Questo articolo presenta un'analisi approfondita del Padre Nostro basandosi sulle riflessioni di don Marco Pozza, sacerdote e scrittore. Le sue intuizioni, spesso condivise con Papa Francesco, offrono una prospettiva nuova e concreta su questa preghiera fondamentale della cristianità.

L'Opera di Don Marco Pozza e il Dialogo con Papa Francesco
Pubblichiamo un'anticipazione del nuovo libro di don Marco Pozza, Il contrario di mio. Sfumature randagie sul Padre nostro (San Paolo), uscito in libreria il 20 aprile. Sul Padre Nostro, don Pozza ha realizzato anche un programma per Tv2000, dialogando con Papa Francesco sui versetti della preghiera.
Don Marco Pozza, nato in provincia di Vicenza nel 1979 e consacrato sacerdote a Padova, si è inizialmente dedicato all’evangelizzazione dei giovani, guadagnandosi l'appellativo di "don Spritz" per la sua abitudine di incontrarli nei bar e nelle piazze. Ha proseguito gli studi teologici a Roma e ha avviato un'”evangelizzazione virtuale” attraverso il sito www.sullastradadiemmaus.it. Tra le sue opere figurano Penultima lucertola a destra (Marietti, 2011), Contropiede (San Paolo, 2012), Il pomeriggio della luna (Aracne, 2016) e L’Iradiddio (San Paolo, 2017).
La Fede Personale e la Scoperta del Padre Nostro
In materia di fede, don Pozza afferma di "sopravvivere per informazioni-seconde", poiché Dio non lo ha mai visto faccia a faccia. Quel poco che conosce di Lui, gli è giunto per parte di madre e di padre. La sua fede è una "somma di risposte senza chiamata": non è lui a chiamare, ma Dio a "procurargli indigestione di risposte", briciole, stracci e scampoli di futuro che gli bastano per credergli e appartenergli.
Crede, dunque, non per averlo veduto, ma perché percepisce la forza d’urto "d’essere stato visto". Ammette di essersi accorto tardi, assieme a Natanaele, che Dio si era già accorto di lui: «Come mi conosci? [...] Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico» (Gv 1,48).
L'Insegnamento della Nonna e il Significato del "Padre"
Il Padre Nostro ha il volto della nonna di don Pozza, che gli insegnò la preghiera all'età di quattro anni, forse in cucina, mentre sciacquava i panni, o sui banchi della chiesa di Calvene. Quelle sette frasi sono diventate la sintesi di tutto ciò che avrebbe potuto osare chiedere a Dio, la preghiera più fanciulla, primordiale, casa e chiesa. Successivamente, giunse anche l'Ave Maria.
In famiglia era chiaro che Dio avesse un diritto di prelazione nell'anima: prima Dio, poi Maria. Questo rapporto con Dio come Padre lo perseguitò per anni, cercando di capire il "perché". Si accorse che parlare di Dio lo stava seducendo, passando dal "non capire per amare" all'"amare per capire". In questo contesto si inserisce la preghiera: «Sia fatta la tua volontà».
Don Pozza ammette di frequentare Dio e i suoi misteri sin da bambino, ereditando dalla sua famiglia la capacità di guardare "all'insù". "Ereditare" è un verbo di ricevimento, ma anche impegnato: l'eredità va riconquistata per diventare "sangue nostro", altrimenti si vivrà da separati sotto lo stesso tetto.
Padre Nostro - Sesta puntata: "rimetti a noi i nostri debiti"
Il Padre Nostro tra Abitudine e Preghiera Autentica
Con il Padre Nostro, a causa di troppa frequentazione, don Pozza aveva "svariati conti in sospeso". È tipico dell'ineffabile: dopo averlo frequentato infinite volte, o lo si ama focosamente o ci si annoia al solo pensiero di doverlo ancora incontrare, professare, cantare. Citando W. Goethe, «Un arcobaleno che dura un quarto d’ora non lo si guarda più».
Chi, pregando il Padre Nostro, non ha mai avvertito l'abitudine alla sua recitazione? Per don Pozza, recitare è materia d’emulazione, non è ancora pregare: è lasciarsi imbottigliare dentro una trama. Pregare, invece, è lasciarsi rapire da Dio per i suoi scopi: «Sia fatta la tua volontà». La volontà di Dio, espressione che "sotterra", non è passività cristiana, ma ciò che Dio vuole fare per il suo figlio. Abituarsi alla bellezza, tra tutte le bestemmie, è "la capoclasse".
