accettazione davanti a un trattamento crudele. Il «servo» porta su di sé il peccato di molti per espiarlo con un amore che giunge fino alla morte.
Interpretazioni Tradizionali del Servo di Yahweh
- La tradizione ebraica identifica il Servo con il popolo di Israele, chiamato ad essere luce delle nazioni, sopportando le sofferenze per il bene del mondo e diffondendo la Legge di Dio.
- La tradizione cristiana vede nel Servo di Yahvé una chiara prefigurazione di Gesù, che si è caricato dei peccati del mondo per liberarci dal male.
Nel suo Vangelo, Giovanni vuol affermare che Gesù, puro da ogni peccato, ha deciso di prendere su di sé il peccato di tutti, ottenendo così la nostra definitiva liberazione, non solo dal peccato, ma anche dalla morte stessa. Questa è una scelta ben diversa da come il Battista, nella tradizione riportata dai primi tre evangelisti, aveva previsto il compito e la missione del futuro Messia. Quando, dopo tutti gli altri, Giovanni scrive il quarto Vangelo, ha capito che Gesù ha meritato il titolo di agnello di Dio solo in forza della sua passione e morte. Ma sarà questa morte che gli darà la vittoria. Lo stesso Giovanni, nel libro dell’Apocalisse, vedrà l’agnello immolato diritto in piedi davanti al trono dell’Altissimo.
Matteo, citando ancora Isaia, aveva scritto: «Egli ha preso le nostre infermità, si è caricato delle nostre malattie» (Is 53,4; Mt 8,17). Questo ci aiuta a capire perché Gesù toglie il peccato del mondo: lo toglie perché lo porta su di sé, fino a rimanere schiacciato sotto il suo peso.
Gesù e la Guarigione delle Infermità
La premessa del sacrificio di Cristo serve a fare una differenza: le infermità e malattie di cui parla Matteo 8:17 sono infermità e malattie letterali, come si può capire dal verso precedente. Queste infermità che prese e queste malattie che portò sono solo quelle di persone al tempo in cui lui era sulla terra. Cristo pagò per i peccati delle persone (1 Pietro 3:18), portandoli nel suo corpo sul legno della croce (1 Pietro 2:24), e pagò anche prendendo le infermità e portando le malattie delle persone alle quali ciò si applica quando lui era sulla terra.
Esempi Evangelici di Guarigione
L'episodio del centurione a Cafarnao è un esempio eloquente della potenza di Gesù sulle malattie. Entrato Gesù in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gesù gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande!». E Gesù disse al centurione: «Va’, avvenga per te come hai creduto». In quell’istante il suo servo fu guarito.
Un altro episodio è la guarigione della suocera di Pietro: Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre la lasciò; poi ella si alzò e lo serviva.

Il Sacrificio di Cristo: Espiazione per i Peccati e le Malattie
Quello che successe a Cristo è paragonabile a quanto accadeva al capro espiatorio di cui parla Levitico 16:20-22, il quale portava con sé le iniquità delle persone. «Quando avrà finito di fare l’espiazione per il santuario, per la tenda di convegno e per l’altare, farà avvicinare il capro vivo. Aaronne poserà tutte e due le mani sul capo del capro vivo, confesserà su di lui tutte le iniquità dei figli d’Israele, tutte le loro trasgressioni, tutti i loro peccati e li metterà sulla testa del capro; poi, per mano di un uomo che ha questo incarico, lo manderà via nel deserto. Quel capro porterà su di sé tutte le loro iniquità in una regione solitaria; esso sarà lasciato andare nel deserto.»
Riguardo al sacrificio di Cristo, è stato fatto per tutti gli uomini (1 Timoteo 4:10; 1 Giovanni 2:2). Tuttavia, se si prende in considerazione che non tutti gli uomini saranno salvati, il suo sacrificio, nel suo risultato finale, non è stato fatto per tutti (Matteo 26:28; Romani 5:15).
Gesù ha preso su di sé, portandole come sue, tutte le colpe e tutte le sofferenze dell’umanità. Lui sana, redime e nutre se stesso attraverso questa assunzione. Questa stessa assunzione deve compiere ogni suo discepolo. «Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti» (Is 53, 4. 11).
#20 Gesù è il nostro capro espiatorio?
La Sofferenza di Cristo e il Dolore Umano
Il Cantico del Servo di Dio, descritto in Isaia, offre non solo il racconto delle sofferenze del Signore, ma anche il senso della sua passione che culmina nella risurrezione (cf. Is 53, 10; 52, 15). Ed è lo stesso senso della sofferenza dell’uomo, soprattutto se è unito a Cristo mediante la fede. Portando a compimento la redenzione attraverso il dolore, Cristo ha giustamente elevato la sofferenza umana al rango di redenzione.
