Ebrei nello Stato Pontificio: Storia, Ghetti e Discriminazione

La storia degli ebrei nello Stato Pontificio è un capitolo complesso e spesso doloroso della presenza ebraica in Italia, caratterizzato da periodi di relativa tolleranza alternati a momenti di intensa persecuzione e segregazione. La creazione dei ghetti, un'istituzione che ha segnato profondamente la vita di queste comunità, non ebbe origine a Roma, ma a Venezia.

La Nascita dei Ghetti: Venezia e Roma

Il triste primato di aver istituito il primo ghetto in Italia spetta a Venezia. Il 29 marzo 1516, il Senato della Serenissima deliberò la creazione di un'area destinata ad "ospitare" gli Ebrei, conosciuta come il Ghetto, termine derivato da "geto de rame", l'area dove venivano smaltiti gli scarti delle vicine fonderie di rame. Roma, la città dei Papi, non tardò ad adeguarsi a questa normativa, sebbene con tempistiche diverse.

Il 15 luglio 1555, papa Paolo IV (al secolo Gian Pietro Carafa) emanò la bolla Cum nimis absurdum. Questo documento, fin dal suo incipit, palesava un inequivocabile carattere antigiudaico, affermando: "Poiché è oltremodo assurdo e disdicevole che gli Ebrei, che solo la propria colpa sottomise alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di esser protetti dall’amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo ai cristiani, mostrare tale ingratitudine verso di questi…". Con questa bolla, Paolo IV stabilì rigide norme per gli ebrei residenti nello Stato pontificio, tra cui:

  • L'obbligo di indossare un distintivo di colore grigio ben visibile.
  • La restrizione a mestieri specifici, come quello di stracciarolo e robivecchi.
  • Il divieto di avere servitù cristiana.
  • Il divieto di divertirsi e di familiarizzare con i cristiani.
  • Per i medici ebrei, il divieto assoluto di curare i cristiani.
Vista aerea del Ghetto di Roma con le sue mura

La Presenza Ebraica a Roma Prima dei Ghetti

La presenza ebraica nella Città Eterna risale al II secolo a.C. Per molti secoli, questa presenza non fu osteggiata. Si narra che Giulio Cesare, per rispetto delle tradizioni ebraiche come il precetto del sabato e le leggi alimentari, esentasse gli ebrei dall'obbligo del servizio militare. In quel periodo, la maggior parte della comunità ebraica risiedeva nel rione di Trastevere, dove rimase per diversi secoli.

Intorno al 1100, per esigenze professionali, la comunità israelitica iniziò a spostarsi dal rione trasteverino verso la più comoda Isola Tiberina e le aree adiacenti l'ansa sinistra del Tevere. L'area designata per il ghetto, compresa tra il fiume e Sant'Angelo in Peschiera, tra San Tommaso a Monte Cenci e San Gregorio al Ponte Quattro Capi (oggi San Gregorio della Divina Pietà), venne presto cinta da mura con sole tre porte di accesso.

La Vita nel Ghetto Romano

La morte di Paolo IV, avvenuta il 18 agosto 1559, non pose fine all'esistenza del ghetto romano. Anzi, la vita all'interno di questo "serraglio" divenne progressivamente più difficile. La vicinanza del Tevere, con le sue periodiche e disastrose inondazioni (in assenza dei muraglioni difensivi), rendeva le condizioni abitative precarie, se non addirittura impossibili.

Scorcio di un'abitazione all'interno del Ghetto di Roma

Il ghetto di Roma fu definitivamente "aperto" solo alla fine dell'Ottocento, all'indomani della Breccia di Porta Pia. Nonostante ciò, molti ebrei scelsero di rimanere a vivere nel rione, che conobbe poi un'altra triste pagina durante l'occupazione nazista della capitale.

L'Afflusso di Profughi e l'Aumento della Presenza Ebraica

Tra la fine del XV e la prima metà del XVI secolo, le città dello Stato pontificio, così come altre in Italia, registrarono un considerevole aumento della popolazione ebraica. Questo fenomeno fu dovuto in gran parte all'afflusso di profughi provenienti da altre aree della penisola e d'Europa, vittime di restrizioni e soprusi.

