La Forza della Rinascita: Amore, Fede e Coraggio nel Vangelo

Innamorarsi di Nuovo: Il Cuore della Fede

Innamorarsi è, tutto sommato, una cosa facile: innamorarsi più volte della stessa persona, questo è incredibile. Richiede un coraggio profondo tornare a perdere la testa, a fare battere il cuore, specialmente dopo che il grande amore, messo un giorno al muro, magari ha avuto il coraggio di affermare di non conoscerti. Lui, d’altronde, non era uno di quegli amori da cartolina, un amico da sabato sera, l’ultimo arrivato dopo una lunga sequenza di amori tentati. Lui, il Cristo, era di una presenza che faceva la grande differenza: teneva un’incredibile capacità di riempire con l’assenza le loro menti e con la sua presenza il loro cuore, senza lasciare un centimetro quadrato che fosse a rischio di venire occupato da altri amori. Mancava Lui a loro: il mondo, giocoforza, sembrava deserto, inutile pareva loro anche continuare.

La Pasqua e la Vittoria sulla Paura

Gesù tra i Discepoli Timorenti

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per paura dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo a loro. Loro, se solo fosse dipeso da loro, sarebbero rimasti come talpe dentro le loro paure: a rimuginare il passato, a condividere le loro nostalgie, a ridirsi quant’erano belli i tempi in cui si viveva a rimorchio dell’amico celebre. Abitando la claustrofobia di quello spazio - ch’era una sorta di sacristia ante litteram - non si accorgevano di quante altre storie rischiavano di perdersi per quell’essere così ostinati nel rileggere sempre la stessa storia, rifiutandosi ogni volta di accettare che fosse finita in maniera opposta da come loro l’avevano immaginata - e sperato ardentemente - che finisse.

Talvolta, però, qualcosa di incredibile attende di essere conosciuto: «Pace a voi (…) Ricevete lo Spirito Santo». Ritorna Lui, visto che se dipendesse dagli amici, ancora una volta si sarebbe ai titoli di coda della loro storia d’amore. Ritorna perché ci vuole del coraggio a innamorarsi, ma ci vuole ancora più coraggio per ritornare indietro e a rimettere mano a quello che si è rotto: sbrindellata la fiducia, sfilacciato il cuore, guastata la magia della fiducia. Quando li vide col sorriso sul volto - «I discepoli gioirono nel vedere il Signore» - si accorse che non tutto era perduto, che la situazione avrebbe potuto anche essere peggiore: avrebbe potuto trovarli abituati alla sua assenza. Invece! Invece erano tristi, amareggiati, con le cicatrici aperte, il cuore in accelerazione perpetua. Fu così che, con le parole povere di un tempo, permise loro di riconoscerlo, di riconoscersi: certi amori sognano più al ritorno dell’amato che al suo primo sguardo d’amore.

Gesù appare ai discepoli impauriti, scena della pace nel Cenacolo

Il Dubbio di Tommaso e la Conquista della Fiducia

Otto giorni dopo ritornerà anche solo per uno, soltanto per Tommaso: «Metti qui il tuo dito guarda le mie mani (…) Mio Signore e mio Dio». Tommaso aveva giurato di non credere se non avesse toccato con mano quell’incredibile di cui gli avevano raccontato gli amici. Poi, però, quando se le trovò davanti, quelle mani non osò toccarle. Fece esperienza, in presa diretta, di cosa sia la fiducia: soltanto se saprò fidarmi che alla fine di quella strada, appena dopo la curva, c’è una sorpresa, troverò il coraggio d’infilarmi le scarpe per correre. Se manca, mi apparirà stupido anche soltanto il pensiero d’alzarmi dalla sedia.

Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

“Incredibile che ci sia ancora qualcuno che dice: “Fidati di me” e tu ti rendi conto che puoi davvero fidarti di lui” disse Tommaso al suo vicino, mentre il suo Maestro gli accarezzava la testa.

Incredulità di Tommaso, Gesù mostra le ferite

La Croce e il Paradiso: Incontro con il Buon Ladrone

Derisione e Silenzio Divino

Lassù, nel punto massimo del collasso, Cristoddìo (ri)trova il suo avvocato, mentre «il popolo stava a vedere e i capi, invece, deridevano Gesù»: tutti ridono dei matti in piazza, purché non siano della loro razza. Il pubblico non pagante è una bolgia di ultras inferociti, radunatisi per sbeffeggiare la squadra avversaria: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui l’eletto!» Cristo, rantolante come un agnello che sta per esser scartavetrato, regge gli insulti, resta al suo posto: “Se scendessi, Madremmìa - temo abbia spifferato a Maria - questi ci crederebbero che sono colui che dissi di essere. Ma facendo così, li costringerei. Preferisco, ancora, il rischio della libertà al comodo dell’obbligo”. Restà lì, appeso come un pendolo al palo, in compagnia dei due impostori: anche quassù c’è una trinità a spartirsi gli ultimi rantoli del Re. «Costui è il Re dei Giudei»: lo prendono per i fondelli fino all’ultimo, finchè Dio non dice basta.

