La Misericordia Divina: Il Significato della Pecora Smarrita e l'Insegnamento di Don Tonino Bello

Le religioni, in genere, si contraddistinguono per una logica implicita: l’uomo per potersi salvare deve intraprendere un percorso di avvicinamento alla Divinità. Se l’uomo si allontana da Dio con il peccato o si disinteressa della dimensione della fede, sarà destinato alla condanna. Nonostante il messaggio evangelico, una spiritualità del genere è presente anche in molti cristiani. Le tre parabole proposte dal Vangelo di oggi, tuttavia, si soffermano su degli elementi della nostra fede cristiana che facciamo notevole fatica a comprendere: in Gesù è Dio che si avvicina all'uomo, con la Sua incarnazione, la Sua Parola e i Suoi atteggiamenti di vicinanza.

Pubblicani e peccatori hanno intuito la novità della predicazione di Gesù e ne gioiscono, mentre i capi della religione mormorano. È proprio per loro, così come per chi non accetta il fatto che Dio si fa prossimo dell'uomo e che gioisce della sua conversione, che queste parabole vengono a essere rivelate. Le prime due raccontano la gioia di Dio, mentre l’ultima ne espone le motivazioni.

Le Parabole della Misericordia: La Pecora Smarrita e la Dracma Perduta

Il centro del vangelo odierno è l’annuncio della misericordia di Dio, misericordia che Gesù vive nella sua prassi di vicinanza - scandalosa per scribi e farisei - con peccatori e pubblicani. L’introduzione del capitolo quindicesimo di Luca mostra un Gesù criticato per le sue frequentazioni. Per motivare il proprio comportamento, Gesù narra una parabola (Lc 15,3: disse loro “questa parabola”) che in realtà si snoda in tre parabole: due brevi e molto simili per struttura (15,4-7; 15,8-10), e una decisamente più lunga (15,11-32). Possiamo parlare di una parabola una e trina. La narrazione parabolica di Gesù presenta come simbolici dell’agire di Dio dei comportamenti umani che colpiscono e scandalizzano.

In quel tempo si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola:

4«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? 5Quando l'ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, 6va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta». 7Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. 8Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? 9E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto». 10Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Gesù Pastore con la pecora smarrita sulle spalle

Il Paradosso della Pecora Smarrita

La parabola della pecora smarrita, così come quella della dracma perduta, sono incentrate su di un paradosso: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova?». Ad una domanda del genere la risposta spontanea sarebbe nessuno, eppure Gesù pone il suo quesito come se tutti la pensassero come il pastore della parabola. Il lettore si può legittimamente chiedere: è sensato l’agire di questo pastore? La parabola suppone che il pastore abbia fatto la conta delle pecore e si sia accorto che ne manca una. Una su cento. Cosa è più logico fare? Assicurarsi che le altre novantanove siano al riparo o mettersi in cerca dell’unica perduta lasciando le altre “nel deserto” (15,4)?

Il vangelo di Tommaso, un apocrifo, fornisce una versione un po’ differente: “Gesù disse: Il Regno è simile a un pastore che aveva cento pecore. Una di esse si perse: era la più grossa. Il pastore lasciò le altre novantanove e cercò quella sola, fino a quando non l’ebbe trovata. Dopo aver tanto faticato, disse alla pecora: Io ti amo più delle altre novantanove”. Il vangelo di Tommaso spiega, motiva la scelta del pastore parlando della preferenza per questa pecora perché è la più grossa. Il messaggio della parabola lucana viene così indebolito: la pecora è oggetto di cura non perché perduta, ma perché grande, bella e perciò preferita alle altre. Ma il linguaggio della parabola lucana vuole suggerire l’agire di Dio.

Significato e Responsabilità del Pastore

Anzitutto si dice che la pecora è "perduta", non semplicemente smarrita. E "il Figlio dell’uomo", dirà Gesù al termine dell’incontro con il pubblicano Zaccheo, "è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto" (Lc 19,10). Dietro alla pecora si delineano le persone, quelle ritenute perdute, lontane, senza dignità, i pubblicani e i peccatori, coloro che vivono nel peccato, coloro che per le loro stesse inclinazioni e attività si trovano a essere giudicati e disprezzati. Si intravedono tutti coloro che vengono chiamati non con il loro nome ma con il nome di una categoria, con un’etichetta, con un nome che non identifica ma che spersonalizza: prostituta, pubblicano, malfattore, bandito. E il pastore, con il suo comportamento, narra la sollecitudine di Dio per ogni uomo, per ogni persona. Che ai suoi occhi è preziosissima. La parabola diviene trasparenza dell’agire di Dio.