Nel 1492, i re cattolici Ferdinando e Isabella decretarono l'espulsione degli ebrei dai loro domini in Spagna e Sicilia. Successivamente, anche il Portogallo vide un'emigrazione di ebrei e conversos, a seguito dei battesimi forzati imposti da re Giovanni III nel 1497, di un clima di crescente persecuzione (culminato nel massacro di Lisbona del 1506) e dell'istituzione del tribunale dell'Inquisizione nel 1536.

L'arrivo di consistenti gruppi di ebrei sefarditi, tra cui numerosi mercanti facoltosi, nelle città dello Stato pontificio, portò a un'impennata dell'importanza delle comunità ebraiche locali. In questo contesto, il messaggio messianico ed escatologico che accompagnò l'esperienza di figure come David Reubeni e Salomon Molco (alias Diego Pires) ebbe un profondo impatto.

Cambiamenti Climatici e Repressione

A partire dagli anni Trenta del Cinquecento, l'attività del prestito ebraico divenne predominante nelle economie delle città dello Stato pontificio. Tuttavia, il clima politico e religioso stava iniziando a cambiare.

Nel 1543, per iniziativa di Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti, venne creata a Roma la prima Casa dei Catecumeni, destinata ad accogliere coloro che decidevano di convertirsi al cattolicesimo dall'ebraismo o dall'islam. Tra il 1553 e l'inizio dell'anno successivo, il neo-riformato Sant'Uffizio condusse un'azione diretta che portò alla requisizione e al pubblico rogo delle copie del Talmud in diverse città dello Stato pontificio (Roma, Bologna, Ravenna, Macerata, Rimini) e di altri stati. Il Talmud era accusato di contenere passaggi anticristiani.

L'ascesa al soglio pontificio di Gian Pietro Carafa, con il nome di papa Paolo IV, segnò una netta inversione di rotta nella politica papale. La bolla Cum nimis absurdum del 14 luglio 1555 rinnovò l'obbligo di indossare un segno distintivo per gli ebrei residenti nello Stato pontificio e ne limitò la residenza a zone ben definite all'interno di ciascuna città, fondando di fatto il ghetto.

Contestualmente, il pontefice inviò uno speciale commissario del Sant'Uffizio a perseguire i mercanti portoghesi stabilitisi ad Ancona, sospettati di essersi riconvertiti all'ebraismo dopo aver ricevuto il battesimo in Portogallo.

L'ammorbidimento della politica pontificia nei confronti degli ebrei, osservato sotto il successore di Paolo IV, Pio IV, non durò a lungo. L'elezione di Pio V portò al rinnovamento della linea dura cara a Carafa. Il 26 febbraio 1569, la bolla Hebreorum gens decretò l'espulsione degli ebrei da tutti i territori dello Stato pontificio, con l'eccezione dei ghetti di Roma e Ancona.

Ferrara: Un Caso di Studio

La storia della comunità ebraica di Ferrara offre un esempio significativo delle dinamiche che interessarono gli ebrei nello Stato Pontificio, specialmente dopo la devoluzione del Ducato alla Santa Sede nel 1598.

Con la morte dell'ultimo duca estense, Alfonso II, nel 1597, e la successiva mancata designazione di un erede diretto, Ferrara passò sotto il controllo papale. Questo cambiamento politico ebbe ripercussioni anche sulla comunità ebraica. Coloro che poterono, seguirono Cesare d'Este a Modena e Reggio. Il censimento del 1601 registrò una diminuzione della popolazione ebraica ferrarese rispetto al 1590.

Nel 1602 iniziò la cessione forzata degli immobili appartenenti agli ebrei. Le imposizioni pontificie, come l'obbligo per gli ebrei e i marrani di indossare una "O" gialla cucita sul petto, anticiparono l'editto del 1624 che istituì formalmente il Ghetto di Ferrara.

Ulteriori limitazioni furono introdotte, come l'obbligo per almeno un terzo degli ebrei residenti o di passaggio di assistere a prediche con lo scopo di convertirli. Solo nel 1695 la Comunità ottenne il permesso di assistere alle prediche in un oratorio situato all'interno del ghetto, evitando così l'ostilità che poteva manifestarsi attraversando la piazza principale.