"Smontare" il Padre Nostro: La Grammatica Feriale
A don Pozza piace il verbo "smontare", ereditato dal mestiere di suo padre, perché evoca l'officina, la riparazione, la manutenzione. Ha provato a smontare il Padre Nostro, scorgendo parole di una grammatica feriale: "Dov’è tuo papà? Che bel nome porti! Il tizio ha messo in piedi un regno. Ci vuole tanta buona volontà. Sei andato a prendere il pane? Siamo pieni di debiti. Vuoi farmi cadere in tentazione? Perché mi vuoi così male?".
Ha fatto "addizione di umano": padre, nome, regno, volontà, più pane, debiti, tentazione, male. Si è scoperto nel Padre Nostro come un "festival della ferialità", delle necessità più urgenti, l'essenziale che rimane dopo aver grattato via la parte superflua. Smontandolo, l'astratto scompariva e appariva il concreto: un Dio "qui", feriale e festivo. La sua valenza era di "ridare gusto alla ferialità, risvegliando l’umano della preghiera". È l'unica preghiera che ci dice di chi siamo figli, di cosa necessitiamo, qual è la meta del nostro vagare. Come afferma Simone Weil: «Non è possibile recitarlo una sola volta, concentrando su ogni parola la pienezza dell’attenzione, senza che un mutamento, forse infinitesimale ma reale, si produca nell’anima».
Il "Padre Nostro" e Papa Francesco: Sicurezza e Paternità
Snocciolando il Pater, si percepisce una mancanza: «Mi manchi, Dio!». Il passaggio a «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1) è breve, e rivela come le verità più evidenti siano le più ostiche da svelare. Questo è il segreto dell'allegrezza di Cristo: nascondere il fondamentale nell'apparente banale.
Gesù stesso, in preghiera, probabilmente sognava che i suoi discepoli gli chiedessero: «Insegnaci a pregare». Da questa domanda, ha preso forma la preghiera del Padre Nostro, una preghiera "da gustarsi leccandosi le labbra dopo aver declinato ogni singola parola".
La Parola "Padre" e il Senso di Sicurezza
La parola d'ingresso, scandalosa, è quel chiamare Dio "Padre", che ha messo sottosopra l'idea stessa di Dio. Dio è Padre, "papà". Don Pozza immagina Dio riflesso nel volto di suo papà, con cui ha riscoperto un dialogo profondo, sentendosi come Telemaco alla ricerca di Ulisse.
Papa Francesco, nel suo dialogo con don Marco Pozza, sottolinea come il Padre Nostro dia sicurezza: «A me dà sicurezza. Incomincio da qui: il Padre nostro mi dà sicurezza, non mi sento sradicato, non ho un senso di orfanezza. Ho un padre, un papà che mi porta la storia, mi fa vedere la radice, mi custodisce, mi porta avanti e anche un papà davanti al quale io mi sento sempre bambino, perché Lui è grande, è Dio, e Gesù ha chiesto quello, di sentirsi bambino». Dio offre la sicurezza di un padre che accompagna, aspetta e perdona, lasciandoci liberi. Il Papa osserva che il mondo oggi è "malato di orfanezza", avendo perso il senso della paternità.
Il "Nostro" e la Fraternità Universale
Dire e sentire il «nostro» del Padre Nostro significa capire che non siamo figli unici. È un pericolo sentirsi tali, anche per i cristiani. Tutti, persino i disprezzati, sono figli dello stesso Padre. Gesù dice: «Saranno i peccatori, le prostitute, gli scartati a entrare prima di voi nel regno dei cieli, tutti». Il Papa evidenzia la tentazione di mettere un cartello di "proprietà privata" sulla fede, ma sarebbe facile pregare un Dio con un unico figlio, che sono io.
Papa Francesco indica con determinazione come comportarsi davanti alle seduzioni di Satana: «È molto educato Satana, bussa alla porta, suona, entra educato, con le seduzioni e compagni e alla fine è questo non lasciare cadere nel male, essere furbi nel buon senso della parola, essere svelti, avere la capacità di discernere le bugie di Satana e con questo io vorrei dire una cosa di cui sono convinto: con Satana non si può dialogare». Bisogna essere svelti a discernere per non cadere nella tentazione, come discusso nell’ottava puntata di Padre Nostro "liberaci dal male", dove don Marco Pozza conversa con Pierfrancesco Diliberto (Pif) e con Luigi e don Fabio De Luca.