Gesù si accostò agli ammalati con amore e tese loro la sua mano misericordiosa, affinché ravvivassero la loro fede e anelassero più profondamente alla piena salvezza. Guarì molti (cf. Mc 1, 34), ma soprattutto elevò il dolore ponendolo al servizio della sua redenzione. L’attenzione e il servizio prestati a chi è ammalato sono tratti distintivi di un popolo cristiano.
La Compassione e il Sostegno ai Malati
L’ammalato è una persona umana e, come tale, ha bisogno di avvertire l’affettuosa presenza di coloro che ama e dei suoi amici. Questa presenza è medicina spirituale che ridà amore per la vita e ci persuade a lottare per essa con una forza interiore che non di rado contribuisce in maniera decisiva alla guarigione. Il mondo della sofferenza umana invoca incessantemente un altro mondo: quello dell’amore umano disinteressato che sgorga nel suo cuore e nelle sue opere. Solo l’uomo che è capace di accogliere l’amore misericordioso sarà capace di darlo senza egoismi.
Ogni grave malattia solitamente attraversa periodi di scoraggiamento radicale, nei quali sorge la domanda sul perché della vita. In queste circostanze, la presenza silenziosa e orante degli amici ci sostiene fermamente. Quando noi, come Gesù, afflitti dalla nostra situazione, gridiamo interiormente: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Sal 22, 2; Mt 27, 46; Mc 15, 34), solo da lui possiamo ricevere la risposta che acquieta e conforta a un tempo. La croce di Cristo proietta pertanto un raggio di luce sul mistero del dolore umano; solo nella croce l’uomo può avere una risposta all’angustiato appello che nasce dal cuore di chi soffre. Lo hanno ben compreso i santi, che hanno saputo accettare il dolore e, talvolta, lo hanno ardentemente desiderato per associarsi alla passione del Signore, facendo proprie le parole dell’apostolo: «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1, 24). Identificato con Cristo sulla croce l’uomo può sperimentare che il dolore è un tesoro e la morte un guadagno (cf. Fil 1, 21); può verificare come l’amore dignifica, rende dolce il dolore e redime.
Questa è la consolazione dei credenti, quando la grazia di Dio ci fa vivere di fede, sorregge la nostra speranza e infiamma la nostra carità. Così diviene già realtà in noi la liberazione che ci ha ottenuto Gesù, giacché, in maniera misteriosa ma efficace, in un certo senso, la morte diventa vita per noi. È la morte generosa del grano che produce il raccolto abbondante della redenzione (cf. Gv 12, 24). Questo è ciò che esprime il cantico di Isaia in modo così vivo: «Dopo il suo intimo tormento… il giusto mio servo giustificherà molti… perciò io gli darò in premio le moltitudini» (Is 53, 11.12).
La Natura della Malattia e l'Espiazione
Alcuni sostengono che tutto ciò che è necessario per la guarigione dei nostri corpi sia già stato realizzato da Cristo sulla croce. Dio avrebbe già compiuto tutto ciò di cui c’era bisogno per darti la guarigione fisica. Se non sei stato guarito, non è perché Dio non lo voglia, ma perché tu non ci credi. Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato!
In che modo allora l’espiazione si relaziona alla malattia? Alcuni autori insistono sul fatto che in un certo senso Dio non solo ha reso Cristo peccato per noi, ma lo ha anche reso sofferenza per noi. Cristo sopportò vicariamente le nostre malattie così come le nostre iniquità. Eppure non c’è colpa nella malattia o nella sofferenza. Avere il diabete o il raffreddore non è peccato. La Scrittura ci dice di pregare «rimettici i nostri debiti» e ci esorta affinché «confessiamo i nostri peccati», ma da nessuna parte dice che dovremmo pregare «perdonaci la nostra artrite» o «Signore, confesso di avere l’influenza». La malattia non è peccato.
È ovvio che, in ultima analisi, tutte le malattie sono il risultato del peccato, dal momento che la caduta di Adamo ha portato la corruzione e la morte alla razza umana (Genesi 3:17-19). Ma questo non significa che ogni nostro malanno sia causato da un peccato specifico che abbiamo commesso.

Guarigione "Attraverso" l'Espiazione, non "Nella" l'Espiazione Immediata
Isaia 53 usa una figura retorica, chiamata “metonimia”, in cui l’effetto viene usato al posto della causa. Il peccato è la causa ultima di cui la malattia è uno tra i tanti effetti. Gesù ha sopportato la nostra malattia nel senso che è stato punito per il peccato che causa la malattia. Alla sua prima venuta, con la sua morte ha gettato le basi per il rovesciamento e annientamento definitivo di tutte le malattie che avverrà con la risurrezione del corpo alla sua seconda venuta (Filippesi 3:20-21). Pertanto è teologicamente fuorviante affermare che Gesù sopportò la nostra malattia nello stesso modo in cui sopportò i nostri peccati.