Ma c’è anche un’altra motivazione possibile alla ricerca della pecora da parte del pastore: la responsabilità. Compito del pastore è non perdere nessuna pecora. Il testo dice che la pecora si è perduta, ma il pastore non può per questo esentarsi dalla responsabilità della cura e della ricerca chiudendosi nel “è colpa sua”, “se l’è cercata”, “non avrebbe dovuto fare ciò che ha fatto”, e così via. In ogni caso, nel segreto della coscienza, il pastore quella domanda se la deve porre. Forse c’è una responsabilità anche del resto del gregge che non ha vigilato. Non sappiamo cosa sia successo a quella pecora, perché si sia smarrita: è caduta in un burrone? È rimasta ferita? Di certo, quando il gregge avanza la pecora ritardataria è minacciata di morte. Se rimane sola non ha scampo e diverrà preda degli animali selvaggi. La sventura per la pecora è perdere contatto con il gregge e restare sola. Allora sì che la perdita rischia di divenire ineluttabile. Ed ecco che il pastore si interroga anche sulla propria responsabilità: ha vigilato a sufficienza? Non è stato attento? E comunque quella pecora fa parte del gregge. Fuor di metafora, quella persona fa parte della comunità del Signore. Il pastore diviene cercatore e cerca finché non abbia trovato (15,4): qui si sottolinea la durata della ricerca. Trovatala, la mette sulle spalle, fa tutt’uno con essa e, dal deserto dove si trovava, va a casa e convoca amici e vicini per far festa con loro.

Per Dio, nessuno è definitivamente perduto. Mai! Fino all’ultimo momento, Dio ci cerca. Colui che ci ha invitato a perdonare «settanta volte sette» (Mt 18, 22) ci dà l’esempio: Egli perdona settanta volte sette. Torna a caricarci sulle sue spalle una volta dopo l’altra. Nessuno potrà toglierci la dignità che ci conferisce questo amore infinito e incrollabile. La gioia è parte integrante della misericordia.

La Seconda Parabola: La Dracma Perduta

La seconda parabola - quella della dracma perduta, o della donna che cerca accuratamente (15,8) - ripete l’annuncio della prima parabola. Ma se l’annuncio è il medesimo cambiano gli attori e gli scenari. Non un uomo ma una donna, non un pastore ma una casalinga, non un deserto, ma l’interno di una casa, non l’ambito rurale e pastorale, ma l’ambito economico (è una moneta che viene smarrita). Per un evangelista inclusivo come Luca: il messaggio di Gesù si rivolge a uomini e a donne, a contadini e a cittadini, a ricchi e a poveri (avere cento pecore è avere un gregge di notevoli dimensioni, mentre dieci dracme sono una somma piuttosto modesta), a Giudei e a Greci. Anche la donna, una volta trovata la dracma, condivide la sua gioia facendo festa con amiche e vicine.

La Parabola del Padre Misericordioso (Il Figlio Prodigo)

Disse ancora Gesù: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”». Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.

Il fratello maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

L’ultima parabola ha come primo protagonista un figlio che non riesce a istaurare un rapporto con il padre e per questo motivo richiede la parte spettante di eredità. Normalmente una richiesta del genere si avanza nel momento in cui un padre muore, effettivamente questo figlio non avvertiva più la presenza di suo padre in quanto si sentiva lontano da lui. L’uomo allontanandosi da Dio non ha nessun bene: sperpera i doni che Egli gli ha fatto, la sua dignità filiale viene notevolmente degradata arrivando a identificarsi con le bestie. Attanagliato dalla fame pensa al pane presente nella casa dove era cresciuto, ma non ai sentimenti del Padre, il quale scruta continuamente l’orizzonte poiché lo aspetta, e quando lo vede in lontananza, gli corre incontro (un anziano non corre, a causa della sua età diverrebbe ridicolo nel farlo), e pur avendo compreso le motivazioni del figlio lo accoglie ugualmente, ed è festa.