L'Uomo che Osa: L'Incarnazione e la "Paternità di Tutti"
Gesù è "l’Uomo-che-osa". Venne al mondo in uno spazio largo quanto un guscio di noce: «Lo depose in una mangiatoia» (Lc 2,7). Da quell'angolo, il punto più basso di Betlemme, dichiarò, senza parole, d’essere il Re dell’universo. Pur potendo vantare una discendenza che gli permetteva di guardare il mondo dall’alto, scelse d’essere "sguardo-contrario", non facendo il prezioso pur sapendo d'essere l’Atteso-più-prezioso: «Non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio». Figlio di Papà, decise di spalancare le porte di casa: «Ma spogliò se stesso, divenendo simile agli uomini» (Fil 2,6-7), affinché tutti potessero chiamare "Padre nostro" il suo Padre.
A Betlemme si immaginavano un altro Salvatore, non uno "straccio di mendicante senza acqua né elettricità". Ma Lui colse l’occasione per "mettere a soqquadro il mondo-abitato", frugando tra gli avanzi e mostrando il volto del Dio a lungo invocato. Piantò la sua tenda in mezzo a noi: «Occupa una mangiatoia, e colma di sé il mondo» (F. Sheen).
Gesù toccò terra a Betlemme affinché nessuno potesse più dire che Dio stava "tre metri sopra il cielo". Annunciò la sua nascita di notte, convinto che la luce di notte valga doppio, sfidando l'oscurità e il male. Il Dio-Bambino nacque sottovoce, "pancia a terra", annunciato da due amanti, Giuseppe e Maria, che misero in piedi la prima famiglia cristiana. Giuseppe vanta il primato di aver avuto Dio come garzone di bottega, Maria il privilegio di avere la luna come sgabello. L'amore artigiano che teneva Dio in braccio, accarezzandolo e baciandolo, fu la luce di casa.
Nacque confuso tra la gente bassa Colui che domani confonderà la gente alta: «È soltanto ad essere piccoli che si giunge a scoprire qualcosa di grande» (F. Sheen). Nessun fiocco annuncia la sua nascita, ma una stella, che è annuncio di arrivi e presagio di partenze. Quella stella è una scritta: "Mi manchi tantissimo", il modo in cui Dio volle farsi trovare "sottocasa" per dire all'uomo "mi manchi".
Dare del tu al Figlio è "il più alto indice di follia della storia cristiana", un invito al più alto rischio: «Obbedienti alla parola del Salvatore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire». Osare è verbo di coraggio, di manovra audace. Come miagolava Zorba (da M. L. Sepúlveda): «Vola solo chi osa farlo».

La Traduzione del Padre Nostro: Dibattito e Approfondimenti
Da qualche tempo si discute sulla possibilità di rifare la traduzione del Padre Nostro. Questa preghiera ha attraversato i secoli senza variazioni sostanziali, sempre ritenuta autentica trascrizione delle parole di Gesù. Qualsiasi modifica è vista dai fedeli con preoccupazione, quasi un'azione indebita.
La Risposta del Teologo Silvano Sirboni
Nel numero 18 (4 maggio ’03) di “Famiglia Cristiana”, il teologo Silvano Sirboni ha fornito spiegazioni in un articolo intitolato “Il Padre Nostro di Gesù”, riassumendo i punti principali del dibattito:
- Gesù pronunciò il Padre Nostro (o un testo simile) in aramaico, giunto a noi in greco e poi in latino.
- Si notano sfumature diverse nelle traduzioni: l’aggettivo quotidiano (dal greco epioúsion) è stato tradotto da san Girolamo con supersubstantialem, e da altri con necessario o permanente. Nella liturgia si è imposto quotidianum.
- Per secoli la preghiera è stata recitata in latino. Con l'italiano si è data maggiore attenzione alla traduzione della Bibbia e del Padre Nostro (1967 e 1971).
- Dal 1988 è stata avviata una traduzione più fedele agli originali e alle esigenze dell’italiano. Si proponeva di chiarire l’espressione "sia santificato il tuo nome" con "fa’ che tutti ti riconoscano come Dio" (traduzione interconfessionale, 1985).