Quand’era vivo era pieno zeppo di gente che gli andava dietro, che stava appresso a lui: adesso che la salita pende e nessuno può più nascondersi, non c’è anima viva di quella ciurma d’ammiratori. Che, chissà perchè, quando facea miracoli sgomitava per stargli appresso mentre adesso ch’è Lui ad aver bisogno dell’unico miracolo - che non lo lascino da solo come un cane abbandonato - se la filano via come fossero dei passeri storditi dopo una sassaiola.

La Salvezza nell'Ultimo Istante

In questa bolgia ritrova un’unica bava di conforto: gli arriva dall’ultimo della classe, da quello che meno te l’aspetteresti. Da quello che “quando finisce l’asfalto è lì che inizia la realtà”. La sua carta d’identità, alla voce “segni particolari”, sbizzarrisce la sua fantasia: scavezzacollo, depravato, fustigatore, assassino, bastardo, reo, borioso, infame, spaccone, malvagio. La vita sua, a vedere la condanna che gli hanno affibbiato, è stata tutta un dentro-fuori dalle galere: “Eppure, Signoremio, tu sai bene che non ho esaurito la mia ricchezza nel male che ho fatto!” Eggià: si è tenuto nascosta l’ultima briciola di bontà nel suo sguardo. È l’ultimo presidio della salvezza, la più grande occasione della vita: accorgersi della grandezza di quell’Uomo mentre tutti lo danno per sconfitto. Riconoscer la sua bellezza nella bruttezza di quella deformazione: ritrovare il sorriso di quel Bambino che, nella notte di Betlemme, aveva rischiarato il mondo di speranza.

Glielo dice al collega ch’è dall’altra parte, galeotto pure lui, che si diletta a sfottere il Cristo lì vicino: «Noi riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; Egli non ha fatto nulla di male». Mai definizione più suggestiva fu diretta al Cristo: Colui che «non ha fatto nulla di male». Colui che ha fatto solo del bene. Più un’anima è cristiana più si sente responsabile dei peccati altrui. Il Cielo, in quegli attimi, è una caffettiera fumante sul punto di esplodere: la storia non ha mai vissuto, prima d’ora, uno stress così paranoico.

E proprio qui, mentre tutti si arrendono, quest’uomo si sporge dove gli altri hanno già fallito: a scorgere che nella carne squarciata di quell’agonizzante sta il segreto dell’intera storia. Della sua storia sbilenca: “T’ho riconosciuto: sei Re. D’altronde dovunque c’è un’ombra dev’esserci anche una luce. Tu sei il mio Re”. Si guardano negli occhi, s’incrociano in quell’ultimo avamposto di sincerità rimasta e si accorgono che si stavano già guardando: “Quant’è bello quando guardi qualcuno e questo qualcuno era già lì che ti guardava?” avrà riflettuto il Cristo moribondo. È uno sguardo che ti denuda: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Capiscono entrambi di essere giunti puntuali all’appuntamento, è questa la loro sorte: «Oggi, con me, sarai in paradiso (amico mio)». Come una mamma che si rallegra di più della guarigione di uno dei suoi bimbi malati che della costante salute della famiglia intera. A tenerci lontani da Dio non è il male che abbiamo compiuto, è l’insistere nel male. Per chi ritorna e accetta la disciplina, il Paradiso è a portata di mano.

Gesù crocifisso con il buon ladrone pentito

Un'Anima Ferita Trova Consolazione

In quel tempo, il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Ma Lui è lì...

Che bello incontrare un’occasione così, proprio quando sei disperato, sperduto e ti senti da una vita non amato, e ancora averci creduto in qualcuno e sentirsi nuovamente non amato e respinto e umiliato proprio da chi dovrebbe farti sentire che non è così, che forse ti sei sbagliato, e scoprire che non ti sei sbagliato, che non ti ama proprio lei, una della tua stessa famiglia. Tu che ormai una famiglia non c’è l’hai più né padre né madre perché sono morti e né fratelli o sorelle perché non ne hai. Non riesci a capire quel gesto di abbandono morale in cui ti lascia, dicendo: “tanto lei non ha bisogno, sta bene, una casa c’è l’ha, i suoi genitori l’hanno lasciata in ottime condizioni, ha anche un lavoro”. Come se questo spiegasse la mia fame d’amore. Come se una casa o un lavoro potessero darmi quella carezza sul cuore, quel sentirmi amata che tutti hanno diritto di sentire nella loro vita. Allora in quest’abbandono incontrare Cristo che anche Lui da quella Croce pende e ha la consapevolezza di dire: “Perdona loro Padre perché non sanno quello che fanno”. Allora io la perdono anche se mille volte l’ho odiata e l’ho stramaladetta ma ora so che non sapeva ciò che faceva. Non sa con chi ha ed ha avuto a che fare.

