Le reliquie di San Pietro sotto la Confessione vaticana: tra archeologia e tradizione

Nel cuore della cristianità, sotto il monumentale baldacchino del Bernini e l’imponente cupola di Michelangelo, giace uno dei siti archeologici più affascinanti e complessi su cui fede, storia e scienza si siano mai confrontate: la tomba dell’apostolo Pietro. La ricerca di questo sepolcro non è stata una mera caccia alle reliquie, ma un percorso che ha trasformato una tradizione millenaria in una realtà archeologica analizzabile.

Schema della sezione trasversale della Basilica di San Pietro con indicazione della Necropoli vaticana e del punto esatto del ritrovamento sotto l'altare

Gli scavi del XX secolo: la scoperta della necropoli

La moderna esplorazione archeologica del sottosuolo vaticano iniziò nel 1939. Alla morte di Papa Pio XI, il suo successore Pio XII espresse il desiderio di essere sepolto nelle Grotte Vaticane, in un luogo vicino alla “Confessione” di San Pietro. I lavori portarono alla scoperta di una vasta necropoli romana, che si estendeva sotto il pavimento della basilica costantiniana sulle pendici meridionali del Colle Vaticano (Ager Vaticanus).

L'équipe scientifica, composta da Antonio Ferrua, Bruno Maria Apollonj Ghetti, Enrico Josi e Engelbert Kirschbaum, portò alla luce una necropoli pubblica utilizzata da pagani e cristiani, caratterizzata da mausolei e semplici fosse terragne. La scoperta più significativa fu un'edicola funeraria del II secolo, identificata unanimemente con il "trofeo" menzionato dallo storico Gaio intorno al 200 d.C.

Il ruolo di Margherita Guarducci e il “Muro dei Graffiti”

Dopo la pubblicazione della prima relazione nel 1951, che confermava l'autenticità del luogo ma lasciava irrisolta la questione delle reliquie, la Santa Sede incaricò la studiosa Margherita Guarducci di studiare i graffiti incisi sui muri della necropoli. La sua analisi si concentrò sul "Muro G", un muro di sostegno costruito nel III secolo, che fungeva da supporto per una moltitudine di iscrizioni di pellegrini.

La Guarducci decifrò un frammento d'intonaco recante lettere greche che suggerivano la presenza fisica dell'apostolo (Petros enì, "Pietro è qui"). La sua ricerca prese una piega investigativa quando entrò in contatto con un ex operaio della Fabbrica di San Pietro, il quale rivelò che Monsignor Ludwig Kaas, durante i primi scavi, aveva ordinato di prelevare resti ossei da un loculo per conservarli in una cassetta di legno, all'insaputa dell'équipe scientifica ufficiale.

Foto ravvicinata del frammento di intonaco con l'incisione greca

L'analisi scientifica e l'annuncio papale

Le ossa "ritrovate" furono analizzate dall'antropologo Venerando Correnti, il quale le attribuì a un uomo anziano di corporatura robusta, compatibile con l'immagine tradizionale di Pietro. La narrazione della Guarducci forniva una spiegazione coerente per diversi aspetti: la tomba terragna trovata vuota (a causa della traslazione costantiniana del IV secolo) e la collocazione dei resti in un loculo secondario.

Papa Paolo VI, nel 1968, annunciò al mondo che le spoglie erano state ritrovate. È importante sottolineare che il Papa non espresse un dogma infallibile, bensì un convincimento pastorale, utilizzando termini come "crediamo" e "ritenere convincente".

Il dibattito scientifico e le critiche

La scoperta non mancò di suscitare un vivace dibattito. Tra i critici più tenaci si distinse l'archeologo Antonio Ferrua, che contestò la lettura epigrafica della Guarducci e la validità della "catena di custodia" dei reperti, considerata irrimediabilmente spezzata a causa della mancanza di una documentazione di scavo rigorosa per le ossa rinvenute casualmente.

Aspetto Posizione della Guarducci Posizione dei critici
Epigrafia Il graffito conferma la presenza di Pietro. Lettura incerta; il testo potrebbe essere una preghiera.
Metodologia Coerenza storica e narrativa. Catena di custodia spezzata e mancanza di prove certe.
Antropologia Compatibile con un uomo anziano e robusto. Compatibilità non equivale a prova certa d'identità.

Le reliquie oggi

Attualmente, l'atteggiamento ufficiale del Vaticano è improntato alla massima prudenza scientifica. L'iscrizione sul reliquiario contenente nove frammenti ossei, donato da Papa Francesco al Patriarca Bartolomeo I, recita: "Ex ossibus quae in Arcibasilicae Vaticanae hypogeo inventa Beati Petri Apostoli esse putantur" (Dalle ossa che, rinvenute nell'ipogeo della Basilica Vaticana, sono ritenute del Beato Apostolo Pietro). La ricerca archeologica ha confermato la venerazione del luogo, pur lasciando l'identità ultima delle reliquie in una zona di plausibilità storica, piuttosto che di certezza scientifica assoluta.

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