- Riguardo alla domanda di perdono, l'originale greco «rimetti a noi i nostri debiti come noi li abbiamo remessi ai nostri debitori» usa il verbo al passato, ritenuto "assai più impegnativo!". Nella traduzione si è mantenuto il presente, aggiungendo solo "anche".
- Si è cercato di esprimere più correttamente il senso di "non c’indurre in tentazione", troppo dipendente dal latino e soggetto a malintesi. La nuova formulazione è: «e non abbandonarci alla tentazione».
- Infine, il Male dal quale si prega di essere liberati è proposto con la maiuscola per indicarne la natura personale.
- Sirboni conclude che "nessuno manipola la preghiera del Signore", ma si cerca di esprimere fedelmente il pensiero di Gesù, adattando le parole ai tempi e ai luoghi.
Osservazioni Critiche e Le Origini Aramaiche
Si ritiene opportuno approfondire alcuni punti, senza intento polemico.
Gesù e la Lingua Aramaica
Non si può affermare con "quasi certezza" che Gesù pronunciò il Padre Nostro in aramaico per poi essere tradotto. Fin dall'antichità era noto che Gesù predicava in aramaico, come evidenziato dagli ipsissima verba nei Vangeli. Papia (ca. 130 d.C.) riporta che Matteo compose il suo Vangelo in aramaico, con una successiva versione greca.
La questione della relazione tra aramaico e greco per il Nuovo Testamento è complessa. Alcuni studiosi ipotizzano un testo aramaico, ma esiste già il testo aramaico tramandato dalla Peshitta, la Vulgata aramaico-siriaca. Considerando che i manoscritti originali non esistono, è fondamentale considerare tutte le ipotesi, inclusa l'origine aramaica dei Vangeli, come affermano gli studiosi cristiani di rito siriaco.
Se Gesù predicò in aramaico e i Vangeli originali sono in greco, è illogico pensare a una ritraduzione dal greco all'aramaico per evangelizzare gli Aramei. Applicando il "rasoio di Ockham" («Frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora - Si fa vanamente con più cause ciò che si può fare con poche»), è più logico ritenere che il Vangelo fu scritto direttamente in aramaico per gli Aramei e in greco per i Greci. Un'analogia storica si trova negli studi di Paul Viereck (1887) sui Senatusconsulta, dove si ipotizzava una traduzione immediata dal latino al greco.
Questa necessità di traduzione immediata riflette la Chiesa delle origini, già multilingue, dove era essenziale che ognuno comprendesse il Vangelo nella propria lingua materna. Nella liturgia siriaca, il Padre Nostro occupa un posto di rilievo, come si vede nell'Ordo Missae (Takhso deQudosho), dove la preghiera è ripetuta e le parole derivate dalla radice Q.D.Sh. (santo, santità) sono enfatizzate, suggerendo un rito molto antico.

"Sia Santificato il Tuo Nome": Un Concetto Semitico
Riguardo al punto n. 4, l'espressione "sia santificato il tuo nome", pur essendo "fortemente semitica", non dovrebbe essere "chiarita" con "fa’ che tutti ti riconoscano come Dio" della traduzione interconfessionale. Riconoscere il Padre come Dio è un atto di fede importante, ma non esaurisce il concetto. Rifuggire da espressioni semitiche significa rischiare di ritornare a espressioni pagane, dato che le lingue greca e latina hanno assimilato senza traumi concetti dall'Antico Testamento.
Per comprendere il significato della Santificazione del Nome (Qiddush ha-Shem), è utile la spiegazione dell'Encyclopaedia Judaica, che individua due modelli: uno dove Dio è l'attore principale, l'altro dove Israele è l'iniziatore. In Ezechiele, la santificazione del Nome è un atto del Signore concesso a Israele, in cui le nazioni vedono la rivendicazione della promessa divina. Al contrario, la profanazione del Nome avviene quando le nazioni dubitano della forza o fedeltà di Dio. Il secondo punto di vista enfatizza la responsabilità dell'uomo nell'onorare Dio agli occhi del mondo, come nel caso di Mosè e Aronne puniti per non aver santificato il Nome.
Questo dimostra la profondità teologica dell'espressione "sia santificato il tuo nome" e l'importanza di preservare il suo senso originale, anziché diluirlo per chiarezza apparente, che potrebbe portare a una perdita di significato.