La Pentecoste: Nascita della Chiesa in Spirito e Libertà

Dalla Paura all'Azione

Come dicono in giro, pensò Pietro vedendo gonfiarsi le tende della stanza: “Alla fine è sempre all’improvviso”. Arrivò all’improvviso, pur avendo avvisato in anticipo che non avrebbero avuto nessuna ragione per restare con il muso che grattava terra dall’afflizione: “Non vi lascerò per strada: sarò con voi tutti i giorni fino a che il mondo non crollerà!” aveva ridetto in ogni lingua del mondo. Loro, però, non ci credettero granchè: va anche detto, a loro discolpa, ch’era alquanto arduo pensare dove avrebbero potuto trovare forza per trasformare in strade le pietre che avrebbero gettato loro addosso. Nessuno, solo ripensando a come erano ridotti una cinquantina di giorni fa - fuggiaschi e debolucci - avrebbe mai immaginato di vederli sfidare le graticole, le sassaiole, le contestazioni pur di non tacere la bellezza di aver incontrato la Bellezza. Eppure, eccoli qui! I pavidi fuggiaschi del Venerdì Santo diventano gli intrepidi corridori della Domenica di Pentecoste: tutti fuori (dal cenacolo), per strada, coi capelli spettinati dal vento che soffia gagliardo, libero, inarrestabile. Li prende per i capelli e dolcemente - ch’è un modo di fare bellissimo - fa prendere il domicilio sulla strada: la strada e il vento, il nuovo miscuglio di una Chiesa ch’è sul punto di (ri)nascere.

Fosse stato per loro, avrebbero continuato a pensare alla loro vecchia e comoda maniera: “Non fare oggi quello che potresti fare domani”. In fin dei conti, asceso al Cielo il loro Maestro, c’era tutto da reimpostare: con l’aggravante di non avere nessun precedente al quale fare riferimento, anche solo per ispirarsi o per trovare un po’ di forza. Pavidi com’erano, una volta ritornati da Betània, si rimisero sotto le coperte del cenacolo, chiusero le porte, accesero la stufetta. Pensando e ragionando sul tempo migliore per iniziare questa strana avventura. “Capiamo bene, amici, quale potrebbe essere il momento giusto per partire”, suggerì loro Pietro che, da buon capitano riaccreditato, sentì di dover coordinare la progettazione del futuro. Fu proprio in quell’istante - nell’istante dell’incertezza sul tempo da scegliere, nell’attimo della grande paura «per timore dei Giudei» - che Cristo li buttò fuori: “Non aspettate il momento giusto per fare le cose - fece capire mostrando «le mani e il fianco» -: l’unico momento giusto è adesso. Fuori: da oggi si disdice l’affitto del cenacolo. D’ora in avanti il vostro ufficio sarà la strada”.

In maniera politicamente corretta, la chiamano “Pentecoste”, ma a rigore di logica è stata la più grande ubriacatura di cui la storia cristiana abbia memoria: nel giro di un battibaleno, un pugno di gente pavida, fuggiasca e terrorizzata, si sentì fare una trasfusione di fantasia nel loro sangue che non seppero mai più arginare per tutti i secoli a venire. Le pensò tutte, le immaginò tutte, il loro Cristo perchè quella gente trovasse il coraggio di andare dritti dentro il mondo a fare la guerra alla guerra, a sfidare il logico con l’illogico, a ridestare la torpidezza a colpi di sorpresa. Non trovò di meglio che fare accadere tutto questo, prima di tutto, sulla loro pelle: pensò, assieme con il Padre suo, che l’unico modo perchè si liberassero da quella depressione cosmica che avevano addosso fosse quello di ubriacarli d’amore. Fino a far barcollare le loro sicurezze. Invertendo quel loro vecchio modo di ragionare ch’era ormai desueto: “Smettetela di guardare le cose che vedete e chiedervi “perchè”. Iniziate a sognare delle cose mai viste prima e iniziate a chiedervi: “E perchè no?” Fu così che, in quattro e quattr’otto venne al mondo la Chiesa di Cristo: da un gruppo di gente ubriaca (di Spirito Santo) che, massacrata e derisa, mostrerà al mondo che quell’ubriacatura è la forma divina dell’innamoramento. L’aveva già appuntato Antifonte, cinquecento anni prima di Gesù Cristo: «Ci sono due cose che un uomo non riesce a nascondere: quando è ubriaco e quando è innamorato». Il modo migliore per fare una cosa, dunque, è farla. Il vero carattere di un uomo viene fuori quand’è ubriaco.