Nonostante le difficoltà, le accuse infondate e gli episodi spiacevoli che si susseguirono tra il XVII e il XVIII secolo, la comunità ebraica ferrarese dimostrò una notevole resilienza. Il periodo del ghetto fu anche un'epoca di fervore negli studi, con figure rabbiniche di fama internazionale come Isaac Lampronti.

Porta murata in via Contrari, simbolo delle restrizioni del ghetto

Pio IX e il Caso Mortara

Le relazioni tra papa Pio IX e gli ebrei ebbero un avvio positivo all'inizio del suo pontificato, ma si incrinarono profondamente dopo la Breccia di Porta Pia (1870) e la conseguente perdita del potere temporale da parte del Papa.

Quando Pio IX ascese al soglio pontificio nel 1846, gli ebrei romani erano ancora costretti a vivere nel ghetto. Il papa abolì alcune leggi che impedivano agli ebrei di praticare determinate professioni e quelle che li obbligavano ad ascoltare prediche per la loro conversione. Tuttavia, dopo l'episodio della Repubblica Romana del 1849 e il suo esilio a Gaeta, Pio IX mutò atteggiamento, associando gli ebrei al liberalismo e alla rivoluzione.

Un evento che ebbe risonanza internazionale fu il caso di Edgardo Mortara, un bambino ebreo di sei anni sottratto alla potestà dei genitori dalla polizia pontificia nel 1858. Il bambino era stato battezzato in segreto da una serva cristiana per timore che potesse morire senza battesimo. Secondo la legge dell'epoca, i cristiani non potevano essere allevati da ebrei, nemmeno dai propri genitori.

Nonostante gli appelli da parte di capi di stato e del Times, Pio IX rifiutò di restituire il bambino ai suoi genitori, anche quando Edgardo stesso espresse il desiderio di vivere sotto la tutela papale se la sua famiglia si fosse convertita. Edgardo Mortara fu ordinato sacerdote e adottò il nome di don Pio Mortara, entrando in un monastero in Francia e successivamente intervenendo a favore della beatificazione di Pio IX.

Nel 1871, dopo la presa di Roma, Pio IX espresse parole dure nei confronti degli ebrei, definendoli "cani" che molestavano la città. Gruppi ebraici e discendenti della famiglia Mortara hanno protestato contro la beatificazione di Pio IX, considerata un atto di intolleranza e un abuso di potere.

Gli Archivi Vaticani e le Richieste di Aiuto Ebraico

Nel 2020, Papa Francesco ha reso accessibili al pubblico gli archivi segreti di Pio XII. Tra questi documenti, spiccano circa 2700 fascicoli relativi a richieste di aiuto pervenute al Vaticano da parte di ebrei durante il periodo delle persecuzioni nazifasciste (1940-1945). Queste richieste, spesso indirizzate direttamente al Papa o al Segretario di Stato, Luigi Maglione, testimoniano la disperazione di intere famiglie e gruppi di persone che cercavano scampo dalla deportazione e dalla morte.

Storici come Michele Sarfatti sottolineano che, sebbene queste richieste rappresentino un importante tassello per la comprensione delle persecuzioni, l'aiuto fornito dal Vaticano fu una "goccia nel mare" rispetto al numero delle vittime della Shoah. Inoltre, si evidenzia come il Vaticano abbia prevalentemente aiutato ebrei convertiti, cristiani "di origine ebraica", a causa di pregiudizi antisemiti di origine teologica radicati nella Chiesa da secoli.

La pubblicazione di questi documenti, come quella relativa al caso di Maja Lang, una bambina ungherese la cui salvezza non fu possibile, o quella riguardante il rabbino capo di Bologna, Leone Alberto Orvieto, arrestato e rinchiuso nel campo di concentramento di Fossoli, getta luce sulla complessità delle azioni e delle omissioni della Santa Sede durante la Seconda Guerra Mondiale.

Perché Il Mondo Ha Odiato Gli Ebrei Per Più Di 2000 Anni?

L'apertura degli archivi di Pio XII e la conseguente pubblicazione di questi documenti mirano a fare luce sugli aspetti sia positivi che controversi del pontificato di Eugenio Pacelli, offrendo nuove prospettive per la comprensione del difficile rapporto tra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico nei secoli.

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