Il fratello maggiore mormora, non è d’accordo con l’atteggiamento del Padre e la parabola si conclude in modo tragico: non sappiamo se il figlio minore si sia realmente avvicinato al Padre e se il maggiore abbia deciso di entrare in casa, conosciamo però la logica di misericordia del Padre, il suo modo di agire nell’essere sempre disponibile all’accoglienza. Per altri versi la parabola ci informa cosa significa vivere lontano da Dio poiché ancora incapaci di comprendere la sua logica.

Illustrazione del figliol prodigo che torna a casa, accolto dal padre

La Misericordia nella Vita Cristiana e la Risposta Umana

La parola di Dio di questa XXIV domenica del tempo ordinario ci presenta tre note parabole di Gesù che hanno attinenza con il tema della misericordia divina. In entrambe le parabole della pecora e della moneta perduta viene evidenziata la gioia in cielo per un solo peccatore che si converte, al punto tale che tutti gli angeli fanno festa davanti a questo straordinario evento. Questo è esattamente l'invito alla conversione che qui ci viene rivolto, perché gli scribi e i farisei si ritenevano giusti e perfetti e quindi non avevano bisogno di convertirsi. Lo stesso rischio, oggi, è per quanti si ritengono giusti, ma non lo sono, e pensano che siano ingiuste e cattive, peccatrici e bisognose di conversione, altre persone ma non certamente loro, che sono sepolcri imbiancati. Gesù condanna una falsa morale ed una falsa religiosità fatta solo di apparenze e formalità e in questa prima parabola della misericordia ci dice esattamente che tutti necessitiamo di essere recuperati dalla bontà e dalla tenerezza e misericordia divina.

Volendo calare questo discorso alla nostra condizione di cristiani di oggi, la pecora smarrita e ritrovata è il cristiano che ha perso i contatti con Cristo, non vive più la sua fede e non risponde più alle esigenze dello spirito. In questo caso, ogni buon pastore, e qui c'è un forte appello a quanti hanno la cura pastorale, si mette pazientemente alla ricerca di quella pecora che ha abbandonato l'ovile e quanto la ritrova ed essa rientra si fa festa e la gioia di aver ritrovato un fratello o una sorella nella fede è di tutta la comunità dei credenti, di quell'ovile che rappresenta il popolo santo di Dio, la chiesa in cammino nel tempo in vista dell'eternità. Mentre, in riferimento alla moneta perduta e ritrovata è quel tesoro di fede, carità e speranza che la vita cristiana, autenticamente vissuta, garantisce a chi può perdersi nei labirinti della nostra storia, dove i beni materiali contano di più di quelli spirituali.

La Conversione di Paolo: Esempio di Misericordia

A questa lettura fa eco il testo della prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo, in cui l'apostolo parla della sua conversione, del suo progresso spirituale fatto alla scuola del Maestro che aveva toccato il suo cuore e la sua mente sulla via di Damasco. Scrivendo all'amico Timoteo, egli rende grazie a colui che lo ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché Egli lo ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio Paolo, che prima era un bestemmiatore, un persecutore e un violento. La consapevolezza dei propri errori e delle proprie colpe, dovute ad ignoranza o a presunzione, fanno scattare in Paolo quella gratitudine verso il Signore per quello che gli ha concesso e scrive con profonda convinzione di mente, cuore e penna: «Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna».

Don Tonino Bello e il Pastore Misericordioso

Come si dice di Giobbe, Gesù “distrugge la religione” (Gb 15,4). Probabilmente anche per i discepoli questi comportamenti avranno suscitato gelosia e invidie, fatto nascere incomprensioni, illazioni e retropensieri su Gesù. La misericordia, quando passa dall’essere un’affermazione teologica riguardante l’invisibile Dio all’essere una pratica esistenziale, un reale incontro di un uomo con altri uomini e donne, con persone con cui si vivono scambi, relazioni, affetti o amicizie, può divenire scandalosa, scomoda, intollerabile. E allora esplode il meccanismo della mormorazione (15,2).

Il Pastore, comunque, oltre che guida, è soprattutto il compagno di viaggio che condivide l’esperienza di fatica, di pericolo, di veglia e di sonno, col suo gregge. Don Tonino Bello, con la sua vita e i suoi insegnamenti, ha incarnato pienamente questa figura del pastore, spronando la Chiesa a "riscoprire i volti", a usare "tenerezza per gli agnelli appena nati" e a "condurre pian piano le pecore madri".