Discesa dello Spirito Santo sui discepoli a Pentecoste

La storia di ciascuno dei 12 discepoli di Gesù

La Chiesa: Strada, Accoglienza e Fragilità

Fu così che venne al mondo la Chiesa: dall’incontro tra un Dio ferito e una masnada di discepoli nevrotici, spaventati. Costretti ad uscire da quel cenacolo ch’era diventato la loro “comfort zone” per permettere al Vangelo di continuare a espandersi nel cuore della storia. Scelse la strada, le piazze, gli spazi larghi e le zone aperte perchè volle che la sua Chiesa fosse così ampia che ogni persona, una volta entrata, ci stesse dentro a modo suo. Che ognuno, nella sua Chiesa, possa entrarci da una porta diversa: fosse per Lui - come scriveva quel gran genio di Chesterton - non ci sarebbero mai due persone che entrano esattamente da una stessa porta. La volle santa, dunque scelse di mettere come pietre fondanti undici uomini d’una debolezza imbarazzante, di una fragilità assurda: solo così, un giorno, il mondo potrà capire che la Chiesa sta in piedi per l’opera di Cristo, nonostante i suoi ministri traditori. Per tutto ciò che riguarda il resto, non mise nessuna condizione a priori: che solo di ricordassero che in qualsiasi chiesa un giorno entreranno, si entrerà per amare Dio e si uscirà per amare il prossimo. O si sarà amato Dio soltanto per gioco. Che ogni uomo, nella Chiesa, si senta a casa: lei è la «Madre dè santi, immagine della città superna» (A. Manzoni). È il cuore di Dio nella storia.

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro.

Il Genio dello Spirito: Una Nuova Visione

Li aveva chiamati cucendo una sequela su misura, come una sarta nel suo atelier. Andrea e Giovanni, discepoli del Battista che sanno già un po’ di teoria, li invita ad entrare in casa sua; con Pietro, invece, valorizza quel che lui sa fare alla grande, pescare, proponendogli il cambio d’uso del mestiere: “Basta pesci, che così fanno tutti, Pierino: proviamo con gli uomini noi”. A Filippo, un tipo che non opponeva resistenza, gli parlò con semplicità e fece breccia all’istante. A Natanaele, invece, ci arrivò infilandosi come un palombaro nella sua curiosità senza sotterfugi, pizzicata sotto un fico. E così, via dicendo, giù giù fino a me che, stupito dal vento del suo amore che spinge in strada, mi sento rinfacciare la sua litania testarda e trionfatrice: “Ognuno fa il fuoco con la legna che ha!” Venuti al mondo come pezzi unici di artigianato, il trambusto di Pentecoste altro non fa che cristallizzare questa unicità in eterno.

Se li terrà vicini, che imparino l’arte e la mettano da parte. Di mandarli in qualche scuola specializzata non ci pensò mai: condannare un genio alla fatica della scuola è mettere un cavallo da corsa su un tapis-roulant. Vento in faccia e pedalare! Nessun inciampo sarà mai ragione sufficiente per scaricarli agli occhi del mondo. Dopo la santità, sognerà di vedere in loro la genialità: abitati dallo Spirito, avranno il genio di vedere dieci cose dove l’uomo comune ne vedrà una. S’accorgeranno di fare cose che nemmeno vaneggiavano. Di vedere cose inimmaginabili: «Lo Spirito della Verità vi guiderà a tutta la verità, perchè non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito, vi annuncerà le cose future» (cfr Gv 15,26-27;16,12-15). Ritradotto: “Diventerai un genio, fidati: un uomo che compirà in modo superlativo e senza sforzi qualcosa che molti non riescono a fare neanche col massimo impegno”. Con il senno di poi, il progetto iniziale del Cristo era tra i migliori: aveva calcolato delle modifiche strada facendo. E, modificandone la forma, lasciò immutata la sostanza: “Io ho scelto voi, non viceversa: nessuno si azzardi a cambiare l’ordine degli addendi, perchè il risultato non sarà lo stesso come nella matematica”. Quando apriranno bocca, questi geni impreparatissimi, il mondo si stupirà di quel che udrà coi suoi orecchi: i pensieri che il mondo aveva rifiutato, ritorneranno con una maestà evidente, alienante. Pure loro, i vecchi galoppini dal cuore allegro, muteranno alla grande l’impressione che il mondo avrà di loro: invece di dire ciò che la gente pensa, inviteranno a pensare in maniera diversa. Il pubblico sarà sempre tollerante: perdonerà tutto, eccetto il genio. Per questo i geni hanno le biografie più brevi.

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