C’è una qualche guarigione nell’espiazione? Ovviamente. Se non fosse per l’espiazione compiuta da Gesù per il peccato, noi non avremmo la speranza di alcuna forma di guarigione, né ora né in futuro. Forse sarebbe più accurato dire che c’è guarigione attraverso l’espiazione piuttosto che nell’ espiazione, dal momento che la morte espiatoria di Gesù è la base su cui Dio ci guarisce. La domanda non è se i nostri corpi siano guariti grazie all’espiazione di Cristo, ma quando.
Sperimentiamo ora la comunione con Dio grazie alla morte espiatoria di Cristo, ma attendiamo il suo ritorno per il coronamento di quella relazione benedetta. È un grave errore pensare che ogni benedizione ottenuta da Cristo attraverso la sua sofferenza redentrice sarà nostra ora nella sua forma compiuta. Tutte queste benedizioni saranno davvero nostre.
Le guarigioni compiute da Gesù sono il risultato dell’espiazione? Sì. In qualunque misura la guarigione venga sperimentata in questa vita, è frutto della morte espiatoria di Cristo. Ma non ne consegue necessariamente che laddove ci sia espiazione ci sia anche guarigione immediata. Questo passaggio in Matteo afferma che, qualsiasi guarigione avvenga, è il risultato dell’opera redentrice di Cristo. Non dovremmo mai smettere di pregare per la guarigione dei malati. Dovremmo anche ringraziare che ci sia guarigione fisica per noi attraverso l’espiazione di Gesù Cristo o a motivo di essa. E dovremmo riconoscere che qualunque forma di guarigione e di buona salute noi sperimentiamo ora è una benedizione che sgorga dall’albero del Calvario.
Fede, Preghiera e Guarigione nell'Esperienza Cristiana
La sostanza del Vangelo è l’invito a credere, ad aver fede non solo in Gesù, ma in ciò che noi stessi desideriamo. La nostra coscienza ha potere di ricreare la realtà che non è quindi unidirezionale, univoca. Quando interveniamo a definire una tale situazione, avviene quella che i fisici chiamano collasso della funzione d’onda: la coscienza che osserva influisce sulla situazione che infatti si presenta secondo l’inconscio dell’osservatore. La fede è un potente fattore di cambiamento. Nulla ci viene dato senza che noi lo vogliamo. Dice Gesù: «se chiedete qualcosa abbiate fede di averlo già ottenuto». Senza fede non ci si eleva dalle determinazioni passate, dalle influenze e dalle narrazioni nefaste della realtà, dal giudizio su noi stessi e sulle cose. Credi tu questo? Dice Gesù al cieco. Ti sia fatto secondo la tua fede.
L'Esempio di Paolo e l'Equilibrio della Scrittura
Cosa fare allora quando siamo malati? Seguiamo l’esempio di Paolo. Egli pregò per essere guarito dalla “spina nella carne” (2 Corinzi 12:7-9). Nonostante le sue preghiere, non fu immediatamente guarito. Tuttavia, Timoteo, suo collaboratore, soffriva di frequenti disturbi allo stomaco (1 Timoteo 5:23), ed Epafrodito, un altro compagno, si ammalò gravemente, quasi fino alla morte, ma per la misericordia di Dio fu guarito totalmente (Filippesi 2:25-27). Paolo lasciò pure Trofimo malato a Mileto (2 Timoteo 4:20). Questo è l’insegnamento equilibrato della Scrittura: i credenti hanno sperimentato la guarigione sovrannaturale dalle malattie, ma non possiamo imporre a Dio chi debba essere guarito. La guarigione fisica e la totale assenza di stanchezza fisica e sonnolenza non sono garantite nei nostri corpi fino al ritorno di Cristo.
La malattia, come conseguenza della maledizione su questa terra, porta gli uomini a sudare e ad essere feriti da spine (Genesi 3:17-19). Gesù, pur essendo senza peccato, ha dovuto sperimentare la malattia e l'educazione terrena (Lettera agli Ebrei 5:8), tentato in ogni cosa come noi, per provare empatia con altre persone nel mondo che sono malate.
Il Linguaggio di Isaia 53: L'Interpretazione delle Parole Chiave
L’ebraico in Isaia 53:3, dove si legge “Egli ha preso le nostre infermità”, e Isaia 1:5, per la parola “malattia”, è molto chiaro. La parola tradotta accuratamente in Isaia 53:3 con “malattia” (חֳלִי, ḥŏlî) o “infermità” si riferisce a una condizione fisica. Quando vediamo come la stessa parola è usata nel verso successivo (Isaia 53:4), dove è tradotta ancora come “afflizioni” o “malattie”, si rafforza l'idea che il testo si riferisca a infermità letterali.