Il Richiamo di Don Tonino Bello: Essere Pastori Oggi

Dice il Signore Dio: guai ai pastori d’Israele, che pascolano se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse, e sono preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate. Capite che cosa significa tutto questo! Ma quante volte voi date l’impressione che, se non proprio il calcolo personale, almeno quello di parte prevalga su quello della comunità! Cari amici, io credo che le cose cambierebbero molto nelle nostre città se ognuno applicasse a sé le parole che Gesù attribuiva alla sua persona: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore».

Don Tonino Bello ci ricorda che «voi avete nei miei confronti un solo diritto: quello di negarmi la fiducia! Ma non avete il diritto di dirmi: Signor Sindaco, non si interessi delle creature senza lavoro (licenziati o disoccupati), senza casa (sfrattati), senza assistenza (vecchi, malati, bambini)… È mio dovere fondamentale. Se c’è uno che soffre, io ho un dovere preciso: intervenire in tutti i modi, con tutti gli accorgimenti che l’amore suggerisce e che la legge fornisce, perché quella sofferenza sia o diminuita o lenita».

La sapienza, secondo Don Tonino Bello, significa capacità di intuire le cause strutturali che scatenano il disagio, producendo conflitti e povertà. Sapienza vuol dire coraggio del paradosso, rifiuto della banalità, estro nel sostenere linee perdenti e anticonformiste, audacia nell’andare contro corrente quando si intuisce la verità. Ciò che Cristo ci ha portato in più sono appunto alcune apparenti assurdità, come la logica del Vangelo che si oppone alle logiche seducenti del potere, del successo, della cultura dominante.

Don Tonino Bello sprona la Chiesa a riscoprire l’antico mandato di profeti, a liberarsi dalle "prudenze carnali" e da ogni compromesso. Ci invita a "spalancare i cancelletti dei nostri cenacoli" e a "uscire su tutte gli angoli della terra", aprendoci a "fiducie ecumeniche".

Carletto Mazzone, don Tonino Bello ed il Buon Pastore: la sfida di prendersi cura degli altri

La Preghiera per la Chiesa di Don Tonino Bello

In questo contesto, risuona potente la preghiera e l'appello di Don Tonino Bello per una Chiesa viva e missionaria, capace di vegliare nella notte e di farsi prossimo, proprio come il Pastore della parabola:

Preghiera di Don Tonino Bello: Vegliare nella notte

O Signore, che non invecchi, sfioralo con l’ala della tua gloria, il nostro tempo. Dissipa le sue rughe. Riscattalo dalle violenze che il delirio sfrenato degli uomini ha tracciato sulla sua pelle. Ungi con la tenerezza le arsure della sua crosta. Riscoprilo al gaudio dei primordi. Riversati senza misura su tutte le nostre afflizioni. Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E torna a parlarci con accenti di speranza. Scuotici dall’assuefazione all’esilio. Dissipa le nostre paure. Scuotici dall’omertà. Che nessuno può menar vanto di possederti. Donaci il gusto di sentirci “estroversi”. Questo Corpo sacerdotale raccolto davanti a te, fallo ancora, per la tua grazia, fiorire. Richiamalo alla profezia. Ridestaci all’antico mandato di profeti. Sciogli le nostre lingue contratte dalle prudenze carnali. Liberaci da ogni compromesso. Trattienici dalle ambiguità. Dacci il voltastomaco per i nostri peccati. Che la tua gioia sia senza limite. Che la tua salvezza per il tuo gregge non trovi limiti. Prenditi tutto di noi, Signore. I nostri beni, i nostri affetti. Non vogliamo trattenere nulla per noi. Neppure la salute. Neppure la reputazione. Seppelliscici, Signore, nella fossa comune. Con gli altri. Non ti chiediamo null’altro in contraccambio.

Don Tonino Bello, con questa preghiera, ci invita a guardare alla realtà con speranza, a essere sentinelle dell'aurora anche nella "notte polare" del nostro tempo, rifiutando la staticità sonnolenta e il calcolo personale in favore della comunità. L'amore per la pecora smarrita si traduce nell'attenzione solerte verso i bisognosi, i "senza lavoro, senza casa, senza assistenza", ricordando che "il pane è sacro, la casa è sacra. Non si tocca impunemente né l'uno né l'altra! Questo non è marxismo: è Vangelo!".

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